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In Italia un nuovo gruppo di profughi da Lesbo

Quattro famiglie sono arrivate in Italia grazie al corridoio umanitario organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, con il sostegno dell’Elemosineria Apostolica. Si aggiungono ai 57 che hanno vissuto già questa esperienza a partire da quattro anni fa, quando un primo gruppo seguiva Francesco sul volo da Lesbo a Roma

Lisa Zengarini - Città del Vaticano 

Sono più di 20mila i rifugiati e i migranti ancora bloccati sull’isola di Lesbo. La maggioranza, circa 16mila, sono sistemati in condizioni sovraffollate e precarie nelle strutture e tende circostanti del campo profughi di Moria, i rimanenti nell’altro centro di “Kara Tepe” e in appartamenti nella vicina Mitilene. 4mila i minori non accompagnati. Come nelle vicine isole di Samos e Chios, la situazione è esplosiva ed è stata resa ancora più drammatica dall’emergenza Covid-19. Anche se finora a Lesbo non si sono fortunatamente registrati casi di Coronavirus, il lockdown, ancora in vigore nei campi fino al 19 luglio, ha accresciuto le tensioni e sta avendo un duro impatto psicologico sui rifugiati.

I profughi arrivati a Roma
I profughi arrivati a Roma

L'arrivo in Italia

Dopo oltre sei lunghi mesi di attesa a causa della pandemia, 10 di loro, appartenenti a quattro famiglie, sono giunti il 16 luglio in Italia, grazie al corridoio umanitario organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, con il sostegno dell’Elemosineria Apostolica. Si tratta dell’ultimo gruppo di profughi che Papa Francesco ha voluto portare  al sicuro, che si aggiunge ai 57 già venuti con diversi viaggi, il primo dei quali il 16 aprile 2016, sull’aereo con cui è tornato a Roma dalla sua storica visita nell'isola.

Il lungo impegno di Sant'Egidio e del Vaticano

L’impegno di Sant’Egidio non si limita però all’organizzazione dei corridoi umanitari per portare via i profughi più vulnerabili. “La Comunità è stata presente a Lesbo tutto l’anno ed è stato un impegno molto consistente di volontari che sono venuti dall’Italia”, spiega a Vatican News Daniela Pompei, responsabile per i servizi agli immigrati dell’organizzazione, rientrata dalla Grecia insieme al gruppo.

Ascolta la dichiarazione di Daniela Pompei

Nonostante l’emergenza sanitaria -  dice -  i volontari ci saranno anche quest’estate per distribuire beni di prima necessità, cibo e per sostenere percorsi di integrazione, come corsi di lingua: “Ci saremo anche per dare sostegno ai bambini, perché a Lesbo ci sono tantissimi bambini con le loro famiglie, non solo minori non accompagnati, bambini che con difficoltà vanno anche a scuola”. Ma - aggiunge - occorre anche abbassare la tensione  accresciuta da un lockdown molto lungo: “Medici senza frontiere (che è presente a Lesbo per anche in questo periodo di emergenza sanitaria), ci ha raccontato di una depressione diffusa, in particolare tra ragazzi soli e le donne. Stare sempre dentro e non fare niente può provocare una depressione collettiva. Ci sono stati anche suicidi. Quindi è utile aiutare un percorso di integrazione nell’isola” e favorire l’incontro dei migranti con la popolazione locale, anch’essa provata da una situazione oggettivamente difficile, spiega Pompei.

I profughi arrivati a Roma
I profughi arrivati a Roma

IIl lavoro di Sant’Egidio a Lesbo si affianca all’intensa opera svolta dalla Chiesa cattolica greca nei centri di accoglienza in Grecia, in particolare attraverso la Caritas Hellas, che di recente ha lanciato un nuovo allarme sulla situazione insostenibile dei profughi accampati nelle isole dell’Egeo (42mila in tutto compresa Lesbo), chiedendo un’azione urgente da parte delle autorità greche e della comunità internazionale.

Ultimo aggiornamento 17.07 ore 15.47

16 luglio 2020, 15:00