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Il presidente uscente burundese e il candidato del suo partito Il presidente uscente burundese e il candidato del suo partito  (AFP or licensors)

Prime elezioni in Burundi senza Nkurunziza candidato

Si vota in Burundi, tra le raccomandazioni internazionali: Unione africana, Onu e Ue, infatti, per l’occasione hanno fatto appello a tutte le parti politiche affinché si astengano da violenze, evitino atti di incitamento all'odio e favoriscano il dialogo. Il richiamo è agli impegni presi nel codice di condotta elettorale firmato a dicembre dello scorso anno. Le elezioni presidenziali si svolgono il 20 maggio come previsto da tempo nonostante il rischio pandemia. Con noi l’africanista Aldo Pigoli

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Principali candidati sono Evariste Ndayishimiye, portavoce del partito al governo, e Agathon Rwasa, storico esponente dell'opposizione. In ogni caso, le elezioni metteranno formalmente fine a 15 anni di governo di Pierre Nkurunziza, che ha solo 55 anni e che due anni fa è stato insignito dal suo partito del titolo di "Guida suprema eterna". Una legge speciale gli ha assegnato una buonuscita di 530.000 dollari e una lussuosa residenza. Nel 2015 ha forzato la legislazione dandosi la possibilità di un ulteriore mandato di cinque anni. Nei due anni successivi la repressione degli oppositori ha causato 1200 morti e la fuga in Tanzania di 400.0.00 persone. Più di 140 membri del partito di Rwasa sono stati arrestati dall'inizio della campagna elettorale il 27 aprile, secondo il gruppo indipendente Sos media Burundi.  

Le decisioni sullo svolgimento del voto

Le autorità hanno confermato il regolare appuntamento elettorale ad eccezione del voto all’estero, sospeso con la motivazione del coronavirus. Una decisione che ha significato escludere soprattutto quanti hanno lasciato il Paese perché vicini all'opposizione. Sempre a causa della pandemia, il il governo del Burundi ha vietato alla maggior parte dei giornalisti stranieri di entrare nel Paese per seguire le elezioni. Inoltre, govedì sono stati espulsi i rappresentanti dell'Oms, che avevano messo in guardia contro il rischio di contagio durante i comizi elettorali. Mancano anche osservatori internazionali del voto, bloccati dalla richiesta di una quarantena di 14 giorni. Ufficialmente ci sono solo 42 casi di coronavirus in questo piccolo Paese stretto fra Congo, Ruanda, Tanzania e il lago Tanganica.

La preoccupazione della comunità internazionale

Nell’imminenza delle elezioni, le Nazioni Unite hanno avvertito che il Burundi è a rischio di una nuova ondata di violenze con una crisi politica irrisolta e un presidente sempre più rappresentato come sovrano “divino”. “Oggi è estremamente pericoloso parlare criticamente in Burundi”, ha detto il capo della Commissione Doudou Diene in una nota. “Le elezioni del 2020 rappresentano un grave rischio”, si legge nel rapporto dell’Onu. 

Le violenze nei mesi scorsi

Ad ottobre scorso le forze di sicurezza del Burundi hanno ucciso 14 membri di un gruppo ribelle e sequestrato un ingente quantitativo di armi dopo pesanti scontri scoppiati nel distretto di Musigasi, nella provincia nord-occidentale di Bubanza. Secondo quanto riportato da Al Jazeera, il portavoce della polizia burundese, Moise Nkurunziza, ha dichiarato all’emittente di stato RTNB che gli uomini, provenienti probabilmente dalla vicina Repubblica Democratica del Congo (Rdc), erano entrati nella provincia e avevano intenzione di sferrare un attacco nella provincia nord-occidentale. Il Ministero della Sicurezza burundese ha poi precisato che i combattenti uccisi appartenevano al gruppo RED Tabara, Résistance pour un État de Droit au Burundi. Si tratta di una fazione ribelle al governo di Nkurunziza ed è nata subito dopo la crisi politica del 2015. Secondo i media locali, alcuni scontri avrebbero coinvolto anche le Forze popolari del Burundi (Forebu), opposte al governo, le Forze democratiche per la liberazione del Ruanda (Fdlr), milizie mercenarie ruandesi di etnia hutu protagoniste del genocidio con i rivali di etnia tutsi in Ruanda nel 1994 poi entrate in Burundi con il presunto consenso del presidente Nkurunziza, e le Imborenakure, le milizie in mano alle Fdlr nate dal settore giovanile del partito al potere in Burundi (il Cndd-Fdd, Consiglio nazionale per la Difesa della democrazia – Forze per la difesa della democrazia).

L’ombra del conflitto dopo quasi trent’anni

Sia il presidente uscente che i due possibili successori sono stati leader di gruppi ribelli durante la guerra civile, che ha insanguinato questo piccolo Paese africano di 11 milioni di abitanti fra il 1993 e il 2004. Tutti e tre sono di etnia hutu. Fra conflitto e successiva repressione dei dissidenti, si calcola che vi siano stati 300.000 morti e centinaia di migliaia di profughi fuggiti all'estero. Gli oppositori accusano Ndayishimiye di controllare la milizia giovanile degli Imbonerakure, responsabile della violenta repressione del dissenso.

Il Paese più povero del mondo

Nelle statistiche il Burundi risulta il Paese con il Pil più basso al mondo. Ma ci sono anche altri numeri: nel 2019 il settore minerario ha generato 78 milioni di dollari, rispetto a 59 milioni nel 2018. Per l’anno appena iniziato, si prevede un aumento di produzione con l’entrata in attività di miniere a Marangara, nella provincia settentrionale di Ngozi, in particolare per il coltan e derivati. Attività esplorative sono inoltre in corso a Waga e a Nyabikere, nel centro, e a Mabanda, nel Sud. Nonostante un grande potenziale, e nonostante la progressione, il settore minerario burundese è ancora poco sviluppato e fino a pochi anni fa era confinato nella sfera dell’estrazione artigianale, arcaica e informale, non di rado connessa ad attività di contrabbando. Gli ultimi anni hanno visto l’ingresso di aziende interessate al potenziale minerario burundese, ma la crisi politico-militare del 2015 ha frenato alcuni   investimenti. Sono presenti in grandi quantità nel suolo burundese nichel, vanadio, oro, cassiterite, coltan terre rare, ma anche fosfati e altri minerali industriali.

L’ombra del genocidio sulla zona dei Grandi Laghi

Il  6 aprile 1994 l’aereo presidenziale del Rwanda con a bordo il Presidente Juvénal Habyarimana ma anche il suo omologo burundese Cyprien Ntaryamira viene abbattuto nella fase di atterraggio da due missili terra–aria sparati dalla collina adiacente all’aeroporto internazionale di Kigali. Nei cento giorni seguenti furono sterminati in Rwanda 300.000 hutu moderati e 700.000 tutsi su una popolazione di circa 6 milioni di persone. Più di due milioni di persone di etnia Hutu si rifugiarono entro i confini dei Paesi confinanti, in particolare in Zaire governato da Mobutu – poi il Paese è diventato la Repubblica Democratica del Congo -  nella speranza di salvarsi dalle violenze delle milizie dell'etnia Tutsi, supportate dalle forze del Burundi e dell’Uganda, erano decise a vendicare le violenze subite dagli Hutu. Nello Zaire, oltre ai rifugiati, si nascosero tuttavia numerosi guerriglieri Hutu che iniziarono a dare la caccia ai Tutsi di nazionalità congolese. A quel punto nel 1996 scoppiò la Prima guerra del Congo. Poi sia il Rwanda che il Burundi hanno preso parte attivamente alla cosiddetta grande guerra africana o seconda guerra del Congo che  si è svolta tra il 1998 e il 2003 nella Repubblica Democratica del Congo.  E al genocidio in Rwanda è legato l’arresto, avvenuto 23 anni dopo, il 16 maggio scorso in Francia, del banchiere e uomo d’affari ruandese Félicien Kabuga, uno dei latitanti più ricercati al mondo, accusato nel 1997 dal Tribunale penale internazionale delle Nazioni Unite per il Rwanda di averlo finanziato.   

Del Burundi oggi, delle sue condizioni economico-sociali, del peso del contesto regionale, della prospettiva dei risultati del voto, abbiamo parlato con Aldo Pigoli, docente di Culture politiche e Storia dell’Africa contemporanea all’Università Cattolica:

Ascolta l'intervista con Aldo Pigoli
20 maggio 2020, 08:00