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Cedric Mussao Kasongo Cedric Mussao Kasongo 

La storia di Cedric, un artista in fuga dalla Repubblica Democratica del Congo

La storia di Cedric affonda le sue radici negli sconvolgimenti politici della Repubblica Democratica del Congo. Alla caduta del presidente Mobutu cambiano le etnie al potere e la sua famiglia cade in disgrazia. La sua vita di bambino ne esce sconvolta, ma Cedric trova una via di salvezza nell'arte e nella recitazione. Tutto va bene finché non appare in un cortometraggio inviso al governo del presidente Kabila. E' allora che iniziano la storia della sua persecuzione e i disperati tentativi di salvarsi la vita.

Stefano Leszczynski - Città del Vaticano

"Mi chiamo Cedric Mussao Kasongo. Vengo della Repubblica Democratica del Congo, ho 29 anni e sono un artista. Sono fuggito dal mio paese e sono arrivato in Italia nel settembre del 2016. Mio padre era un militare durante la presidenza di Mobutu, quando il Congo ancora si chiamava Zaire.

Ascolta la storia integrale di Cedric

Nella mia famiglia io sono il più piccolo di 15 tra fratelli e sorelle e mio padre è morto quando avevo quattro anni. E’ stato allora che la nostra vita è cambiata.
Tre anni dopo la morte di mio padre infatti è arrivato al potere il presidente Kabila, lui era di un’etnia diversa dalla nostra e ha cacciato da tutte le cariche pubbliche le persone che avevano lavorato con Mobutu."

Spoil system alla congolese

La famiglia di Cedric subisce le conseguenze di sanguinosi cambi di regime che costellano la storia della Repubblica Democratica del Congo. Alla caduta di Mobutu Sese Seko, rimasto al potere per oltre 30 anni, si dissolve il regime corrotto e nepotistico instaurato con il colpo di stato del 1965.
Con la prima guerra del Congo nel 1997 Mobutu viene spodestato da Laurent-Désiré Kabila già sostenitore di Lumumba, il primo presidente post-coloniale. Per la Repubblica Democratica del Congo però cambia poco, gli oppositori di Kabila denunciano repressione, autoritarismo e indifferenza verso i diritti civili. A completare il quadro nel 1998 ha inizio la seconda guerra del Congo: coinvolge 8 Nazioni africane con almeno 25 differenti gruppi armati e provoca, fino alla sua fine nel 2003, oltre 5 milioni di morti.

Cedric rilascia la sua testimonianza
Cedric rilascia la sua testimonianza


Dall’agio alla povertà

"Alla morte di mio padre la vita della nostra famiglia è stata sconvolta. Per la prima volta ho capito che i miei fratelli e le mie sorelle erano figli di altre tre donne con cui mio padre aveva vissuto. Io lo ignoravo completamente perché a casa nostra c’era solo la mia mamma. Quando abbiamo dovuto lasciare la nostra casa la famiglia si è disgregata e ognuno cercava il modo di sopravvivere. Io e mia madre siamo rimasti soli. Continuavo a chiedermi perché non fossimo più a casa nostra e perché non ci fosse più nessuno con noi. Mia madre iniziò a lavorare la notte per permettermi di continuare ad andare a scuola. E’ stato in quel periodo che ho iniziato a disegnare.
Promuovere il cambiamento attraverso l’arte
Il mio percorso artistico è continuato al liceo e poi all’istituto nazionale delle arti a Kinshasa con lo studio prima della scultura e poi della recitazione. Pensavo che attraverso l’arte avrei potuto trasmettere qualcosa di buono per cambiare la società. Vedevo tanta ingiustizia intorno a me, ma non mi sono mai impegnato in politica. Era pericoloso, c’erano già stati molti morti nelle manifestazioni dell’opposizione. Io avevo una borsa di studio e cercavo di non complicarmi la vita.
Già al primo anno di studi universitari ho iniziato a partecipare ad un progetto promosso dall’Unicef, in collaborazione con l’istituto dove studiavo. Si trattava di un’iniziativa per sensibilizzare la società congolese sulla condizione della donna ed era finanziato anche con fondi europei. Si trattava di realizzare un cortometraggio in cui io impersonavo un poliziotto corrotto che cambia vita grazie all'incontro con un’avvocatessa, trasformandosi in un poliziotto buono che aiuta le ragazze in difficoltà. Un tema sociale importante, ma che viene subito strumentalizzato dai movimenti di opposizione al presidente Kabila."

Ascolta la storia della persecuzione

Le torture

"Il video passava ogni giorno alla televisione per far vedere alla popolazione che le ragioni della protesta erano valide. Un giorno sono stato invitato in una trasmissione radiofonica per parlare del progetto. Quando sono tornato a casa, verso le 11 della sera, degli uomini armati mi stavano aspettando e mi hanno fatto salire a forza sulla loro auto. Mi hanno portato in un cimitero lì vicino. Ho avuto paura quando ho sentito che parlavano soltanto swahili, perché è la lingua parlata dai militari più vicini al presidente. Io non li capivo perché la mia lingua è lingala. A un certo punto hanno chiamato qualcuno al cellulare che mi ha interrogato nella mia lingua. Voleva sapere perché ho partecipato a questi progetti e quali sono le persone che mi hanno influenzato a partecipare al progetto. Io ho risposto che ho partecipato al progetto perché mi hanno contattato e perché sono un attore. Alla fine della telefonata gli uomini che mi avevano catturato mi hanno picchiato e minacciato di morte, lasciandomi a terra in quel cimitero. Hanno detto che se avessero rivisto quel video in televisione mi avrebbero ucciso."

Campo di prigionia in Congo
Campo di prigionia in Congo

Braccato dalla polizia politica

"Avevo paura di ritornare a casa mia e sono fuggito lontano dalla città. L’indomani ho chiamato la radio che mi aveva intervistato e in diretta ho raccontato quello che mi era successo. Ma questo ha peggiorato le cose. Sono andati a cercare mia madre, l’hanno minacciata e le hanno detto che mi avrebbero ucciso. Lei mi ha chiamato, piangendo. Ero disperato, non c’era nulla che potessi fare."

Studenti e artisti nel mirino della repressione

Nel gennaio 2001 Laurent-Desiré Kabila viene assassinato da un suo guardaspalle. Gli succede il figlio Joseph Kabila che solo nel 2006, dopo aver modificato la Costituzione in proprio favore, riesce ad essere formalmente eletto presidente. Ottiene la maggior parte dei consensi nella parte orientale del paese, dove si parla swahili. Un secondo mandato lo ottiene nelle contestate elezioni del 2011 sconfiggendo Etienne Tshisekedi, l'attuale presidente.
Nel 2016 la situazione politica del Congo si fa incandescente in seguito ai tentativi di Kabila di forzare la Costituzione per poter concorrere a un terzo mandato. Le proteste culminano nelle sanguinose manifestazioni di settembre con decine di morti tra gli studenti e gli intellettuali di Kinshasa.

La fuga e il rimpatrio

"Diversi attori che conoscevo personalmente erano già stati uccisi. Mi ha aiutato una suora che dirigeva una scuola fuori Kinshasa, dove tempo addietro recitato in uno spettacolo. Mi ha tenuto nascosto alcuni giorni ed è riuscita a procurarmi dei documenti falsi e un biglietto aereo per lasciare il paese. Avrei dovuto raggiungere la Grecia dopo uno scalo in Turchia, ma al controllo passaporti di Atene hanno avuto dei sospetti e mi hanno fermato. Sono stato moltissime ore in una stanza bianca, dai vetri oscurati, senza potermi muovere neppure per andare in bagno. A un certo punto un funzionario dell’aeroporto mi ha detto che sarei stato rimpatriato. Mi hanno scortato su un aereo che faceva il percorso inverso. All’aeroporto di Kinshasa, mi hanno riconosciuto ed arrestato."

Ascolta il racconto della fuga fallita

A un passo dalla morte

"Mi hanno portato in una casa abbandonata e mi hanno denudato. Era buio, non c’erano finestre, non avevo idea di che ora fosse, né di quanto tempo avessi trascorso lì dentro. Ero legato e continuavano ad interrogarmi per sapere chi mi avesse aiutato a fuggire. A un certo punto è arrivato un uomo che mi ha detto di rivestirmi e di fare le mie preghiere perché quel giorno era l’ultimo per me.
Mi hanno caricato su un’auto e mi hanno portato in un luogo isolato. Ero convinto che sarei morto.
E invece è successo un miracolo: l’uomo che avrebbe dovuto uccidermi mi ha detto di essere stato vecchio commilitone di mio padre, mi ha consegnato degli altri documenti falsi e mi ha aiutato a lasciare di nuovo il paese, raccomandandomi di non tornare mai più. Anche la sua vita ora era in pericolo."

Militari congolesi
Militari congolesi

Un'ultima speranza

"Anche questa volta la destinazione finale era la Grecia, ma prima dovevo fare scalo in Etiopia e poi in Italia, a Roma. All’aeroporto di Fiumicino mi hanno fermato, qualcosa aveva insospettito i poliziotti al controllo passaporti. Sono stato preso dal panico, nessuno sembrava capirmi quando parlavo, e a un certo punto sono svenuto. Quando mi sono ripreso c’era un medico e una persona che mi parlava in francese, mi chiedeva cosa fosse successo e se avevo bisogno di chiedere protezione. Ho detto di sì.
Mi hanno lasciato dormire in aeroporto e il giorno dopo ho potuto raccontare la mia storia. Quando sono uscito per andare in un centro d’accoglienza ho fatto un grande respiro e per la prima volta ho sentito che ero andato oltre, che la mia vita sarebbe continuata.
E’ stato al centro d’accoglienza che ho imparato la prima parola in italiano: ciao, ciao, ciao… Finalmente potevo dormire tranquillo, anche se in piena notte mi svegliavo perché sognavo di essere rimandato in Congo. Mi pesava non riuscire a comunicare ciò che provavo, non parlavo la lingua e questo era il primo ostacolo da superare."

Ascolta il racconto dell'arrivo in Italia

Il meccanismo dell’accoglienza in Italia

Ottenere protezione internazionale in Italia non è mai stata cosa facile: a fronte delle moltissime domande d’asilo nel 2016 i dinieghi ammontavano a quasi due terzi. Nell’anno di riferimento i dati segnano un record: oltre 123.000 domande d’asilo, con un incremento del 47% rispetto all'anno precedente. Le commissioni territoriali per l'esame delle richieste respingono oltre 55.000 domande d'asilo. A chi presenta requisiti validi vieni invece è concessa prevalentemente la protezione umanitaria. Tutto si decide in pochi minuti di colloquio.

La paura di non essere creduti

"L’attesa del colloquio per ottenere la protezione è un momento di grande tensione, perché senti le storie di quelli che non sono stati riconosciuti come rifugiati. Tutti hanno paura di dover ritornare nel proprio paese. Quando è venuto il mio turno sono stato ascoltato con attenzione, ma ero preoccupato perché non mi avevano fatto molte domande. Dopo qualche mese quando ho ricevuto la risposta positiva, ho capito che mi avevano ascoltato. Ora stava a me sforzarmi per integrarmi al meglio. Ho iniziato dalla lingua.
Oggi lavoro e cerco di continuare a fare l’attore. Sto anche preparando uno spettacolo basato sulla mia storia. Vivo tranquillamente, come tutte le persone, mi sento bene, mi sento al sicuro."

 

24 ottobre 2020, 08:53