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Oncologia medica e pandemia. Nessuna interruzione al Gemelli

L’attività nel reparto di degenza e nel Day Hospital di oncologia del Policlinico Gemelli non ha mai subito interruzioni durante il momento più critico della diffusione del nuovo coronavirus

Eliana Astorri – Città del Vaticano

Una pronta organizzazione e la separazione totale dei pazienti Covid dai non Covid, con l’allestimento del Covid Columbus, hanno evitato contagi all’interno dell’Oncologia Medica e preservato sia i pazienti che il personale sanitario. Il reparto ha continuato ad essere attivo e il DH, dove si effettuano le chemioterapie, ha proseguito con le somministrazioni. Sono allo studio i dati di questa esperienza che potrebbe avere un importante valore scientifico, come spiega il professor Giampaolo Tortora, Ordinario di Oncologia Medica all’Università Sacro Cuore, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oncologia Medica e del Comprehensive Cancer Center della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS:

Ascolta l'intervista al professor Paolo Tortora

Professor Tortora, un bilancio di questi due mesi dalla chiusura governativa di metà marzo ad oggi: qual è stata l’attività nel reparto (ricoveri ed interventi chirurgici) e quale quella del Day Hospital di oncologia?

R. – Con due mesi di esperienza alle spalle, ora devo dire che il bilancio è positivo. Nel senso che, in questi mesi, da un lato avevamo il Centro oncologico, uno dei più grandi di Italia – ricordo che nel 2019 abbiamo assistito oltre 50mila pazienti oncologici – e poi un ospedale dedicato al Covid Columbus. Abbiamo dovuto riconvertire 14 all’interno del Policlinico Gemelli per l’emergenza Covid. Quindi, era una situazione potenzialmente molto rischiosa avendo pazienti fragili nelle stesse strutture, nelle stesse istituzioni e, invece, il risultato è stato particolarmente positivo perché noi non abbiamo registrato contagi e interruzioni di attività sia nei pazienti che nel personale sanitario. Oggi ci stiamo dando delle spiegazioni, almeno dal punto di vista organizzativo, molto precise. La prima è che, dal primo momento, sono state adottate due vie parallele e completamente indipendenti per i pazienti Covid e i pazienti non Covid. Quindi, al Policlinico Gemelli ci si è organizzati in maniera tale che i pazienti Covid non avessero un percorso comune a tutti quanti gli altri. La seconda, è stata un’attività di screening molto intensa per il reparto pre-triage telefonico, test rapido – questo in tempi più recenti - tampone negativo e soltanto dopo aver superato tutti questi filtri si aveva accesso al reparto di degenza. Day Hospital, interviste a casa, pre-triage telefonico ancora al momento dell’arrivo e soltanto dopo i pazienti venivano ammessi a fare la terapia e, ovviamente, parliamo sempre di pazienti che fanno terapie oncologiche, non hanno febbre, hanno tutto a posto, hanno una serie di esami in regola. La terza, dovuta ad una grande sensibilità mostrata dalle nostre Direzioni e alla Direzione del nostro Dipartimento, io ho chiesto e ottenuto che i medici dell’oncologia medica, contrariamente a quanto fanno abitualmente, non facessero le guardie dipartimentali con pazienti Covid. Quindi, preservando la possibilità di contagiarsi e di contagiare i nostri pazienti. Tutto quanto questo ci ha consentito di non registrare contagi e lavorare esattamente con la stessa intensità che avevamo prima dell’emergenza Covid, cioè noi abbiamo continuato in day hospital a fare 70/80 terapie al giorno e ad avere il reparto pieno di degenza esattamente come facevamo prima. Direi che da questo punto di vista è stata un’esperienza molto positiva.

Quindi, l’affluenza al DH oncologico, appunto, dove si effettuano le somministrazioni di chemioterapia e le visite - normalmente questa affluenza è massiccia, dalla mattina alla sera – quando è stata decretata la chiusura delle attività in generale, non si è verificata una significativa diminuzione persone che, per paura del Covid, non sono venute più a fare la loro terapia? Con il rischio che ciò comporta….

R. – Questo è un punto molto importante che lei ha toccato. In realtà, ci sono state due settimane, dalla seconda alla terza di marzo, in pieno picco anche di ansia per quello che si stava verificando e la piena espansione della pandemia in Italia, in cui abbiamo avuto una flessione di pazienti che per timore non sono venuti, ma col senno di poi, ora, analizzando i numeri, è stata una flessione, in termine di chemioterapia, da 80/85 a 70. Quindi, sostanzialmente è stata una piccola flessione, ma è stata solo in quel periodo. Io credo che quando gli stessi pazienti hanno realizzato che noi eravamo tutti qui, sani, apparentemente non contagiati, e che l’attività continuava regolarmente, abbiano acquistato fiducia e siano poi ritornati. E’ stato solo per quelle due settimane, poi tutto regolare. Qualche disagio in più è stato legato al fatto che gli spazi di accoglienza delle sale di attesa sono relativamente piccoli e, chiaramente, dovendo mantenere un distanziamento, questo ha comportato qualche piccolo disagio in più. Ma, sostanzialmente, siamo riusciti ad assicurare le terapie. E questa non è stata l’esperienza, purtroppo, di molte altre istituzioni italiane. Specialmente al nord, molti nostri colleghi hanno avuto la riconversione nei loro reparti o hanno dovuto ridurre in maniera drastica il numero di pazienti che facevano terapia oncologica, tant’è vero che i dati mostrano che, quasi la metà dei pazienti, in alcuni casi il 60% dei pazienti, non ha fatto terapia nel periodo di picco.

Professor Tortora, il paziente in chemioterapia vive, fra una terapia e l’altra, nel timore di non aver abbastanza neutrofili, cioè difese, che gli permettano di sottoporsi alla chemioterapia successiva. Voi non avete avuto contagi, ma questo stato di fragilità avrebbe potuto provocare un aumento di infezione da Covid-19 nei malati oncologici?

R. – Questo è un punto molto interessante, anche da un punto di vista scientifico, perché la risposta sarebbe di primo acchito, sì. Ed era quello che noi temevamo: la maggiore fragilità, l’immunodepressione dei malati oncologici. Oggi stiamo ragionando, ed abbiamo un progetto su questo che stiamo studiando al Policlinico Gemelli in quanto IRCCS (Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico), cercare di capire, se, oltre le misure organizzative adottate, ci sia stato qualche motivo di natura biologica che spiegherebbe il motivo per cui ci sono stati meno contagi. Ci sono delle ipotesi, che verificheremo poi con i dati, quando ne avremo a disposizione abbastanza. Il fatto di essere immunodepressi o di fare particolari tipi di terapie. Sappiamo che alcuni tipi di trattamenti potrebbero sia ridurre la risposta immunitaria difensiva nei confronti del virus, ma anche la tempesta di citochine che è stata spesso la causa dei decessi dei malati, con l’unica eccezione di malati oncologici per patologie tumorali polmonari per i quali c’è stato un tasso di complicanze abbastanza elevato. Però, per le altre questo non è stato visto. Per le patologie polmonari, è noto che spesso si tratta di persone che hanno già altre comorbilità – spesso sono stati grossi fumatori, hanno broncopneumopatie, quindi soggetti frequentemente a contrarre infezioni delle vie respiratorie. Ed è chiaro che con un’infezione che porta delle gravi complicanze delle vie respiratorie, la somma di questi due eventi patologici, è chiaro che può portare esiti decisamente peggiori rispetto agli altri. Ma questa è l’unica eccezione, che peraltro stiamo verificando perché non abbiamo questa elevata incidenza anche nei tumori polmonari. Abbiamo bisogno di capire qualcosa di più, spero che possa essere utile come contributo scientifico per comprendere quello che succede nella biologia della risposta al virus.

14 maggio 2020, 13:00