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Vatican News

Il Mediterraneo, mare nostrum per i vivi e per i morti

Sono stati salvati da poco gli oltre 60 migranti a bordo di una nave alla deriva, rimasti per ore senza soccorso. E, mentre continuano le polemiche per il rafforzamento della collaborazione Italia-Libia, un’altra drammatica fotografia fa appello alle coscienze degli europei. Ai nostri microfoni Federico Soda, capo missione Oim in Libia, che parla di "orrori inimmaginabili"

Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

È una foto, ancora una volta, a raccontare l’orrore legato alle migrazioni verso l’Europa. La foto di un corpo incastrato tra i resti di un gommone, alla deriva per giorni, senza l’intervento di nessuno per recuperarlo. E mentre l’immagine girava e lo sdegno aumentava, la politica continuava a seguire le sue strade, lontane da pietà e umanità, necessarie a dare degna sepoltura ai morti e al soccorso dei vivi. Come le 65 persone a bordo di una barca alla deriva nella zona Sar maltese, che hanno rischiato di morire perché per oltre 24 ore nessuno è andato in loro aiuto. Soltanto poche ore fa, sono state raggiunte dalle forze armate maltesi.

Più solida che mai l’intesa Italia-Libia

In Italia, intanto, si votava di nuovo il rifinanziamento della missione in Libia, compresi i fondi diretti alla Guardia costiera di quel Paese, mentre la ministra dell’Interno Lamorgese volava a Tripoli per consegnare 30 automezzi per il controllo delle frontiere terrestri e per garantire al premier Fayez al Serraj che l’Italia continuerà a collaborare con i libici per il contenimento dei flussi migratori.

Il Papa e il suo dolore per i “lager” libici

La Libia, è fatto noto, non si distingue per la difesa dei diritti umani; i suoi centri di detenzione sono stati definiti “lager” da Papa Francesco, dove si vive un “inimmaginabile inferno”. Ma, nonostante nessuno vi possa entrare, abusi e torture sono stati ampiamente dimostrati. Di qui la richiesta della Lamorgese affinché si agisca sempre “nel rispetto dei diritti umani e della salvaguardia delle vite in mare e in terra”. L’indicazione del Viminale è diretta: serve chiudere i centri di detenzione governativi ed evacuarli con corridoi umanitari organizzati dall’Ue e gestiti dall'Alto Commissariato dell'Onu per i Rifugiati (Unhcr) e Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). “Credo che la chiusura semplifichi un po' troppo la questione – è l’opinione di Federico Soda, a capo della missione dell’Oim a Tripoli –. Si dovrebbe parlare più della fine della detenzione arbitraria che c’è in Libia e della fine di queste condizioni inaccettabili. Se nel contesto attuale in Libia non possono esserci centri, perché i libici non riuscirebbero a gestirli in questo modo, va bene, però il Paese in qualche modo il diritto di avere dei centri amministrativi per i migranti ce l’ha, diventa inaccettabile se è un contesto in cui questi centri sono in violazione di diritti umani e luoghi di abuso”.

Ascolta l'intervista con Federico Soda

L’indifferenza europea

È stato proprio Soda, nei giorni scorsi, a parlare – come Francesco – di ‘orrori assolutamente inimmaginabili’ perpetrati nei centri di detenzione libici, “e non è niente di nuovo – aggiunge – sono abusi che sono ben documentati, ben raccontati e che, nonostante la consapevolezza di tutti, continuano! È questo che preoccupa, è questo che è grave, come è possibile che non si possa mettere fine a questa situazione? Dipende dalla mancanza di volontà e dal terrore che le persone si imbarchino e arrivino in Europa”.  

Chi affronta il mare va soccorso e assistito

A luglio si calcola che siano giunte in Italia circa 2.800 persone, il che ha fatto salire a 10mila il totale dei migranti arrivati dall’inizio dell’anno. Per altri seimila, invece, il destino ha riservato il ritorno in Libia, minori non accompagnati compresi. Ed è ancora l’Oim a ripetere che le persone salvate o intercettate in mare non dovrebbero essere riportate in Libia, perché non è un porto sicuro. Chi affronta il mare, chi rischia la vita, “va soccorso e va assistito – incalza Soda – prima bisogna soccorrere e poi porsi il problema di trovare soluzioni, e questo cade sulle spalle di tutta l'Europa. La frontiera è una frontiera esterna comune, la mancanza di solidarietà a livello europeo su queste questioni ci porta alle politiche attuali”.  Per Soda, inoltre, ciò di cui non si parla abbastanza è su come operare per una stabilizzazione della Libia, affinché possa essere in grado di dimostrare di avere capacità di gestione dei flussi migratori.

Inutile chiudere le porte dell’Europa

Si invoca un’azione europea per mettere fine agli orrori libici, ma si tratta di parole vuote, perché la questione migranti trova un’Europa drammaticamente compatta nell’alzare i muri. “Credo che l’Europa sia unita su questo – prosegue Soda – perché manca una politica interna migratoria e sull'asilo, su come gestire la questione di questi flussi migratori che si trovano alle porte dell'Europa. Dato che se apriamo la porta non riusciamo a gestire insieme la situazione, il punto comune è di cercare di chiuderla. Ma le porte dei flussi migratori non si chiudono, l’unica cosa che aumenta è la sofferenza e, nel caso del Mediterraneo centrale, il numero dei morti in mare”. E se pensiamo al corpo che galleggia in pieno Mediterraneo, sbotta Soda, “è incredibile che questo accada al confine con il blocco di Paesi più ricchi del mondo”. La soluzione di tale questione, è la conclusione di Soda, “non si troverà mai nel mare, facendo o non facendo soccorsi. Queste questioni si affrontano su terraferma, con Paesi sicuri, con politiche chiare, che invece mancano, e che rispettino norme internazionali e convenzioni europee, cosa che non accade”.

17 luglio 2020, 15:46