Cerca

Vatican News

Sahel, nuovo attacco di Boko Haram. Zordan: "Instabilità permanente"

Domenica scorsa i militanti islamisti hanno attaccato Diffa, la capitale del Niger sud-occidentale. Negli ultimi mesi le violenze sono in aumento e si moltiplicano gli appelli alla tregua, vista anche l'emergenza del nuovo coronavirus. Più volte la Chiesa locale ha chiesto che si superino le divisioni. L'intervista a Raffaello Zordan, redattore di Nigrizia

Andrea De Angelis - Città del Vaticano

Ancora violenza nel Sahel, questa volta al confine tra Niger e Nigeria. La notizia, diffusa ieri, risale in realtà a domenica 3 maggio, quando si sono verificati violenti combattimenti tra l'esercito nigerino ed i militanti islamisti di Boko Haram alle porte di Diffa, la capitale del Niger sud-occidentale, vicino al confine con la Nigeria. Al momento non si conosce il bilancio delle vittime. Le violenze, testimoniate anche da un video trasmesso dal sedicente stato islamico, sarebbero state confermate anche da alcuni residenti di Diffa. "Gli aggressori sono entrati dalla Nigeria nel tardo pomeriggio, all'avvicinarsi della fine del digiuno del Ramadan - ha detto un testimone - e hanno preso di sorpresa i nostri soldati". Anche una fonte di sicurezza "ha confermato l'attacco" senza fornire ulteriori dettagli.

Da marzo l’escalation di violenza 

L'ennesima azione giunge dopo un'offensiva terrestre e aerea lanciata lo scorso mese dall'esercito ciadiano, che ha annunciato di avere ucciso un migliaio di jihadisti. Il mese precedente un centinaio di soldati del Ciad aveva invece perso la vita in un violento attacco. Appena una settimana fa, il ministro della Difesa nigerino Issoufou Katambé, ha dichiarato all'Afp che erano ancora in corso operazioni militari nell'area del Lago Ciad. La violenza jihadista nell’intera regione del Sahel ha causato, secondo le Nazioni Unite, almeno 4mila vittime solo nel 2019.

Il Gruppo G-5 Sahel e la Chiesa locale 

Gli attacchi terroristici non si fermano, dunque, neanche davanti all’avanzare della pandemia di Covid-19. Un’emergenza nell’emergenza che ha portato a riunirsi lo scorso 28 aprile in un vertice in videoconferenza il gruppo G5 Sahel con i rappresentanti dell’Unione Europea. I capi di Stato dei Paesi membri della coalizione saheliana (Mali, Burkina Faso, Ciad, Mauritania e Niger) in particolare hanno chiesto l’invio di un battaglione di 500 militari a rinforzo della strategia antiterrorista regionale. Anche la Chiesa locale, in questo tempo di pandemia, ha rinnovato l’invito all’unità in quella che è una lotta comune al nuovo coronavirus. Monsignor Ignatius Kaigama, arcivescovo di Abuja, in Nigeria, ha sottolineato la scorsa settimana la necessità di mettere da parte le rivalità comunitarie che dividono la società nigeriana. Inoltre ha ammonito i fedeli dal diffondere sui social media fake news “che scatenano terrore e confusione” in un momento già difficile. Il compito dei cristiani è invece quello di essere “testimoni del Vangelo con le parole e con l’esempio”.

Violenza e crisi sociale

“Stiamo parlando di realtà dove è difficile anche avere da mangiare, dunque è la crisi sociale quella che va frenata ed in questo il ruolo della Chiesa è importante”. Lo afferma nell’intervista a VaticanNews Raffaello Zordan, redattore di Nigrizia. 

Ascolta l'intervista a Raffaello Zordan


Il giornalista esperto di Africa sottolinea come “l’accordo militare e logistico del G5 Sahel e l’impegno francese sul campo siano effettivi, anche se - aggiunge - l’uccisione di cento soldati ciadiani lo scorso marzo è stato un duro colpo per quello che, di fatto, è l’esercito più addestrato per la lotta al terrorismo”. “Negli ultimi mesi si sono sviluppati vari attacchi - prosegue Zordan -,ma la situazione è, purtroppo, di instabilità permanente”.

06 maggio 2020, 11:22