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RD Congo. Il controllo delle risorse naturali dietro le violenze nell’est

Diamanti, coltan, acqua. Ragioni diverse ma riconducibili alle ricchezze naturali e minerarie dietro le violenze in corso da tempo nella parte orientale del Congo ex Zaire. A Vatican News ne parla Camillo Casola, analista dell’Ispi, che ricorda sia le azioni dei diversi gruppi armati locali sia quelle delle forze congolesi

Giada Aquilino - Città del Vaticano

Non si fermano gli attacchi contro i civili nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo e l'Alto Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, ha denunciato violenze equiparabili in alcune zone a crimini contro l'umanità e di guerra. L’Onu ha riferito come negli ultimi otto mesi circa 1.300 persone siano state uccise nei conflitti in corso nel Paese africano, che vive al contempo l’undicesima epidemia di Ebola e l’emergenza coronavirus.

Sfollati e massacri

Tra Nord e Sud Kivu il Palazzo di Vetro ha registrato più di 500 mila sfollati dal settembre scorso, proprio a causa delle violenze. L’Unicef ha condannato inoltre l’ultima atrocità nella provincia dell’Ituri, dove in un attacco nel villaggio di Moussa 16 persone, tra cui 5 ragazzine con meno di 15 anni, sono state uccise da colpi di arma da fuoco o da taglio. Tra aprile e maggio, l'agenzia dell’Onu ha ricevuto più di 100 denunce di violenze su bambini, come stupri, mutilazioni, ma anche attacchi contro scuole e centri sanitari, nonostante nella zona sia schierata la Missione internazionale Monusco.

L'analisi

“Quella in Repubblica Democratica del Congo è una situazione estremamente complessa”, spiega a Vatican News Camillo Casola, analista del programma Africa dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi): nell’ex Zaire sono infatti attive “più di 100 milizie, soprattutto concentrate - dice - nelle regioni orientali del Nord e Sud Kivu e dell’Ituri”, che puntano “soprattutto alle risorse minerarie di cui il Paese è ricco, come diamanti, coltan, cobalto”. Ma a ripercuotersi sulla popolazione è anche “la risposta armata delle forze dell'esercito congolese, a loro volta accusate a più riprese - evidenzia lo studioso - di violenze, abusi, esecuzioni extragiudiziali nei confronti delle comunità civili”. A questo quadro si aggiungono poi “conflittualità etniche”, legate all'accesso ad acqua e terre.

L'intervista a Camillo Casola

R. - Si tratta di violenze e di scontri di varia natura. Quella in Repubblica Democratica del Congo è una situazione estremamente complessa, basti pensare che sono attive - secondo le stime dei principali centri di analisi - più di 100 milizie, soprattutto concentrate nelle regioni orientali del Nord e Sud Kivu e dell’Ituri. Le violenze e gli scontri riguardano soprattutto dinamiche di occupazione e di controllo dei territori e di conseguenza delle risorse disponibili in quelle aree. Gli scontri oppongono le milizie armate alle forze dell'esercito e statali, ma con ripercussioni gravissime sulle popolazioni civili che peraltro subiscono pure la risposta armata delle forze dell'esercito congolese, a loro volta accusate a più riprese di violenze, abusi, esecuzioni extragiudiziali nei confronti delle comunità civili. A ciò si aggiungono peraltro conflittualità etniche, legate all'accesso alle risorse naturali. Quindi uno scenario di crisi estremamente complesso, che comporta un numero elevatissimo di sfollati e rifugiati: si parla di quasi un milione di richiedenti asilo congolesi negli Stati della regione centroafricana.

Nella zona di Beni, nel Nord Kivu, si sono registrati attacchi dell’Alleanza delle forze democratiche. Chi sono questi combattenti e hanno collegamenti esterni?

R. - È forse il gruppo armato più noto, le cui azioni hanno acquisito una rilevanza mediatica maggiore rispetto a quelle di altri. Si tratta di un gruppo di origini ugandesi, in realtà presente nella regione già dalla metà degli anni ‘90. Soprattutto negli ultimi tempi ha acquisito una centralità nelle dinamiche di crisi e di conflitto in Congo: in particolare, dallo scorso anno, la rivendicazione di alcuni attacchi violenti nella regione orientale congolese da parte dello Stato Islamico ha alimentato speculazioni legate a una possibile convergenza di questo gruppo armato con la leadership dello Stato Islamico in Medio Oriente. Di fatto è stata proclamata nella regione centroafricana una nuova provincia dello Stato islamico, che in realtà sembrerebbe estendersi fino al nord del Mozambico.

A quali risorse puntano?

R. - Quando parliamo di conflitti comunitari ci riferiamo a risorse naturali, quindi acqua, terre. Quando parliamo invece di questo tipo di attivismo armato da parte di milizie che occupano i territori nell’est del Congo Kinshasa ci riferiamo soprattutto alle risorse minerarie di cui il Paese è ricco, come diamanti, coltan, cobalto. Si tratta di risorse minerarie anche strategicamente importanti e che rappresentano alcune tra le ragioni dell'attivismo di tali gruppi e degli scontri con lo Stato.

L’Unicef ha condannato l’ultimo attacco nell’Ituri, con l’uccisione di 16 persone tra cui 5 bambine: si parla di stupri, mutilazioni, attacchi a scuole e centri sanitari. Chi agisce in quella zona? Sono le stesse milizie?

R. - Si tratta comunque di milizie armate. Spesso è molto difficile capire nello specifico a quale gruppo possano essere attribuite determinate azioni violente. Una dinamica sicuramente da evidenziare è quella che riguarda gli attacchi non soltanto nei confronti dei civili e dei bambini ma anche degli operatori umanitari impegnati in queste regioni per arginare gli effetti delle epidemie di ebola. Negli anni sono stati fatti oggetto di violenze per accentuare la destabilizzazione di queste aree.

L'Unione Europea in queste ore ha in programma un ponte aereo umanitario per la visita del Commissario Ue alla gestione delle crisi, Janez Lenarcic, con la collaborazione di Francia e Belgio. Quanto è efficace l'impegno europeo e internazionale in questo momento in Repubblica Democratica del Congo?

R. - Il ponte aereo umanitario dell'Unione Europea è un segnale di un interesse rinnovato che può tradursi in un impegno concreto del governo congolese per riuscire in qualche modo a venire a capo di queste dinamiche di crisi e di conflitto. Tutto ciò a condizione però che il governo di Kinshasa intervenga a sua volta su quelle che sono le dinamiche che vedono coinvolti gli stessi militari dell'esercito attraverso l'esercizio di forme di violenza sulle comunità civili.

08 giugno 2020, 13:56