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2020.09.26 Moussa a Roma 2020.09.26 Moussa a Roma 

Moussa: in fuga dal Mali, venduto come schiavo in Libia

La storia di Moussa, fuggito dal Mali dopo il colpo di Stato del 2012. Entrato illegalmente in Algeria, viene ingannato e venduto come schiavo in Libia. La sua unica possibilità di salvezza è raggiungere l'Europa, a qualunque costo

Stefano Leszczynski - Città del Vaticano

"Mi chiamo Moussa, vengo dal Mali. Sono arrivato in Italia nel 2014, avevo 21 anni. Nel mio paese vivevo in un grande città e facevo il meccanico, anche mio padre lo era. L’officina in cui lavoravo era molto importante, si trovava in centro-città e curava la manutenzione delle auto governative. Mia mamma, invece, era una commerciante e viaggiava spesso tra il Mali e il Senegal. Da bambino ero felice, andavo a scuola, la vita era bellissima."

Ascolta la storia integrale di Moussa

Il Mali degli Anni 90

Alla fine degli Anni 90 il Mali era un paese relativamente tranquillo, uscito non senza fatica dagli anni turbolenti della lotta per l’indipendenza e dai sanguinosi colpi di Stato che hanno preceduto le prime elezioni democratiche della storia del paese nel 1992. Certo, il Mali dei primi anni del nuovo Millennio, non era un paese ricco (nel 2002 l’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite lo dava al 172.mo posto su 175) e i problemi irrisolti al proprio interno – in particolare con la minoranza Tuareg nel nord del paese – rimanevano minacciosi. Nel 2002 Moussa non ha ancora compiuto dieci anni e il nuovo presidente, eletto quell’anno, si chiama Amadou Toumani Touré. Già comandante del corpo dei paracadutisti, Toumani Touré, è considerato tra gli artefici della democrazia maliana: avendo contribuito alla redazione della Costituzione del 1991- e forte dei suoi trascorsi militari - si era guadagnato tra i suoi sostenitori il titolo di “soldato della democrazia”.

Ascolta l’infanzia di Moussa

Il tempo del cambiamento

"Le cose sono cambiate anche da un punto di vista economico dopo la morte di mia madre, in seguito ad una lunga malattia. Mio padre, infatti, non guadagnava granché con il suo lavoro. Quando è morto anche lui io avevo più o meno 17 anni e ho dovuto iniziare ad aiutare mia sorella e i miei 4 fratelli. Ho lasciato la scuola e sono stato assunto come apprendista nella stessa officina in cui lavorava mio padre. E’ stato un bel gesto di solidarietà da parte del suo vecchio principale!
Le cose sembravano procedere, nonostante le difficoltà, ed io stavo imparando bene il mestiere. Il colpo di Stato del 22 marzo 2012 però ha mandato tutto all’aria."

Disordini in Mali
Disordini in Mali

Il colpo di Stato del 2012

A guidare il golpe contro il presidente Amadou Toumani Touré è un giovane capitano dell’esercito, si chiama Amadou Haya Sanogo e cavalca il malcontento dei militari che non si sentono appoggiati nella campagna contro i ribelli Tuareg, che puntano alla secessione dell’Azawad. La stampa dell’epoca parla di un golpe quasi senza spargimento di sangue, ma gli arresti sono molti, la Costituzione e tutti i diritti civili sono sospesi. La giunta militare nomina come presidente ad interim Dioncounda Traoré; nel governo che viene istituito difesa, interni e amministrazione territoriale vengono affidati ad ufficiali golpisti.

L’arresto e le torture

"Dopo il colpo di Stato hanno iniziato ad arrestare tutti quelli che lavoravano per il governo. I militari hanno fatto irruzione anche nella nostra officina e hanno arrestato tutti. Cercavano il principale, ma lui quel giorno non c’era. Io e i miei compagni, invece, non siamo riusciti a scappare. Ci hanno portato in un campo militare fuori città, dove avevano rinchiuso molte persone che lavoravano con il governo, accusandole di corruzione e anche tanti militari fedeli al presidente.
Durante gli interrogatori mi chiedevano dove si fosse nascosto il proprietario dell’officina, ma io non sapevo niente. Non mi credevano e mi hanno torturato. Le condizioni di vita nel campo erano insopportabili: dormivamo per terra, in recinti sovraffollati, avevamo un secchio per i bisogni che dovevamo svuotare a turno, il cibo era immangiabile. Là ho perso la cognizione del tempo, c’era da impazzire. Ogni giorno prendevano qualcuno per interrogalo e molti non facevano ritorno."

Ascolta il racconto delle torture

L’inizio della fuga

"Un giorno, mentre portavo fuori il secchio per gli escrementi, ho approfittato della distrazione di un militare di guardia e sono riuscito a scavalcare il muro di cinta. Ho corso e camminato per ore, finché ho visto una casa. Ho chiesto aiuto, ma gli abitanti avevano paura. Ho implorato che mi lasciassero almeno fare una telefonata per chiamare mio zio e farmi venire a prendere. Fortunatamente hanno ceduto.
Quando mio zio è venuto a prendermi mi ha tenuto nascosto per qualche giorno ma alla fine mi ha detto: la tua vita è in pericolo, non puoi rimanere qui, perché hai visto troppe cose mentre eri nel campo, ti cercheranno per non farti parlare."

Un paese nel caos

Nei giorni successivi al colpo di Stato nel paese regna il caos: i militari imperversano; è caccia a chiunque sia sospettato di avere collaborato con il governo precedente. Gli arresti e le detenzioni arbitrarie da parte delle nuove forze di sicurezza sono all’ordine del giorno, soprusi e torture diventano la regola. I testimoni, come sempre, fanno paura e ogni mezzo è lecito per indurli al silenzio. La fuga per molti è l’unica speranza di salvarsi. In 300mila si rifugiano nei paesi confinanti: Mauritania, Burkina Faso, Niger e Algeria. Per Moussa, come per altri 30mila maliani, il confine algerino è il più vicino da raggiungere. Suo zio cerca di rassicurarlo: si tratta di una soluzione temporanea, fino a quando la situazione non si sarà stabilizzata e Moussa potrà rientrare in patria. Ma i disordini durano più a lungo del previsto e le poche risorse di Moussa si esauriscono in fretta.

Caos in Mali
Caos in Mali

Verso l’Algeria

"Un amico di mio zio si è offerto di farmi passare il confine algerino nascosto nel cassone del suo pick-up. Non avevo molto con me: uno zainetto con due pantaloni e qualche maglietta, nient'altro. E poi mio zio mi ha dato 15mila Sefa, la moneta che usiamo in Mali, l’equivalente di circa 20- 30 euro. Eravamo sicuri che non sarei stato via per molto tempo.
In Algeria, non conoscevo nessuno e non sapevo dove andare. Ho girovagato per giorni, finché non mi sono imbattuto in una moschea. Lì ho trovato un riparo; di giorno camminavo senza una meta, all’ora della preghiera andavo alla moschea e poi rimanevo lì per mangiare e riposarmi.
Un giorno, un signore che frequentava la moschea regolarmente mi si è avvicinato ed ha ascoltato la mia storia. L’ho incontrato diverse volte e a un certo punto si è offerto di aiutarmi. Mi ha spiegato di avere un figlio che lavorava in Libia e che se lo desideravo avrebbe potuto aiutarmi a trovare un lavoro. Inizialmente non ho preso in considerazione quella proposta perché aspettavo il momento opportuno per rientrare in Mali, ma ogni volta che telefonavo a mio zio le notizie non erano mai buone. Dopo parecchie settimane che mi trovavo in Algeria avevo finito i soldi e non sapevo neppure come procurarmi da mangiare tutti i giorni. Alla fine ho accettato la proposta di andare in Libia, sarei sempre potuto tornare indietro se le cose fossero migliorate."

Venduto come schiavo

"Dopo alcuni giorni di viaggio in macchina, quando sono arrivato il Libia, un signore mi è venuto a cercare, dicendomi che era lui la persona dalla quale ero stato mandato. E così ho iniziato a lavorare per lui: svolgevo le faccende domestiche, davo da mangiare agli animali sul retro della casa, ero al suo servizio. La cosa è andata avanti un mese, due mesi, tre mesi. Lavoravo senza orario, capitava che mi chiamasse a qualsiasi ora del giorno e della notte. Non era una persona gentile, ma si trattava pur sempre di lavoro.
Finché un giorno ho preso il coraggio a due mani e gli ho chiesto la mia paga, avevo bisogno di comprare degli effetti personali e fino a quel momento non avevo visto un soldo.
Mi ha riso in faccia e mi ha detto: ma di che soldi parli? Non ti ha detto proprio niente il signore che ti ha mandato qua?Dopo essere fuggito da quella casa sono andato a stare in un campo dove vivevano altri migranti. La mattina mi alzavo per andare sulla strada in un punto dove si poteva rimediare un lavoro per la giornata. Il problema era che non tutti alla fine ti pagavano, alcuni dopo il lavoro ti cacciavano e basta. Quando invece riuscivi a farti pagare, il più delle volte venivi rapinato sulla via del ritorno. Ti puntavano le armi e si prendevano tutto. Era pericoloso opporsi. Io cercavo di nascondere parte dei soldi nel colletto della maglietta o nella cintura, ma non sempre andava bene."

Ascolta il racconto della schiavitù

La tratta e la schiavitù in Libia

Nel 2012 la Libia è un paese in preda all’anarchia. La morte di Muhammar Gheddafi, avvenuta l’anno prima, ha lasciato mano libera ai potentati locali e alle bande di miliziani. La tratta delle persone è diventata la principale fonte di ricchezza. Non esistono leggi sull’immigrazione o sull’asilo in Libia. I dati diffusi dall’OIM - Organizzazione Internazionale per le Migrazioni riferiscono di veri e propri mercati degli schiavi. Il borsino dei migranti prevede cifre variabili per la compravendita dei migranti: tra i 500 e i mille dollari se venduti subito dopo il loro ingresso illegale dai passeur. Per le bande criminali si tratta di un investimento lucroso: il riscatto che viene chiesto per la loro liberazione si aggira intorno ai 7mila dollari, per le donne la cifra si alza parecchio, fino a 12mila dollari. A pagare sono i parenti cui vengono inviati i video e i filmati delle torture inflitte ai prigionieri. Moussa è fortunato, con l’aiuto di un altro immigrato maliano conosciuto casualmente, riesce a fuggire dal suo padrone e va ad alimentare la folta schiera di migranti senza documenti ammassati in campi di fortuna ed esposti ad ogni abuso.

Milizie libiche
Milizie libiche

L’incontro con i trafficanti

"Un giorno mentre tornavo dal lavoro mi hanno fermato e mi hanno chiesto i documenti. Non ne avevo di nessun tipo con me. Dicevano di essere poliziotti, ma non era vero. Mi hanno catturato e rinchiuso in una specie di prigione. Per uscire avrei dovuto pagare un riscatto. Volevano che chiamassi qualcuno per farmi spedire dei soldi. Facevano così con tutti.
Io non ricordavo nessun numero di telefono a memoria e non avevo nessuno da chiamare, quindi mi hanno lasciato lì diversi giorni prima di liberarmi. Sono stato molto fortunato. Altri venivano portati via dalla cella e non ne sapevi più nulla.
Stare in Libia stava diventando sempre più pericoloso ed io stavo pensando che sarebbe stato meglio tornare in Algeria, ma non sapevo come. Un ragazzo del mali, che ormai viveva da molto tempo in Libia, mi ha detto che conosceva qualcuno che forse avrebbe potuto aiutarmi. E’ così che ho saputo della possibilità di lasciare la Libia in barca. L’avevano prospettata come una cosa semplice: due ore e sei in Italia."

I trafficanti e l’imbarco

Dopo la rivolta libica del 2011, le città costiere di Zuwara, Sabrata e Zawiya sono diventate i tre snodi principali del traffico di persone verso l’Europa. Le reti criminali che gestiscono le partenze agiscono secondo un copione ben preciso: i migranti vengono ammassati in centri di raccolta fino a raggiungere la capienza massima per ogni barcone. Fatti salire a bordo viene loro fornito un telefonino con cui poter chiamare i soccorsi e indicazioni sommarie sulla rotta da seguire. Secondo le molte testimonianze raccolte dalle organizzazioni per i diritti umani le barche vengono spesso scortate dalle motovedette libiche fino al limite delle acque internazionali. Il costo di questa ‘crociera’si attesta tra gli 800 e i mille euro, ma talvolta i trafficanti si accontentano semplicemente di toglierti tutto il denaro che hai a disposizione.

Migranti dalla Libia
Migranti dalla Libia

La ‘crociera’ verso l’Italia

"I trafficanti mi hanno portato in una casa isolata vicino al mare dove sono rimasto due settimane. Al mio arrivo c’erano già una quarantina di persone, ma ogni giorno ne venivano portate altre, 3/5 persone al giorno.
Una mattina, all'alba, ci hanno caricato su dei furgoni e ci hanno portato alla barca. Quando abbiamo visto il rottame sul quale volevano farci salire molti di noi si sono rifiutati. Sono stati picchiati, legati e gettati a bordo.
Non avevo altra scelta sono salito, eravamo tantissimi, mi sono ritrovato in una stiva stretta, vicino ai motori. Sono svenuto quasi subito. Al timone c’era uno di noi, gli avevano dato una bussola e un telefono per chiamare i soccorsi, ma ha smesso di funzionare quasi subito. Abbiamo passato due notti in mare; ci avevano detto: due ore e siete dall’altra parte! Eravamo stremati quando ci ha trovato la barca italiana che ci ha salvati. Ma la certezza di essere in salvo l’ho avuta solo quando siamo sbarcati in Sicilia."

Ascolta la storia del viaggio

L’arrivo in Italia

"Dopo due giorni sono stato trasferito a Genova. E’ lì che ho potuto presentare la domanda d’asilo. 12 mesi più tardi ho fatto il colloquio in commissione e sono stato riconosciuto rifugiato.
Ero certo che non avrebbero respinto la mia richiesta, non potevo certo tornare nel mio paese…, sarei morto!
Ho cominciato da subito a cercare un lavoro. Non volevo essere un peso per lo Stato italiano. All’inizio ho trovato solo impieghi saltuari e senza contratto. Ho lavorato anche in un circo, come inserviente. Ma erano strade che non portavano da nessuna parte."

Le difficoltà dell’integrazione

Rendersi indipendente, prendere in mano il proprio destino. Le aspirazioni di Moussa sono semplici e passano attraverso la ricerca di un lavoro, ma un lavoro ‘in regola’. Per chi è passato attraverso l’esperienza della schiavitù, lo sfruttamento lavorativo non è un opzione accettabile. Le prime esperienze non sono incoraggianti: lavoretti in nero, concessi da italiani quasi a titolo di favore; poi l’esperienza sconfortante come inserviente in un circo, dal quale viene cacciato dopo aver chiesto di essere messo in regola. L’ostacolo principale dopo aver ottenuto un permesso di soggiorno è l’assenza di specifici percorsi di integrazione e senza le informazioni giuste diventa difficile costruire un progetto di vita nel paese che ti ospita.

Una nuova vita

"Quando sono arrivato a Roma, non avevo una casa. Ho cominciato a dormire sotto i ponti e alla stazione. Il pomeriggio andavo al Centro Astalli per mangiare. E’ stato lì che mi hanno aiutato ad orientarmi, mi hanno spiegato come fare le cose, dove si trovavano gli uffici per l’immigrazione. E’ un grosso ostacolo quando non conosci i posti e non sai quello che devi fare. Attraverso l’ufficio immigrazione della Questura sono riuscito a entrare in un centro d’accoglienza per sei mesi e in quel tempo sono riuscito a fare un corso di cucina per diventare cuoco. Avrei voluto fare un corso da meccanico, ma ci voleva troppo tempo. Non ce l’avrei fatta in sei mesi.
Adesso lavoro in un ristorante giapponese e mi trovo bene in Italia, è un paese bellissimo. Ma anche se ho preso la mia vita tra le mani e sono al sicuro, mi manca sempre qualcosa: è il vuoto lasciato dalla perdita della mia terra, delle persone a cui volevo bene."

 

26 settembre 2020, 10:20