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La cattedrale di Lima in tempo di Covid La cattedrale di Lima in tempo di Covid 

Perù, monsignor Castillo: la pandemia accentua l’individualismo

In Perù i contagi da Covid-19 si registrano soprattutto nella regione della capitale Lima, in cui si contano oltre la metà dei quasi 250 mila casi. Questo avviene soprattutto a causa dall'alta densità abitativa e della povertà, come spiega monsignor Carlos Castillo Mattasoglio, arcivescovo della capitale

Giordano Contu – Città del Vaticano

In Perù il numero dei contagiati da Covid-19 ancora non diminuisce, ma cresce a un ritmo più lento e con segnali altalenanti riguardo il tasso di aumento giornaliero. Il Paese si trova al secondo posto in America Latina per numero di persone infette. Da marzo a oggi si registrano oltre 235 mila persone infette, più di 120 mila guariti e oltre sette mila decessi. Le chiese sono ancora chiuse ai fedeli. Tuttavia con la riduzione dell'orario del lockdown, iniziata lo scorso 31 maggio, le persone hanno ripreso a uscire in alcune ore della giornata. La regione più colpita è quella della capitale Lima, in cui si contano oltre la metà dei casi. Il focolaio è alimentato soprattutto dall'alta densità abitativa e dalla povertà. Gran parte della popolazione è costretta a uscire di casa per assicurare un sostentamento giornaliero alla propria famiglia. Lo ha spiegato in questa intervista, rilasciata ai media vaticani, monsignor Carlos Castillo Mattasoglio, arcivescovo di Lima.

Ascolta l'intervista a monsignor Castillo Mattasoglio

La situazione nel Paese e il focolaio a Lima

Il primo contagio da Covid-19 è stato registrato il 2 marzo scorso. “In poco tempo il governo ha risposto con misure di isolamento per bloccare la pandemia e c'è stata la positiva partecipazione di tutti”, dichiara il primate del Perù. Col passare dei mesi sono emersi gravi problemi che hanno aumentato il rischio di contagio. Il primo è che la maggior parte della popolazione esce in cerca di piccoli lavori, che garantiscano la sopravvivenza a se stessi e alla propria famiglia. Altra difficoltà è il disagio abitativo, che costringe, per esempio, molte persone a vivere tutte insieme in una sola stanza. “Queste sono le conseguenze della soluzione al problema economico in America Latina, che è stato promosso con uno sviluppo tutto improntato sul guadagno affrettato”, spiega il presule. Molti non hanno acqua, luce o elettrodomestici. Comunicano attraverso il cellulare, ma i bambini poveri non possono seguire le lezioni a distanza. Per questi motivi la diocesi di Lima è stata la più colpita nel Paese. Essa conta 125 parrocchie e circa cinque milioni di abitanti. Tra loro due milioni sono i poveri, che non possono rispettare le norme. Questo ha moltiplicato i contagi nei mercati e per strada. Altri tre milioni di abitanti appartengono alla classe popolare e media, che oggi rischiano di perdere il posto di lavoro. Solo tra la classe ricca, circa, 500 mila persone, si registrano pochi decessi e contagi. “Alla radice di questa situazione c'è uno sviluppo economico lentissimo, riflette monsignor Castillo. Adesso c'è una maggiore liberà di movimento. Alcune attività economiche hanno riaperto. La popolazione rispetta maggiormente le regole, anche grazie all'impegno della Chiesa locale.

Le iniziative dell'arcidiocesi di Lima

“Siamo stati d'accordo nel dire che la buona volontà deve accompagnarsi al'adozione di strategie ordinate e di misure di protezione”, è il ragionamento dell'arcivescovo di Lima. Di recente è stato nominato un vescovo ausiliare, monsignor Guillermo Elías, che si occupa della pandemia. La chiesa locale sta offrendo vicinanza virtuale, fisica con frequenti visite agli ospedali. Qui, con tutte le misure di protezione del caso, sono state celebrate messe comunitarie con i malati e gli operatori sanitari. Con loro i sacerdoti hanno condiviso la comunione, coinvolgendo gli infermieri come ministri straordinari. I preti più giovani hanno creato conferenze e gruppi attraverso internet. Sono state realizzate mense popolari da cui i ragazzi volontari partono per la consegna dei pasti. Con la crisi sanitaria è cambiato anche il rapporto con la fede e la preghiera. La messa e l'Eucaristia in presenza sono mancate tanto in un Paese molto praticante come il Perù. Il presule, però, si dice “convinto che c'è un forte desiderio di vedere che la vita divina si difende tutelando la vita umana”. Tuttavia resta possibile la comunione spirituale: “Ha aiutato molto nella situazione d'emergenza e credo che abbia rafforzato la fede familiare”, afferma Monsignor Castillo. Le messe trasmesse via internet e sulle reti televisive sono molto seguite. “Credo ci sia una ripresa profonda dell'essere Chiesa, che passa attraverso la famiglia, la piccola comunità che poi si apre alle altre e ai più fragili. In questo senso penso, afferma il presule, che Dio sia molto più vicino di quanto pensiamo”.

Difficoltà e lotta contro la pandemia

“In Perù la sanità è collassata perché il livello di organizzazione e di intervento è totalmente disuguale, come lo è il sistema economico”, dice l'arcivescovo di Lima. Questo perché da una parte ci sono pochi grandi ospedali pubblici, mentre dall'altra ci sono tante cliniche di alto livello, in cui si garantiscono cure a costi elevati. Tra i problemi principali c'è la mancanza di posti letto, che adesso sono aumentati, ma anche la carenza di respiratori e ultimamente di ossigeno. “Il governo ha attuato uno sforzo molto serio per attenuare il problema. Tuttavia in tre mesi non si può mettere fine a difficoltà che durano da quattro decadi”, continua monsignor Castillo. Per contrastare la pandemia il presidente Martín Vizcarra ha fatto attivare un lockdown unitamente a un divieto di uscire notturno, valido fino allo scorso 31 di maggio. Il governo, l'esercito e la Caritas hanno fatto arrivare alimenti alla gente priva di risorse. Un'altra misura importante è costituita dai messaggi educativi sul rispetto delle norme destinati alla popolazione e che la Chiesa sta sostenendo. L'esecutivo ha attivato anche un reddito minimo globale, ma “talvolta è difficile che arrivi ai più poveri, perché non hanno un conto bancario”, racconta il primate del Perù.

Educazione e organizzazione

Questi sono due punti centrali nella riflessione del presule. “In Perù l'educazione è sempre stata un problema a causa di una forte disuguaglianza tra scuole per ricchi e per poveri”. Inoltre “negli ultimi anni hanno rafforzato l'insegnamento della matematica, ma non dell'etica. Così il valore del rispetto per l'altro si perde. Perciò, anche in un Paese molto cattolico, nella vita del povero è entrata la cultura individualistica”. Da ciò deriva il mancato rispetto delle regole. A questo si lega la mancanza di organizzazione popolare, che ha influito negativamente sulla risposta della società alla pandemia da Covid-19. “Diversamente da 30 anni fa in cui i pueblos jóvenes erano ben organizzati”, ricorda monsignor Castillo, “oggi, nei nuovi quartieri popolari dei migranti sorti intorno a Lima, si è dovuto riscoprire l’organizzazione, ancora minima, per assicurare a tutti un pasto”. L'educazione deve legarsi alla vita perché “l'individualismo ha sminuito i rapporti sociali che permettono l'esistenza di una società: le organizzazioni intermedie come le chiama la Chiesa, Giovanni Paolo II parlava della soggettività della società, mentre Francesco li definisce i movimenti popolari”.

Come si rinnova la missione della Chiesa

A differenza di tre secoli fa, oggi a Lima questa pandemia non è vissuta come una punizione. “Essa arriva come una sfida per mostrare l’amore di Dio attraverso il nostro impegno solidale", dice il primate del Perù, “perché si manifesti la gloria di Dio”. La sfida è enorme. “Spesso ci sentiamo sopraffatti, ma cerchiamo di andare avanti verso un progetto di Chiesa che aiuti, con la fede, a ricomporre i legami umani e sociali”, aggiunge l'arcivescovo di Lima. Ciò è fondamentale per sopravvivere ad eventuali prossime emergenze e per capire come affrontare un futuro complesso. “Questa è una Chiesa che sostiene, vicina ai malati, ai morti e alle loro famiglie, ma che si trasforma per non essere rigida e incapace di nuovi approcci”, prosegue il presule. Mancano le celebrazioni. Però “adesso la Chiesa è diventata un centro di animazione di tutto l'insieme sociale, nei quartieri e nella città. Non siamo una ong, ma siamo testimonianza della presenza del Signore, il cui Spirito suscita, in una situazione di emergenza, la creatività e la solidarietà umana e sociale”. La Chiesa continua a essere quella che evangelizza, ma lo fa in modo che il popolo sia più organizzato e più solidale, superando il peccato dell'individualismo. “Penso che la Chiesa avrà un futuro importante, perché in mezzo a gravi problemi riscopriamo la capacità di essere un segno di speranza come fu Gesù”, conclude. Dopo questa pandemia la miseria e la povertà stanno dilagando sulla Terra. “D’ora in poi sarà necessario avere la capacità concreta di anticipare i problemi. Il mondo solidale che si apre come possibilità reale e urgente. I poveri del mondo e la natura impoverita e saccheggiata ci chiamano a concretizzare questa speranza”.

17 giugno 2020, 12:39