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In missione a Seoul, continuando a invocare la riunificazione

All'indomani della Giornata nazionale di preghiera per la riconciliazione, istituita dalla Conferenza episcopale coreana nel 1965 per commemorare il giorno di inizio della guerra tra il nord e il sud , padre Vincenzo Bordo,Oblato di Maria Immacolata, descrive lo stato di preoccupazione per un traguardo che sembra allontanarsi, e racconta l'aiuto della Chiesa sudcoreana per chi soffre al Nord della penisola e per chi vive ai margini di una società che rischia di travolgere l'umano in nome del profitto

Antonella Palermo - Città del Vaticano 

Ad aprile di due anni fa lo storico incontro tra i leader delle due Coree a Panmunjom, il villaggio dove fu firmato l’armistizio che segnò la fine del conflitto nel 1953. "Non ci sarà mai più guerra nella penisola" promisero, impegnandosi anche a ridurre gli arsenali convenzionali per allentare le tensioni militari. Dieci giorni fa un duro colpo alla speranza di costruire una pace tra i due Stati. L'esplosione, da parte della Corea del nord, della sede dell’ufficio di collegamento intercoreano, a Kaesong, la più meridionale delle città nordcoreane, ha infranto molti sogni.

L'esplosione del Palazzo intercoreano, duro colpo alla speranza

A Seongnam, periferia di Seoul, un milione di abitanti, vive da trent'anni il missionario padre Vincenzo Bordo, Oblato di Maria Immacolata: "Due anni fa c'erano stati passi molto buoni, i leader delle due Coree si erano incontrati più di una volta e si era cominciato un bel cammino", ricorda. "L'esplosione del Palazzo intercoreano, di fatto il simbolo dell'incontro e del dialogo tra le due parti, è stato qualcosa che proprio non ci si aspettava. Sembra che siamo tornati indietro di tantissimi anni, purtroppo", dice amareggiato. Nel video messaggio di Papa Francesco del 27 aprile 2018, si levava l'auspicio che "un futuro basato sull’unità, sul dialogo e sulla solidarietà fraterna sia realmente possibile". Come risuonano quelle parole del Pontefice: "Parole belle, stupende e incoraggianti", sottolinea il religioso, il quale non nasconde una certa rassegnazione dopo l'episodio di Kaesong: "Ci si chiede cosa è successo. E' difficile capire. Significa ricominciare tutto daccapo. Se si fanno saltare delle promesse, salta anche la fiducia. La domanda è: siete credibili?".

Ascolta l'intervista a padre Vincenzo Bordo

L'impegno della Chiesa nel creare ponti di dialogo

"La Chiesa sudcoreana - entro i limiti di ciò che può fare - è in prima linea per gli aiuti economici e caritativi alle persone che soffrono in Nord Corea, questo è consentito", dice padre Vincenzo aggiungendo che "c'è tra i sacerdoti un clima di forte collaborazione, di lotta, di impegno per la riconciliazione delle due Coree. Il problema è che probabilmente ci sono troppi disparati interessi, nazionali e internazionali, perché tutto resti così".

Pasto alla "Casa di Anna", fondata da padre Vincenzo Bordo
Pasto alla "Casa di Anna", fondata da padre Vincenzo Bordo

L'apostolato nel sostegno ai poveri

Padre Bordo si occupa di ragazzi di strada e homeless. "Gestiamo un centro che si chiama Casa di Anna che ogni giorno accoglie 550 persone senza fissa dimora. Inoltre seguiamo una sessantina di ragazzi e ogni giorno distribuiamo 600 pasti al sacco per i nostri amici senza casa. Sono molte le persone che bussano qui, i numeri sono analoghi a quelli che ci sono in Italia. Sono le nuove povertà, di cui tanto parla il Papa, frutto di un mondo industrializzato, secolarizzato, globalizzato, capitalista, che corre veloce e che guarda il profitto e non le persone. Chi non riesce a stare al passo viene lasciato ai margini e si ritrova in queste condizioni", spiega.

La "Casa di Anna" nel 2014, durante la visita in Corea di Papa Francesco

L'impegno a non chiudere la mensa durante la pandemia

La Corea è stata il primo Paese, dopo la Cina, ad essere stato colpito dal coronavirus. I decessi per Covid -19 sono rimasti di poco sotto i 300 e 12mila è il numero dei contagiati. Bordo elogia la politica delle 'T' (tracciare, fare i test e curare) con cui il governo ha gestito la situazione. "Ha dato ottimi frutti, anche se negli ultimi giorni i numeri stanno aumentando, sebbene di poche unità al giorno". E ricorda che all'inizio di febbraio diverse volte dal Comune intimavano di chiudere l'attività di aiuto ai poveri: "Io ho detto che si poteva chiudere una palestra, un teatro, una chiesa, ma non si poteva chiudere una mensa. Il 70% di queste persone fa solo un pasto al giorno. Così, dopo diversi incontri, abbiamo raggiunto il compromesso di non fare più la cena dentro la struttura ma di distribuirla al sacco fuori. Una volta, in una giornata bruttissima di freddo, temevamo di dover buttare gli 800 pasti che avevamo preparato. Invece sono venuti tutti. Una persona ci ha detto: io non ho paura del virus ma ho paura della fame. Ecco, non si può voltare le spalle a questi amici".

26 giugno 2020, 08:00