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Disabilità e pandemia: una doppia fragilità da superare con cuore e risorse

Intervista con il direttore generale della onlus “Progetto persona”, Giorgio Maggi: le persone disabili sono ancora più fragili. In questa drammatica situazione gli operatori sociosanitari sono il vero valore aggiunto

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

Nella Messa a Santa Marta, Papa Francesco ha esortato a pregare per le persone con disabilità e per medici e infermieri che se ne prendono cura.

In Italia sono circa 800 mila le persone disabili e non autosufficienti che vivono in oltre 10 mila strutture residenziali. Gli operatori socio sanitari sono almeno 300 mila. In questo periodo, funestato dalla pandemia, i disabili sono ancora più fragili. È quanto sottolinea Giorgio Maggi, direttore generale di “Progetto persona”, onlus impegnata nel territorio di Milano, uno dei più colpiti in Italia dal Covid 19, ad assistere e accogliere le persone disabili.

Ascolta l'intervista a Giorgio Maggi

R. - Questa situazione ha posto tutti nella condizione di essere fragili. Tutti abbiamo bisogno gli uni degli altri. I nostri ospiti sono già fragili e sono ora esposti ad una ulteriore fragilità. Quindi è una fragilità nella fragilità. In questa situazione, i nostri operatori stanno veramente dando anima e corpo. Questo è il valore aggiunto che, forse, ci farà uscire da questo scenario apocalittico. La situazione non è delle più rosee proprio perché i nostri ragazzi non possono uscire dalle residenze e i nostri operatori lavorano in condizioni di estremo rischio. Ma conoscendo le loro esigenze, con il tatto che hanno e anche con un po' di inventiva riescono a far passare la giornata assicurando una discreta qualità della vita ai nostri ragazzi disabili. Ci sono tante limitazioni e dobbiamo, necessariamente, fare i conti con il cambiamento. Dobbiamo abituare prima noi stessi e, dopo i nostri ragazzi, al fatto che si può vivere una buona qualità della vita anche di fronte a questi cambiamenti.

La qualità della vita viene comunque assicurata in questo tempo difficile dal servizio degli operatori sanitari. Il Papa ha chiesto di  pregare per loro. Ancor di più adesso, la vicinanza e la presenza dell'operatore sanitario sono fondamentali…

R. - Assolutamente si. Non ci sono solo operatori sanitari ma anche operatori sociali e sociosanitari. C’è tutto un mondo oggi, quello della prossimità, tenuto in piedi da una serie di associazioni strutturate, professionali e associative. I nostri operatori sono operatori sociali e sanitari perché, oltre alla professionalità, mettono al centro l’aspetto della relazione con la persona.

In questo momento di crisi, alcuni ragazzi disabili hanno anche dovuto osservare un periodo di quarantena?

R. Abbiamo creato un servizio di pronto intervento per la quarantena nella città di Milano, in accordo e in convenzione col Comune di Milano grazie al consorzio “Sir” (Solidarietà in Rete), che permette alle persone che devono osservare un periodo di quarantena di farlo in totale sicurezza e con le distanze necessarie e con tutti i presidi del caso. Quindi abbiamo questo pronto intervento con residenze singole e vengono assicurati maggiori livelli di competenza perché un ragazzo disabile non sempre si rende conto cosa significhi dover indossare la mascherina, mantenere le distanze sociali. E quindi è necessario che ci sia del personale in grado, nonostante le difficoltà e con dispositivi di sicurezza adeguati, di garantire condizioni di sicurezza. E, nello stesso tempo, si deve anche fare in modo che non si alzi il livello di agitazione dei ragazzi a causa condizioni che per loro non sempre sono comprensibili. Quando si parla di disabilità cognitiva, ci sono persone che possono intraprendere un percorso di studi e altre che hanno livelli di autonomia molto molto bassi. La capacità dell’operatore è allora quella di saper comunicare in relazione alla capacità cognitiva della persona. In alcuni casi comprendono la situazione. In altri casi, invece, non è così e allora bisogna mettere in atto delle strategie che comunque li facciano sentire a loro agio.

Essere accanto a queste persone, soprattutto in questo tempo, è un po' anche la cifra della civiltà di un Paese…

R. - Vedo una forte attenzione da parte di chi conosce questo mondo e anche, in alcuni casi, da parte delle amministrazioni. Però, in senso generale, non vedo attenzione nei confronti delle persone fragili. Applicare dei modelli di distanziamento e delle modalità di prevenzione, cose valide per la maggior parte della gente, è invece molto difficile per i nostri ragazzi. Non c'è stata una declinazione ufficiale di come far fronte a delle difficoltà in questa situazione. Sono state le stesse organizzazioni che si sono auto regolate per trovare delle soluzioni. Mi rendo conto anche che, quanto avvenuto, era imprevedibile. Però è anche vero che, in alcuni casi, ci siamo trovati un po' da soli. E siamo stati noi, come terzo settore, che abbiamo dovuto dare dei suggerimenti. In alcuni casi c’è stata una forte collaborazione, in altri un po’ meno.

Cosa chiedete nello specifico?

R. - In questo momento servono grandi risorse economiche, di personale e  dispositivi di sicurezza. E poi serve una visione su come accompagnare le persone e su come dovrebbero essere cambiati i servizi. Noi chiediamo fondamentalmente all’ente pubblico che, per arrivare ad una formulazione del sistema dei servizi, ci si sieda veramente alla pari intorno ad un tavolo. E si discuta pensando a come devono essere ripensati e riformulati i servizi.

18 aprile 2020, 14:04