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Freedom Day: perché negli Usa oggi si parla di libertà e razzismo

La storia ci dice che è passato oltre un secolo e mezzo dalla fine dello schiavismo negli Stati Uniti, un anniversario che si celebra ogni 19 giugno. Quest'anno la ricorrenza si intreccia con le manifestazioni contro il razzismo e la violenza della Polizia che, da quasi un mese, quotidianamente hanno luogo nel Paese. L'America si interroga dunque sul futuro facendo memoria del recente passato. Con noi Riccardo Noury di Amnesty International

Andrea De Angelis – Città del Vaticano

Sono trascorsi esattamente 155 anni da quel 19 giugno. Al termine della guerra civile, gli Stati Uniti si apprestavano a scrivere una pagina di storia epocale: la fine dello schiavismo. In realtà questa, come vedremo, fu ufficiale circa sei mesi dopo quel giorno, ma è il 19 giugno del 1865 ad essere conosciuto e celebrato dalla popolazione americana. Anche quest'anno, con gli Usa ancora scossi dall'uccisione di George Floyd e messi in ginocchio dalla pandemia di Covid-19. Sono al momento 120mila infatti le vittime per il nuovo coronavirus, ma nonostante l'emergenza sanitaria il Paese da oltre tre settimane è protagonista di manifestazioni contro il razzismo e la violenza della Polizia. Dunque il Freedom Day di quest'anno assume una valenza particolare.

La fine dello schiavismo

Il giorno della liberazione delle popolazioni schiave d'America è celebrato ogni anno il 19 giugno, perché quel giorno nel 1865 le truppe federali entrarono a Galveston, in Texas, per imporre l'emancipazione degli schiavi con la forza. In realtà la storica decisione fu presa dal presidente Abraham Lincoln due anni e mezzo prima, esattamente il 1° gennaio 1863. A causa della guerra civile in corso, però, la scelta del presidente americano non fu attuata contemporaneamente in tutti gli Stati. Anzi, Il tredicesimo emendamento, che aboliva del tutto la schiavitù, passò al Senato solo nell'aprile del 1864 ed alla Camera dei rappresentanti nel gennaio 1865, ma non ebbe ancora effetto finché non fu ratificato da almeno il 75% degli Stati, cosa che accadde il 6 dicembre del 1865, con la Georgia. Da quel giorno tutti gli schiavi furono “ufficialmente liberi”. Una pagina di storia scritta oltre un secolo e mezzo fa che oggi si intreccia - come altre volte prima d'ora - con la lotta al razzismo.

La richiesta del fratello di George Floyd all'Onu 

Tutto ha avuto inizio con la morte del quarantenne americano George Floyd, lo scorso 25 maggio, durante un fermo di Polizia. L'arresto del poliziotto ha preceduto l'annuncio di riforme della Polizia statunitense. Soprattutto ha dato vita ad un enorme movimento di protesta che ha superato prima i confini del Minnesota (il tragico fatto è avvenuto a Minneapolis), quindi quelli americani, portando in piazza migliaia di persone anche in numerosi Paesi europei ed africani. Alla vigilia del Freedom Day Philonise Floyd, fratello di George, è intervenuto nel corso di una sessione del Consiglio dei diritti umani dell'Onu dedicata al razzismo. "Gli agenti non hanno mostrato pietà né umanità - ha affermato in video collegamento con Ginevra - hanno torturato a morte mio fratello davanti a testimoni, dando al popolo nero ancora una volta la stessa lezione: la vita dei neri non conta". "Vi chiedo di aiutarci ad avere giustizia per mio fratello George. Spero che creerete - è la richiesta di Floyd all'Onu - una commissione d'inchiesta indipendente per indagare sull'uccisione di afroamericani da parte della polizia in America".

Schiavitù e libertà

“Quanto accaduto un secolo e mezzo fa non devi farci pensare che la celebrazione del 19 giugno appartenga al passato, anzi: le riforme sono necessarie per vincere la battaglia contro il razzismo e la violenza, altrimenti la parola 'freedom' resterà sulla carta e non varrà mai per tutti”. Lo afferma nell'intervista a VaticanNews Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International in Italia.

Ascolta l'intervista a Riccardo Noury

Secondo l'esperto di diritti umani la richiesta del fratello di Floyd alle Nazioni Unite “va nella giusta direzione".  Per Noury sarebbe sbagliato relegare il termine schiavitù ai libri di storia. “Ha detto bene Papa Francesco: esistono oggi nuove forme di schiavitù e - sottolinea - dobbiamo sempre ricordarci che la parola schiavitù rende attuale ogni discorso sulla libertà”.

Il Papa e le nuove forme di schiavitù 

In più occasioni il Papa ha lanciato accorati appelli affinché si metta fine alle nuove forme di schiavitù. Francesco, ad esempio, ha condannato la tratta degli esseri umani, la prostituzione, il lavoro forzato. Tra le tante occasioni, ricordiamo quella dello scorso 5 febbraio. “La disuguaglianza sociale si può vincere, un mondo ricco deve eliminare la povertà e le nuove forme di schiavitù”, ha affermato il Papa, incontrando in Vaticano banchieri, economisti e ministri delle finanze di tutto il mondo, invitati dalla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali per il workshop su “Nuove forme di fraternità solidale, di inclusione, integrazione e innovazione". Quel giorno Francesco ha denunciato ancora una volta una situazione che “ha portato milioni di persone a cadere vittime della tratta e di nuove forme di schiavitù, come il lavoro forzato, la prostituzione ed il traffico di organi. Non hanno diritti e garanzie - ha detto -  non possono nemmeno godere dell'amicizia o della famiglia”.

19 giugno 2020, 08:00