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Vatican News

Perché non riusciamo a vincere il razzismo

Tre settimane fa veniva ucciso George Floyd. Da quel giorno le manifestazioni contro il razzismo stanno caratterizzando non solo gli Stati Uniti, ma diversi Paesi europei ed africani. Con noi Paolo De Stefani del Centro di Ateneo per i Diritti Umani “Antonio Papisca”

Andrea De Angelis – Città del Vaticano

In un momento in cui l’uomo si riscopre più fragile a causa della pandemia, le proteste contro il razzismo, esplose in Minnesota per il caso Floyd, allargatesi agli altri Stati americani e poi divampate con manifestazioni al di fuori addirittura dei confini continentali – mostrano la finitezza dell’essere umano. Quando si parla di razzismo, bisognerebbe probabilmente partire dalla sua definizione: “Ogni tendenza, psicologica o politica, suscettibile di assurgere a teoria o di esser legittimata dalla legge, che, fondandosi sulla presunta superiorità di una razza sulle altre o su di un'altra, favorisca o determini discriminazioni sociali o addirittura genocidio”. Sì, genocidio. A questo può portare l’odio razziale ed è la storia ad insegnarlo.

Tutto è iniziato 20 giorni fa 

Da Minneapolis a New York. Da Londra a Parigi, fino alla pacifica manifestazione di Roma della scorsa settimana. Dal Pacifico all’Oceano Indiano, visto che le proteste sono esplose anche in Kenya. La morte di George Floyd sta caratterizzando questa fine di primavera a livello mondiale. La ricorderemo, ovviamente, per la pandemia di Covid-19, ma da quasi tre settimane alla tragedia epocale del nuovo coronavirus si affianca nei notiziari di mezzo mondo la questione razziale. Dopo l’uccisione di Floyd, altre morti legate ad arresti della Polizia statunitense hanno infiammato le piazze. Sia precedenti, ma anche successive (ad Atlanta, con l’afroamericano Rayshard Brooks ucciso da un poliziotto dopo una colluttazione durante l’arresto). Le conseguenze sono importanti: c’è chi ritiene incideranno pesantemente sulle prossime elezioni americane, chi sostiene cambieranno l’agenda politica post-pandemia.

Anche l'Africa chiede giustizia

Appena tre giorni fa i Paesi africani hanno invitato il Consiglio dell'Onu per i diritti umani a discutere urgentemente del razzismo e della violenza della polizia nel contesto della mobilitazione mondiale seguita alla morte di Floyd. In una lettera a nome di 54 paesi dell'Africa, l'ambasciatore del Burkina Faso presso l'Onu a Ginevra ha presentato ufficialmente una richiesta dal forte valore simbolico, la cui eco arriva ben oltre i confini africani. La questione, ovviamente, non è solo politica, ma anche socio-antropologica. Cosa spinge l’uomo a temere, fino a condannarlo, chi è diverso da lui? Le motivazioni sono psicologiche, fanno parte della storia dell’essere umano, oppure sono collegate a particolari momenti ed a fattori economici? In sostanza perché anche nel XXI secolo siamo qua a parlare di razzismo?

L’eredità del colonialismo

“La questione razziale ha un nome ed un cognome ed è legata all’eredità del colonialismo”. Lo afferma, nell'intervista a VaticanNews, Paolo De Stefani, docente all'Università di Padova e membro del Centro di Ateneo per i Diritti Umani "Antonio Papisca".

Ascolta l'intervista a Paolo De Stefani

“La pandemia e le manifestazioni di questi giorni sono legate, perché l’emergenza coronavirus ha mostrato una serie di contraddizioni”, aggiunge De Stefani. “Il sistema protegge di più chi è già protetto, inoltre il mantra economico prevedeva l’austerity, mentre ora - sottolinea - arrivano miliardi da spendere: le persone sono confuse”. Ma come si potrà superare questa crisi? “Certamente non grazie all’uomo bianco. Saranno le minoranze oppresse negli ultimi anni, dagli afroeuropei agli afroamericani, a rafforzare la loro identità, a renderla più strutturale”, conclude l’esperto di diritti umani.

Nessuna tolleranza per il razzismo 

 “Non possiamo pretendere di difendere la sacralità di ogni vita umana e chiudere gli occhi su razzismo ed esclusione”. Lo ha affermato il Papa all’Udienza Generale di mercoledì 3 giugno, sottolineando come non vi possa essere nessuna tolleranza verso il razzismo e condannando anche “ogni forma di violenza, da cui nulla si guadagna e tanto si perde”. Le parole di Francesco sono state precedute dagli interventi dei vescovi Usa, che hanno espresso comprensione per l'indignazione della comunità afroamericana, rimarcando come il razzismo sia stato tollerato troppo a lungo, ma anche come la violenza sia autodistruttiva.

 

15 giugno 2020, 11:18