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Srebrenica, 25 anni dopo il mondo piange e assicura: “Mai più genocidi"

Nel memoriale di Potocari, sobborgo della città bosniaca teatro, l’11 luglio 1995, del più grave massacro di civili dalla Seconda guerra mondiale, compiuto dall’esercito serbo bosniaco, con 8327 vittime musulmane bosniache accertate, oggi la sepoltura dei resti di 9 trucidati e buttati in fosse comuni. Le parole dei vertici europei e dell’Onu, che non impedirono il genocidio, e le testimonianze di un sopravvissuto e della presidente della comunità bosniaca di Roma

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Nel cimitero-memoriale di Potocari, il sobborgo di Srebrenica che ospitava la base dei Caschi blu dell’Unprofor, la forza di peacekeeping creata dalle Nazioni Unite per la sicurezza delle popolazioni durante la guerra nei Balcani, oggi è il giorno dei funerali di nove vittime del genocidio. Uccise tra l’11 e il 16 luglio di 25 anni fa, i loro resti sono stati riconosciuti solo quest’anno, dopo il recupero da una delle 70 fosse comuni sparse in Bosnia orientale, nella valle della Drina.

Ancora da ritrovare i resti di mille trucidati 

Ma devono ancora essere ritrovati i resti di più di mille civili e militari bosgnacchi, i musulmani di Bosnia, tra gli 8.327 trucidati dagli uomini del generale serbo bosniaco Ratko Mladic, condannato all’ergastolo per genocidio e crimini di guerra, il 22 novembre 2017, dal Tribunale penale internazionale per l’ex Yugoslavia. Il più giovane ad essere sepolto oggi nel grande prato di Potocari è Salko Ibisevic, 23 anni nel 1995, mentre il più anziano è il settantenne Hasan Pezic.

Causa Covid, presenti solo familiari, sopravvissuti e autorità

A Potocari, per le celebrazioni dell’anniversario, a causa della pandemia di Covid-19, sono ammessi solo i familiari delle vittime, alcuni superstiti che hanno partecipato alla Marcia della Pace da Nuzak a Srebrenica, le autorità bosniache, i rappresentanti religiosi come, per la Chiesa cattolica, Il cardinale Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo, e il nunzio in Bosnia ed Erzegovina Luigi Pezzuto, ed i rappresentanti del corpo diplomatico, mentre le personalità internazionali che dovevano essere presenti hanno inviato messaggi video. Anche le vittime sepolte il giorno dell’anniversario del genocidio, come da tradizione fin dal 2003, anno di inaugurazione del memoriale, avrebbero potuto essere di più, ma i familiari, emigrati come molti bosniaci durante e dopo la guerra, non hanno potuto raggiungere la Bosnia.

Von der Leyen (Ue): “Allora abbiamo fallito, mai più genocidi”

"il mondo intero si rende conto che abbiamo fallito nel proteggere coloro che avevano più bisogno della nostra protezione – afferma nel video inviato attraverso Twitter la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen -. E' nostro dovere ricordare, parlarne e agire: non ci sarà più sangue versato in nome della razza o della religione. Mai più genocidi". Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, sottolinea che "tutti gli europei dovrebbero essere furiosi per quanto è stato permesso che accadesse a Srebrenica: uno dei capitoli più oscuri della storia dell'Europa moderna". Ma, avverte, "ancora oggi continuiamo a sentire un linguaggio simile a quello che ha portato a questi atti vergognosi. Dobbiamo rimanere vigili e sfidare l'odio e l'intolleranza, in Europa e in Bosnia".

Il cardinale Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo, e il nunzio in Bosnia ed Erzegovina Luigi Pezzuto, depongono fiori a Potocari
Il cardinale Vinko Puljic, arcivescovo di Sarajevo, e il nunzio in Bosnia ed Erzegovina Luigi Pezzuto, depongono fiori a Potocari

Guterres: l’Onu non ha difeso il popolo di Srebrenica

Parole simili anche dal segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, che ricorda: "Un quarto di secolo fa, le Nazioni Unite e la comunità internazionale non hanno difeso il popolo di Srebrenica" e "come ha detto l'ex segretario generale Kofi Annan, questo fallimento 'perseguiterà la nostra storia per sempre'''. Anche se i principali artefici di alcune delle peggiori atrocità commesse in Bosnia Erzegovina durante la guerra nell'ex Jugoslavia sono stati consegnati alla giustizia, aggiunge Michelle Bachelet, alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, “resta ancora molto da fare per garantire la responsabilità, fornire un risarcimento alle vittime e promuovere la riconciliazione". Che significa, per Guterres “respingere la negazione del genocidio e dei crimini di guerra e qualsiasi tentativo di glorificare i criminali di guerra condannati”, ma anche “riconoscere la sofferenza di tutte le vittime e non attribuire una colpa collettiva".

Una sopravvissuta: “Volevate cancellarci, ma non cancellerete il ricordo”

All’inaugurazione del Memoriale, il 31 marzo 2003, davanti a Bill Clinton, presidente Usa nella seconda parte della guerra 1992-1995, per i familiari delle vittime parlò la giovane studentessa Almedina Dautbasic, che ha perso entrambi i genitori. Si rivolse così agli autori del genocidio: "Voi avete tentato di cancellare un popolo intero, ma ricordatevi: non potrete mai cancellare i nostri ricordi. Quel che avete fatto è il male più grande che potevate farci e vi perseguiterà finché nella vostra coscienza ne esisterà anche una sola traccia. Mantenere viva la memoria del vostro crimine è un nostro diritto e una promessa che facciamo a noi stessi". Il Gran Muftì di Bosnia Mustafa Ceric, nel corso della cerimonia religiosa, ricordò che "la vendetta rende più difficile la giustizia, per questo dobbiamo pregare perché la tristezza diventi speranza".

Hasan, vivo perché interprete dei Caschi blu

Per mantenere vivo il ricordo di quanto accaduto, nel memoriale di Potocari, lavora Hasan Nuhanovic, che 25 anni fa ha perso i genitori Ibro e Nasiha e il fratello minore Mohammad. Hasan si era iscritto ad ingegneria meccanica all’Università di Sarajevo, dove vive oggi. Ma nel 1992, a 24 anni, allo scoppio della guerra torna a Vlasenica dalla sua famiglia, che presto fugge dallo zio di Hasan a Srebrenica, città assediata dai serbo bosniaci e simbolo della resistenza dei bosgnacchi, dichiarata nell’aprile 1993 “zona protetta” dall’Onu.

Hasan Nuhanovic (a destra)
Hasan Nuhanovic (a destra)

Ma la sua famiglia viene lasciata agli aguzzini

Hasan viene assunto come interprete dai 150 Caschi blu canadesi, e continua nel suo lavoro anche quando questi sono sostituiti da 600 olandesi. Autorizzati, come tutte le truppe Unprofor, a usare la forza solo per autodifesa, un criterio certo non sufficiente per la protezione dei civili di Srebrenica. Quando l’esercito serbo bosniaco entra in città, comincia subito a separare uomini e ragazzi bosniaci oltre i 13 anni dal resto della popolazione, alla ricerca di "criminali di guerra". Hasan e la sua famiglia, insieme a circa 25 mila civili, raggiunge la base dei Caschi blu a Potocari, sperando nella protezione delle truppe olandesi e della bandiera dell'Onu.

I Caschi blu, solo 600, non proteggono i 40 mila di Srebrenica

Nonostante sia evidente che gli uomini di Mladic, coordinati dal colonnello Ljubiša Beara, vero ingegnere dello sterminio, si stavano preparando a massacrare gli uomini bosniaci, gli olandesi non riescono a fermare le deportazioni, e dopo un giorno, costringono i 5 mila che si sono rifugiati nella base, tra i quali la famiglia Nuhanovic, a lasciarla. Hasan, in quanto dipendente Onu, ha il diritto di rimanere. Traduce il terribile ordine ai suoi, dopo aver supplicato gli olandesi di lasciarli stare nella base. Chiede allora di poter seguire la sua famiglia, ma i Caschi blu gli impongono di rimanere, per proseguire il suo lavoro di interprete. Hasan vede uscire i suoi dalla base, e riavrà il corpo del padre nel 2006, della madre nel 2009 e del fratello solo nel 2010, dopo aver riconosciuto le scarpe e i jeans che gli aveva comprato nella primavera del 1995.

La causa di Hasan contro i Paesi Bassi

Nel 2008 Hasan inizia una causa civile contro i Paesi Bassi, sostenendo che i Caschi blu olandesi, consegnando ai serbi bosniaci il padre, il fratello e un terzo uomo di nome Rizo Mustafic, avevano commesso crimini di guerra, erano stati coinvolti in un genocidio e avevano violato i diritti umani fondamentali. Nel 2013, dopo oltre cinque anni di processo, la Corte Suprema dei Paesi Bassi si è accordata con Hasan per un risarcimento, riconoscendo che il governo olandese aveva il controllo dei suoi soldati a Srebrenica, e questi erano responsabili della morte dei due uomini e del ragazzo. Il caso ha creato un precedente di grande importanza nel diritto internazionale. “E’ stato per la mia famiglia" dichiara Hasan alla fine del processo.

“Per mia figlia e il mio Paese non posso nascondermi”

Oggi, dopo un master in pubbliche relazioni internazionali, Hasan sta facendo un dottorato di ricerca in genocidio. “Purtroppo è una materia di studio molto difficile e triste” dice a Vatican News. Gli chiediamo con quali sentimenti vive questi giorni di commemorazione:

R. – Ho diversi pensieri, se penso come un individuo, oppure come padre di mia figlia di 22 anni e come cittadino di questo Paese. Personalmente, vorrei andare il più lontano possibile da questo luogo, spegnere il mio telefono, staccare internet e stare in un luogo silenzioso. Passare del tempo con me stesso e pensare alla mia famiglia che è stata uccisa. Ma allo stesso tempo capisco che ho la responsabilità di parlare con il resto del mondo e di rispondere alle domande come quelle che lei sta facendo ora. C'è stata, nel 2007, la sentenza sul genocidio della Corte internazionale di giustizia dell'Aia, che ha dichiarato che il genocidio è stato perpetrato contro i musulmani della Bosnia ed Erzegovina. Oggi mi chiedo e lo chiedo al resto del mondo: "A cosa serve questo giudizio? Cosa ottengono le vittime e i sopravvissuti da questa sentenza?” In questo Paese, al momento, ci sono forze politiche che dicono apertamente, senza alcuna esitazione, che questo Paese non esisterà nel prossimo futuro. Dicono che questo Paese sarà diviso e che una parte di questo Paese sarà annessa alla Serbia. Lo dichiara ed esempio il politico serbo bosniaco Milorad Dodik.
Cosa dovrei dire a mia figlia? Questo Paese esisterà tra un paio d'anni o no? E a cosa serve il verdetto di genocidio del 2007 della Corte internazionale di giustizia, se le persone che sopravvivono al genocidio non hanno un Paese in cui vivere?

Vivrete in un Paese diviso, forse?

R. - Il Paese è già diviso, ma mia figlia vive una vita felice, cerca di essere felice, come tutti i giovani del mondo. Ed è felice. Non lo dico da un punto di vista personale, ma geopolitico. Quando si fermerà questa minaccia all'esistenza di questo Paese? Perché dobbiamo vivere in un Paese dove tutti dicono: "Beh, sai, tu non dovresti esistere, noi dovremmo dividerti"?

La Bosnia ed Erzegovina sta finalmente cambiando? Negli ultimi anni, anche piccoli passi avanti sono stati fatti nel difficile cammino della riconciliazione nazionale e della guarigione delle ferite, per guardare al futuro? O ci sono passi indietro?

R. - Viviamo in una situazione, che definirei tra la pace e la guerra. Ed è davvero difficile vivere in un Paese che vive ogni giorno così. Non dobbiamo essere ingenui. Ci sono Paesi che sono membri della Nato e questo, io credo, dà loro stabilità. La Bosnia Erzegovina ha soddisfatto tutti i requisiti formali per aderire alla Nato. Quando succederà, sarà come aprire un ombrello, sopra le nostre teste, e noi non saremo più sotto questa minaccia esistenziale. Io non sono un militarista, e la Nato è un'organizzazione militare. Ma se entrare nella Nato significa che questo Paese avrà una possibilità di esistere, abbiamo bisogno di questa adesione. Perché non è ancora successo? Perché il Montenegro può aderire alla Nato e noi no?
Il genocidio del 1995 poteva essere fermato solo dalla Nato, e noi aspettavamo la Nato. Mentre i serbi si preparavano ad entrare a Srebrenica e ad uccidere tutti, alcuni aerei della Nato sono decollati da Aviano, in Italia, e hanno sorvolato Srebrenica. Avrebbero potuto prevenire il genocidio, ma gli è stato dato l'ordine di tornare ad Aviano. Chi ha dato questo ordine? Ancora oggi è una domanda senza risposta. Dal 1948 c'è una Convenzione Onu sulla prevenzione e la punizione del genocidio. E’ un pezzo di carta messo in un cassetto o è una promessa del mondo che il genocidio sarà evitato? Le Nazioni Unite prendono sul serio questa Convenzione delle Nazioni Unite sulla prevenzione del genocidio?

Il dolore di una familiare di vittime a Potocari
Il dolore di una familiare di vittime a Potocari

Nella comunità serbo-bosniaca ci sono stati nuovi segnali di consapevolezza del genocidio e della volontà di chiedere perdono e riconciliazione, o prevale ancora la negazione di quanto è accaduto?

R. - Negano tutto, e non solo. Dicono che Mladic, Karadzic e tutti gli altri coinvolti in questo atto criminale, sono eroi. Questo è ciò che dicono oggi i politici serbo bosniaci. Ci sono, certo, gruppi di serbo bosniaci che hanno una posizione diversa, ma sono in minoranza. Sono in contatto e parlo con loro molto spesso, e loro capiscono molto bene quello che sta succedendo, ma sono in minoranza.

Lei è stato il primo ad ottenere un risarcimento dall’Olanda per la morte dei suoi familiari. Ma la responsabilità di non aver agito per proteggere coloro che si erano rifugiati in una "zona protetta" dell'Onu non spettava forse anche alle Nazioni Unite, agli Usa e ai leader della Nato?

R. – Nel momento del genocidio, nel luglio 1995, 25mila soldati provenienti dai Paesi europei e da tutto il mondo si trovavano in Bosnia. Se la Convenzione sul genocidio del 1948 dice che ogni Paese del mondo, membro delle Nazioni Unite, è obbligato a prevenire il genocidio, chi è esentato da questo obbligo? Tutti hanno quest'obbligo! L'Ungheria, la Croazia, la Serbia, l'Italia, l'Austria, il Regno Unito, la Francia, tutti Paesi che erano presenti qui con le loro truppe. E alla fine il genocidio è stato fermato, e questa è una ripetizione della storia, quando gli Stati Uniti d'America sono intervenuti, nell’agosto 1995. L'Europa non lo avrebbe impedito. Senza l'intervento degli Stati Uniti il genocidio in Bosnia non sarebbe stato fermato. L'Europa stava solo a guardare. Nel 1945 i leader europei hanno detto "mai più". Lo hanno detto nel 1995 e suppongo che lo diranno anche nel 2020.

L'identificazione dei resti di una vittima del massacro
L'identificazione dei resti di una vittima del massacro

Cosa manca ancora per fare giustizia? Ci sono corpi da trovare, case da restituire ai legittimi proprietari, risarcimenti da decretare o colpevoli da catturare e giudicare?

R. - Ci sono alcuni individui che sono stati condannati dal Tribunale internazionale. Migliaia e migliaia di persone hanno perso la loro casa. La popolazione della Bosnia era di 4,5 milioni e mezzo di abitanti, prima della guerra, e ora non ne sono rimasti più di 3 milioni. 1,5 milioni di persone vivono in Europa, in America, in Australia. Questa è la realtà. E non c'è nessun risarcimento. Chi lo dovrebbe pagare? Dovrebbe essere la Serbia. Ma la Serbia non ha pagato nemmeno un euro. Mi ci sono voluti, come individuo, 11 anni per dimostrare che l'Olanda era colpevole. Perché ho dovuto passare 11 anni della mia vita in tribunale? Questa giustizia è molto lenta. E quando parliamo di Srebrenica dobbiamo ricordare l'Olocausto. Non si tratta di religione. Quando la Jugoslavia cadde a pezzi, ci fu una guerra in Slovenia, in Croazia, e poi ci fu una guerra in Bosnia. Quindi non si può dire che si trattasse di religione. Si trattava di espansionismo serbo. Non è stata una guerra tra musulmani e cristiani. Questa è solo propaganda per giustificare il genocidio. È stata una guerra per il territorio, il potere e il denaro.

Il dramma della giovane donna profuga a Tuzla

Il 15 luglio 1995, mentre ancora il massacro è in corso, e il colonnello Beara chiede al telefono al generale Radislav Krstić, il comandante dei serbo bosniaci nella Valle della Drina, se può avere altri soldati “perché ci sono ancora 3500 pacchi da distribuire”, cioè uomini da uccidere, il mondo scopre le atrocità di Srebrenica attraverso il “Washington Post”. L’articolo dell’inviato John Pomfret, da Tuzla, dove i profughi di Srebrenica iniziano a raccontare l’orrore, è corredato dalla foto di una giovane donna impiccata ad un albero. “Giovedì notte – racconta il giornalista – si è arrampicata su un alto albero, accanto al fosso fangoso dove si era accampata per 36 ore. Ha sciolto lo scialle a fiori che aveva annodato alla vita, lo ha assicurato ad un ramo, ha infilato la testa di capelli neri attraverso il cappio di fortuna ed è saltata. Non aveva più parenti e ha pianto a dirotto, da sola, fino al momento in cui è salita sull’albero”.

Fatima Neimarlija, presidente comunità di Bosnia ed Erzegovina a Roma
Fatima Neimarlija, presidente comunità di Bosnia ed Erzegovina a Roma

Neimarlija: gli “stupri etnici”, un secondo genocidio

Non sappiamo se la donna fosse sconvolta “solo” per la morte dei familiari, oppure anche per essere stata violentata dai soldati serbo bosniaci prima di salire sull’autobus che da Srebrenica l’ha portata a Tuzla insieme alle donne, i bambini e gli anziani “risparmiati” da Mladic. Di certo la sorte delle madri, mogli e figlie degli uomini massacrati a Srebrenica e poi a Zepa, pochi giorni dopo, ma ancora prima nei campi di concentramento allestiti per la “pulizia etnica” della Bosnia orientale dai musulmani, non è stata migliore di quella degli uomini. Ce lo ricorda Fatima Neimarlija, presidente della comunità della Bosnia e Erzgovina a Roma, studi di giornalismo e impegnata nel Terzo settore, trasferitasi a Roma per motivi di studio prima della guerra.

Ascolta l'intervista a Fatima Neimarlija

R. – Durante la guerra è stato commesso un vero e proprio genocidio sulle donne. Non sono state risparmiate le donne cattoliche, ortodosse e rom, però le vittime maggiori sono state le donne musulmane. Oltre a subire violenze sessuali sono state torturate. Nella città di Prijedor per più di 20 giorni. Prima di venire stuprate dovevano pulire le stanze insanguinate dove la notte precedente i serbo bosniaci avevano torturato uomini musulmani. Dopodiché venivano portate in luoghi pubblici, ma anche nelle proprie case, e venivano violentate. Le ragazze davanti agli occhi dei genitori, le mogli davanti ai mariti, dei fratelli e delle madri. E le conseguenze psicologiche di tutto questo hanno portato tantissime donne a suicidarsi. Tante non hanno mai denunciato la violenza perché si vergognano, perché hanno paura di come saranno considerate dai propri familiari, dalla società. Le torture psicologiche post-violenza sono presenti tutt’oggi.

Tra queste donne c'è anche Bakira Hasecic, che è di Visegrad e non di Srebrenica, ma è stata vittima di stupro etnico con le figlie, come 25 mila donne in tutta la Bosnia durante la guerra. Ci racconti la sua storia.

R.- Bakira Hasecic è un’eroina di Visegrad. La prima volta è stata violentata dai suoi vicini di casa, che tra l’altro erano amici, in una stanza davanti agli occhi del marito, costretto a stare sul divano, e davanti alle due figlie, di cui una minorenne, che poi sono state stuprate davanti alla madre e al padre. Quello che ha vissuto Bakira non si può nemmeno immaginare. Nonostante tutto questo, ha deciso di tornare a vivere, finita la guerra, nel luogo dove ha subito tutte queste violenze. Dopo poco ha visto i violentatori e gli assassini della guerra liberi per le strade di Visegrad. Quindi ha deciso di cominciare a parlare e ha fondato nel 2003 l'associazione “Donne vittime della guerra”, della quale fanno parte anche donne cattoliche, ortodosse, rom e di varie nazionalità. Cercano le donne che hanno subito violenze sessuali e, con il permesso, diffondono le loro testimonianze. Con la battaglia di Bakira e dell'associazione, le donne violentate della Bosnia ed Erzegovina sono riuscite ad ottenere un riconoscimento come vittime di guerra e un piccolo indennizzo mensile, circa 260 euro. Ma questa legge vale solo per le donne che vivono nella Federazione della Bosnia ed Erzegovina, mentre quelle che emigrano o che vivono sul territorio della Repubblica Srpska non hanno nessun indennizzo. E questa è un'ingiustizia senza fine, perché le violenze principali sono avvenute proprio sul territorio che oggi è della Repubblica Srpska, sul corso del fiume Drina. Visegrad, Potocari e poi nel nord della Bosnia, a Prijedor.
A differenza del genocidio commesso a Srebrenica, che ha causato la morte di più di 8mila uomini, la maggior parte delle vittime in queste città sono donne. Per questo molto tranquillamente, purtroppo, possiamo parlare di un altro genocidio subito dalle donne. Purtroppo il Tribunale internazionale se n’é occupato poco, perché si è concentrato sui casi “più pesanti”, per processare i principali autori del genocidio, come Radovan Karadzic e Ratko Mladic e gli altri.

Donne musulmane nel cimitero-memoriale di Potocari
Donne musulmane nel cimitero-memoriale di Potocari

Nella prefazione del libro “Surviving Srebrenica” lei scrive che “dalla lezione di Srebrenica si può imparare cosa può produrre l’odio verso l’altro unito alle armi e al nazionalismo “. Questo odio continua a corrompere la Bosnia-Erzegovina? Come fermarlo?

R. – La Bosnia Erzegovina, con gli accordi di Dayton è stata divisa in due parti. Il 49% appartiene alla Repubblica Srpska, che è il territorio che purtroppo è stato guadagnato con il genocidio, le deportazioni, gli stupri delle donne. La Repubblica Srpska non riconosce il genocidio subito dai musulmani della Bosnia ed Erzegovina e quindi finché non ci sarà un riconoscimento, anche dalla vicina Serbia, non ci sarà una vera pace. Perché il negare il genocidio, una cosa così atroce, provoca ancora un dolore molto forte nella popolazione musulmana. Purtroppo i giovani che crescono in Repubblica Srpska non sono educati a guardare in faccia quello che è successo, e credono di essere stati loro le vittime di quello che il Tribunale dell'Aja ha riconosciuto come un genocidio. Sentono tutto questo come un’ingiustizia fatta al popolo serbo.

25 anni dopo, il Parlamento italiano non ha ancora riconosciuto il massacro di Srebrenica come genocidio, come invece ha fatto il Parlamento Europeo. Perché è importante questo riconoscimento?

R. – Senza giustizia e senza riconoscimento è difficile andare avanti. E’ importante soprattutto per ripagare, in qualche modo, le vittime e i familiari rimasti: sicuramente potrebbe alleggerire il loro dolore. Dobbiamo ricordare anche che per evitare e per fermare il genocidio la comunità internazionale non fece nulla. In particolare i musulmani bosniaci accusano l'Europa, perché hanno una cultura europea e solo la religione islamica. Quindi non avrebbero mai potuto immaginare che una cosa simile potesse succedere sul territorio europeo. Quindi il riconoscimento servirebbe a chi è rimasto in Bosnia Erzegovina e che ancora crede nella giustizia e nella democrazia europea, che è la culla delle culture e delle religioni. E servirebbe alle generazioni future, che devono sapere che cosa è successo e imparare da quello che è accaduto a vivere in pace, a rispettare la diversità, che non deve far paura. La diversità dev’essere una ricchezza.

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Srebrenica (Bosnia) 1995 - 2020
11 luglio 2020, 14:08