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Il primo Giardino dei Giusti di tutto il mondo, inaugurato a Milano nel 2003 Il primo Giardino dei Giusti di tutto il mondo, inaugurato a Milano nel 2003 

Giornata europea dei Giusti dell’umanità di ieri e di oggi

I valori della solidarietà, della testimonianza e del coraggio nelle storie di tre donne di Paesi islamici protagoniste di lotte per i diritti umani e per l’emancipazione della condizione femminile. Li scopriamo con la storica Anna Foa

Roberta Gisotti – Città del Vaticano

Una Giornata per ricordare quante persone si sono opposte a crimini contro l’umanità, nel secolo scorso ma anche ai nostri tempi; persone che hanno salvato vite umane durante la Shoah e in tutti i genocidi; persone che hanno difeso la dignità umana in regimi illiberali e totalitari. Tante le iniziative promosse dell’associazione Gariwo (Gardens of the righteous worldwide), sorta a Milano nel 2001, fondata e presieduta da Gabriele Nissim, che porta il merito di avere lanciato questa Giornata proclamata nel 2012 in ambito europeo e divenuta festività civile in Italia nel 2017. Una ricorrenza della memoria e non solo, che intende preservare e affermare i valori della solidarietà umana e del coraggio della testimonianza personale. Per questo nel 2003 è sorto a Milano, nel parco del Monte Stella, il primo Giardino dei giusti dell’umanità, che da allora si sono moltiplicati, un centinaio - in Italia e nel mondo - inaugurati grazie alla passione di amministratori pubblici, associazioni, insegnanti, semplici cittadini.  

In prima linea per i diritti delle donne negli Stati musulmani

Come ogni anno alla lista dei Giusti dell’umanità si aggiungono nomi di persone note o sconosciute, del passato o contemporanee, cui si vuole tributare un omaggio particolare. La scelta viene operata da esperti con il supporto di docenti e studenti. Nella rosa dei Giusti 2020 sono anche alcune donne di Paesi islamici, attiviste dei diritti umani: Hevrin Khalaf, Lina Ben Mhenni e  Nasrin Sotoudeh. Tre coraggiose testimoni di una contrastata storia di emancipazione femminile, come spiega la storica Anna Foa, del comitato scientifico Gariwo a Roma, autrice di molti libri e saggi sulla presenza degli ebrei in Europa.

Ascolta l'intervista ad Anna Foa

R. - Quest'anno gli studenti hanno proposto Hevrin Khalaf, curda, segretaria generale del Partito del futuro siriano, attivista per i diritti delle donne, assassinata a 35 anni nell'ottobre 2019. È una personalità di grande rilievo e di lei il presidente del Parlamento Europeo ha detto che è il volto del dialogo e dell'emancipazione delle donne in Siria. Abbiamo poi voluto accostare a Hevrin Khalaf, altre due donne, che nominiamo “Giuste dell’umanità”, e cioè Lina Ben Mhenni, la blogger giornalista, che è stata il simbolo della rivoluzione dei gelsomini, nel 2011, in Tunisia e che è morta a 36 anni nel gennaio scorso per la complicazione di una malattia cronica. Considerata la voce della rivolta, è stata candidata al Nobel per la pace nel 2011. Raccontava l'oppressione delle donne e non solo, era un’attivista dei diritti umani. È stata imprigionata e torturata.  Queste donne e non solo loro, ma tante altre, che con meno risonanza, lavorano e agiscono e corrono mille rischi nel mondo islamico, sono le testimoni di una fusione fra emancipazione della donna e diritti umani. Questo mi sembra importante e questo abbiamo voluto sottolineare mettendo insieme queste donne, perché i diritti umani nei Paesi islamici - il diritto alla libertà di azione, alla libertà di parola e a non essere imprigionati per difendere questi diritti - nascono proprio anche dall’emancipazione femminile. C'è tra questi due mondi e tra queste due battaglie un legame molto forte. La terza donna che abbiamo nominato, Nasrin Sotoudeh, è ancora viva. È un’avvocatessa iraniana di oltre 50 anni, attivista dei diritti umani che nel 2012 ha avuto un grande riconoscimento, il Premio Sacharov del Parlamento Europeo. Nasrin Sotoudeh ha difeso le iraniane – anche Shirin Ebadi, Premio Nobel per la Pace 2003 – e gli studenti ed adesso è in prigione. È stata condannata a 33 anni di carcere che più gli altri 5 che le avevano dato, diventano 38, oltre a 148 frustate. Se fare ‘chiasso’ sul suo nome servisse soltanto a impedire che la assassinino attraverso 148 frustate, questo già sarebbe un grande risultato.

È importante che la comunità internazionale faccia sentire il suo sostegno alla causa dell'emancipazione femminile nei Paesi islamici. Secondo lei le Nazioni Unite fanno abbastanza?

R. - Dipende. In alcuni casi si muovono, in altri no. Direi che anche le Nazioni Unite sono condizionate dal fatto che esiste tra gli Stati che le compongono, una forte maggioranza di Paesi islamici in cui le donne non godono di diritti. Quindi in realtà credo che in questo caso la battaglia sarebbe opportuno fosse portata avanti dal Parlamento Europeo e da quelle istituzioni che considerano i diritti delle donne come una garanzia per i diritti di tutti altri esseri umani.

Bisogna dire che questi Paesi aderiscono formalmente alle carte delle Nazioni Unite, dove sono sanciti i diritti delle donne, come quelli degli uomini, e che poi invece rimangono carta straccia.

R. -E’ vero, lo vediamo continuamente. Chiunque lavori, studi o legga solamente quello che succede, molto spesso si trova di fronte a situazioni assolutamente terrificanti. Non si tratta di importare la nostra democrazia, ma del fatto che c’è una battaglia importante nel mondo musulmano, perché le donne abbiano gli stessi diritti degli uomini. Questa battaglia viene da loro e noi dobbiamo appoggiarle.

06 marzo 2020, 07:00