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Vatican News

La giustizia sociale e ambientale per contrastare la povertà

E’ incentrata su questo tema l’odierna Giornata internazionale per l'eliminazione della povertà. Secondo Oxfam, a causa della pandemia mezzo milione di persone nel mondo rischiano di diventare povere. A Vatican News la testimonianza di padre Giampiero De Nardi, missionario salesiano in Guatemala: “qui non c’è povertà ma la miseria, le persone vivono in condizioni inumane”

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

“Le ferite inferte all’ambiente sono inesorabilmente ferite inferte all’umanità più indifesa”. Papa Francesco lo aveva scritto in un messaggio, nel luglio 2019, ai partecipanti al secondo Forum delle Comunità Laudato Si’, ad Amatrice. Il tema della povertà connessa allo sfruttamento del creato è centrale nel magistero del Pontefice e viene rilanciato anche nell’odierna Giornata internazionale per l'eliminazione della povertà istituita il 31 marzo 1993 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Una Giornata profondamente legata alla figura di padre Joseph Wresinski che chiese alla comunità internazionale di riconoscere l’estrema povertà come una violazione dei diritti dell’uomo. In un tempo segnato dalla pandemia, l'Oxfam, nel rapporto "Dignità e non diritti",  lancia l'allarme perchè mezzo milione di persone nel mondo rischiano di diventare povere mentre il numero dei miliardari è quasti triplicato, da 12 nel 2008 a 40 nel 2020. Negli ultimi 12 anni, in Italia, le persone in povertà assoluta sono raddoppiate, passando da 2 milioni e 113mila nel 2008 a oltre 4,5 milioni nel 2019. 

La povertà e l’ambiente

L’agenda dell'Onu, che fissa gli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile entro il 2030, definisce l'eliminazione della povertà come l’obiettivo principale da perseguire e obbliga i Paesi a porre fine alla povertà in tutte le sue forme, attraverso strategie che garantiscano il rispetto dei diritti umani per tutti.  “La povertà – scrive l’Onu per la Giornata - non è solo una questione economica, ma piuttosto un fenomeno multidimensionale che comprende sia la mancanza di reddito sia le capacità di base per vivere dignitosamente”. L’edizione del 2020 è incentrata sul tema: “Agire insieme per realizzare la giustizia sociale e ambientale per tutti”; due temi intrecciati tra loro e “mentre si sono fatti progressi – sottolineano le Nazioni Unite - nell'affrontare la povertà di reddito, si è avuto meno successo nell'affrontare le altre importanti dimensioni della povertà, compreso l'impatto dell'ambiente in rapida crescita”.

I poveri della missione di San Benito in Petén
I poveri della missione di San Benito in Petén

La miseria in Guatemala

Anche il Guatemala vive le conseguenze dello sfruttamento ambientale indiscriminato con inevitabili ripercussioni sulla vita delle popolazioni indigene. Dal 2011 è nel Paese centroamericano padre Giampiero De Nardi, 43 anni, salesiano originario di Roma. Viene da una famiglia missionaria e pioneristica perchè i suoi genitori, nel 1974, si trasferirono per due anni Amazzonia, tra gli indigeni dell’Ecuador e del Perù. Dal 2012 è impegnato a San Benito in Petén, nel nord del Guatemala:

Ascolta l'intervista a padre Giampiero De Nardi

R. - Venendo qui in Guatemala, mi sono accorto che il concetto di povertà che avevo era molto lontano dalla realtà. Qui quando parliamo di povertà, parliamo proprio di miseria, di condizioni inumane di vita dove neanche i diritti basici fondamentali vengono rispettati. Pensate a tanta gente che vive con meno di un euro al giorno perché l'unico lavoro che fa è un lavoro saltuario e in questa situazione della pandemia tutto è peggiorato notevolmente. Penso alle famiglie numerose con tanti figli, molti dei quali non arrivano neanche a compiere i 18 anni perché muoiono prima soprattutto per malattia perché la sanità non esiste. Ma si muore anche per fame perché anche il cibo non è disponibile per tutti. Penso anche al fatto che molti vivono in baracche di legno, di lamine di ferro, di acciaio, di zinco e altri vivono anche sotto un telo di plastica, di nylon perché è l'unica copertura che si possono permettere. Insomma quando penso alla povertà, penso a qualcosa che era molto lontano da quello che io avevo sperimentato e pensavo fosse la povertà. Quando porto qui i volontari a fare esperienza della nostra realtà, molti rimangono scioccati e la cosa che sempre mi colpisce è che, nonostante io abbia un blog dove racconto le nostre avventure, la gente alla fine rimane comunque scioccata perché non se lo aspetta nonostante sia preparata a questo.

Padre Giampiero De Nardi
Padre Giampiero De Nardi

Nella tua realtà stai facendo molto per i più dimenticati che in questo tempo di pandemia sono in grave difficoltà. Come state vivendo l'emergenza e cosa in questo periodo di lontananza dai fedeli hai scoperto rispetto la tua missione?

R. - La nostra parrocchia ha sempre avuto un occhio di riguardo per le attività di sostegno dei poveri, la cosiddetta pastorale sociale, la pastorale caritativa. Ci occupiamo di promozione della donna attraverso il lavoro e l’accompagnamento psicologico, abbiamo un servizio di attenzione verso i migranti perché noi siamo un territorio di passaggio per andare negli Stati Uniti, siamo un po' una piccola Lampedusa.  Abbiamo una casa per i migranti dove diamo da mangiare e dormire per un paio di notti e anche cure mediche e assistenza legale. La corruzione è molto forte e i primi a essere derubati, anche dalla stessa polizia, sono i migranti. Abbiamo una clinica medica e ogni anno passano più di duemila persone, c’è un laboratorio chimico, un dentista, una clinica psicologica che funziona grazie ai volontari. San Benito, dove mi trovo, è il luogo con il più alto indice di bambine sotto i 14 anni che rimango incinte, molte gravidanze sono frutto di abusi sessuali all'interno famiglia per cui i danni che si creano sono fortissimi. In questo tempo di pandemia abbiamo continuato, riducendo le attività ma comunque offrendole nel rispetto delle norme perché siamo in una zona rossa, con molti contagi. Siamo stati vicino alla gente anche se non potevamo celebrare le Messe, abbiamo ripreso da poco e organizzato, per esempio, una volta un giro in macchina per tutte le case con il Santissimo. Mi sono reso conto che la gente comunque in questo momento ha tanta necessità del Signore, di speranza e la possono trovare solo in Dio. Non vedevano l'ora che si potesse ricominciare e sono stati molto ordinati a mantenere le misure di precauzione che sono altissime. Però vedo che la gente è talmente contenta di poter andare a messa che accetta qualsiasi cosa, è forte la fede nella gente, è forte l'amore verso il sacerdote, lo sentono come un padre, come un amico, qualcuno che sta sempre con loro, il confidente a cui porre i problemi per trovare una soluzione e chiedergli come risolverli.

L'esposizione del Santissimo durante il lockdown
L'esposizione del Santissimo durante il lockdown

Sradicare la povertà è per te un impegno da delegare alla politica o è un qualcosa che si può fare anche nel proprio piccolo?

R. – Sradicare la povertà è un impegno cristiano. Qui in America Latina, c'è un canto di offertorio che dice che non posso celebrare l'Eucarestia se il mio fratello vive in povertà. Credo sia un messaggio importante per la nostra vita cristiana, non posso davvero fare esperienza di unione con il Signore senza aver fatto un'esperienza di solidarietà con i nostri fratelli bisognosi. Quello che posso fare e devo fare come cristiano è operare una pressione sulla politica perché si prenda cura di chi ha bisogno. E’ difficile pensare che non posso avere una casa, che devo vivere nella stessa stanza con 13 o 14 persone, per cui lì mangio, studio, per cui c'è promiscuità ed è chiaro che la pedofilia in questi paesi è molto diffusa. Non posso pensare che non c’è il cibo quotidiano. Mi è capitato che un bambino mi ha confessato: ‘padre, io ho rubato il pranzo a mio fratello perché quel giorno era il giorno che lui doveva mangiare’. E’ una cosa difficile. Una volta sono stato invitato in un villaggio e mi hanno portato a mangiare nella casa di una persona che economicamente stava un po' meglio rispetto agli altri. Mi hanno portato il piatto di tortillas, una specie di focaccia di mais e i fagioli. Mi sono messo a mangiare i fagioli che mi avevano preparato ma poi, per caso, ho alzato lo sguardo e ho visto che i fagioli li stavo mangiando solo io e la famiglia mangiava soltanto le tortillas. Avevano riservato il piatto prelibato per me, era la rinuncia che facevano. Da un lato mi rendevo conto che stavano facendo un sacrificio ma dall’altro non potevo offenderli perché l’ospitalità per i guatemaltechi è sacra. Non possiamo come cristiani rimanere con gli occhi chiusi. Una mia attenzione come missionario è sempre stata quella di far sapere, di far venire qui le persone perché conoscano e capiscano quello che è davvero la povertà.

17 ottobre 2020, 08:00