Cerca

Vatican News
Migranti in centri di accoglienza a Lampedusa Migranti in centri di accoglienza a Lampedusa  (ANSA)

Onu: il caso dei migranti uccisi in Libia è punta di un iceberg

Choc per il tragico episodio dei migranti intercettati in mare, riportati a terra in Libia e uccisi. Si sollecita un’indagine urgente e si mettono in discussione i finanziamenti alle autorità locali. Intanto, in queste ore, il rapporto di agenzie internazionali fotografa “inenarrabili brutalità” e “condizioni raccapriccianti”

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Tre migranti sudanesi freddati dalle forze dell’ordine libiche mentre tentavano la fuga: interrotto il viaggio verso l’Europa, non potevano pensare di tornare nei centri di detenzione. E’ accaduto nella notte tra lunedì e martedì a Khums, a est di Tripoli.  "Le sofferenze patite dai migranti in Libia sono intollerabili", commenta Federico Soda,  capo missione Oim in Libia.  Vincent Cochetel, inviato speciale dell'Organizzazione per i rifugiati (Unhcr) per il Mediterraneo centrale ribadisce: la Libia non è un porto sicuro per lo sbarco.  La drammaticità di quanto avviene sulle sponde del Mediterraneo è chiarita ancora una volta nel rapporto pubblicato dall'agenzia Onu per i rifugiati Unhcr, con la collaborazione del Mixed Migration Centre (Mmc) del Danish Refugee Council, intitolato "In questo viaggio, a nessuno importa se vivi o muori".  Per gli episodi denunciati si leggono espressioni come “inenarrabili brutalità” e “disumanità”.

Il drammatico record di mortalità

Migliaia di rifugiati e migranti muoiono e molti subiscono gravi violazioni dei diritti umani durante i loro viaggi lungo le rotte dall'Africa occidentale e orientale alle coste nordafricane del Mediterraneo, tra le più mortali al mondo. Il rapporto segnala che almeno 1.750 migranti e rifugiati hanno perso la vita nel 2018 e nel 2019 durante questi viaggi. Si tratta di un tasso di almeno 72 decessi al mese, un andamento che rende la rotta una delle più pericolose al mondo per rifugiati e migranti. Per quanto riguarda il 2020, sebbene la maggior parte delle testimonianze e dei dati siano ancora in fase di ricezione, è certo che siano almeno 70 i rifugiati o migranti che hanno già perso la vita nell'arco dell'anno, tra cui almeno 30 persone uccise per mano di trafficanti a Mizdah, in Libia, a fine maggio. Secondo il rapporto, circa il 28 per cento delle morti registrate nel 2018 e nel 2019 lungo questa rotta si è verificato nel corso dei tentativi di traversata del deserto del Sahara. Altre località potenzialmente mortali comprendono Sebha, Cufra, e Qatrun nella Libia meridionale, l'hub del traffico di esseri umani Bani Walid a sud-est di Tripoli, e numerose località lungo la parte di rotta che attraversa l'Africa occidentale, tra cui Bamako e Agadez.

L’incubo per chi rientra in Libia

Tra quanti si mettono in mare verso l’Italia e l’Europa, finora nel 2020, oltre 6.200 sono stati riportati in Libia. Una volta sbarcati, spesso sono "trattenuti arbitrariamente in centri di detenzione ufficiali, in condizioni che il rapporto definisce raccapriccianti, oppure finiscono in 'centri non ufficiali', depositi controllati dai trafficanti che li sottopongono a maltrattamenti fisici per estorcere loro pagamenti in denaro". E il dato finale di quest'anno probabilmente eclisserà quello di 9.035 persone ricondotte nel Paese registrato nel 2019. "I dati raccolti mostrano ancora una volta come la Libia non sia un luogo sicuro presso cui ricondurre le persone", ha dichiarato Bram Frouws, Responsabile del Mixed Migration Centre. "Sebbene questo rapporto potrebbe non essere l'ultimo che documenta tali violazioni, arricchisce il crescente numero di prove che non possono più essere ignorate".

In tema di responsabilità

Il Rapporto descrive in che modo "la maggior parte delle persone in viaggio lungo queste rotte cada vittima di violenze o assista a episodi di inenarrabili brutalità e disumanità per mano di trafficanti, miliziani e, in  alcuni casi, i funzionari pubblici". Secondo il rapporto, negli ultimi anni sono stati conseguiti progressi saltuari per rispondere alla situazione in Libia, con alcuni dei criminali responsabili degli abusi e delle morti sanzionati o posti in stato di arresto. Si è registrata, inoltre, una riduzione del numero di persone trattenute nei centri di detenzione ufficiali libici. L'Unhcr continua a chiedere di porre fine alla detenzione arbitraria di rifugiati e richiedenti asilo ed è pronta a supportare le autorità libiche nell'individuazione e dell'implementazione di misure alternative alla detenzione.

L’appello di Filippo Grandi ai leader regionali

"Per troppo tempo, gli atroci abusi subiti da rifugiati e migranti lungo queste rotte via terra sono rimasti largamente invisibili", ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario Onu per i rifugiati. "Questo rapporto documenta omicidi e diffuse violenze della più brutale natura, perpetrati contro persone disperate in fuga da guerre, violenze e persecuzioni. E’ necessario che gli Stati della regione mostrino forte leadership e intraprendano azioni concertate, con il supporto della comunità internazionale, per porre fine a tali crudeltà, proteggere le vittime e perseguire i criminali responsabili".

29 luglio 2020, 07:54