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Brescia, primario Tomasoni: "E' durissima, ma la fede non è a rischio"

Brescia ha raggiunto i 499 morti per Coronavirus dal primo caso del 29 febbraio. Si lavora giorno e notte per garantire cure e tantà è la solidarietà manifestata in tutta la penisola. Intervista con il dottor Gabriele Tomasoni, primario nel Reparto di Rianimazione degli Spedali Civili di Brescia e anche presidente del Movimento Ecclesiale Carmelitano

Antonella Palermo - Città del Vaticano

Professionalità di altissimo profilo e cuore ardente di fede. Il primario Gabriele Tomasoni, del Reparto di Rianimazione degli Spedali Civili di Brescia, racconta come sta vivendo in prima linea un tempo dolorosissimo:

Ascolta l'intervista con il dottor Tomasoni


R. - Ad oggi la situazione è sempre molto, molto impegnativa e preoccupante. Il numero di casi che arrivano in Rianimazione è elevatissimo, parliamo di un 10-12% che entra in ospedale a cui è stata riconosciuta una patologia polmonare. C’è stato un impegno ‘esagerato’, costante, di apertura di posti letto anche dove pensavamo che prima non si dovessero aprire. Siamo passati da 10 posti iniziali, a 20, a 41 a 46 e siamo in fase di apertura di nuovi ulteriori posti. Questo significa un impegno di tutto il personale, di tutti gli staff, dai tecnici ai medici e soprattutto gli infermieri. I turni sono saltati, tutti stanno mettendo un impegno davvero straordinario.

Un'atmosfera surreale…

R. - Sì, esatto, surreale. Stiamo combattendo un nemico invisibile ma che determina degli effetti visibilissimi, anzi tragici. Da qui anche il mio richiamo a tutte le persone che ci ascoltano a seguire tutte le indicazioni emanate di stare in casa, di non avere dei contatti diretti. Sembra un ritornello che ripetiamo ossessivamente ma la prima misura per frenare questo nemico è questa. Io credo che è una situazione 'eroica', lo diceva Giovanni Paolo II riferendosi a San Benedetto, quando l'eroico entra nel quotidiano. E’ una frase che la situazione, fin dall’inizio, mi ha richiamato e l’ho riconosciuta in tutti i miei collaboratori, indipendentemente dal loro credo. C’è una solidarietà tra di noi grande, si è riscoperto il rapporto tra le persone. Sono saltati quei freni inibitori che a volte creavano l’imbarazzo nell’affrontare anche argomenti di fede. Sinceramente, ci si guarda nei corridoi e spontaneamente si dice: “Ma sai che io alla sera dico il Rosario?”. E l’altro, cosa impensabile: “Io mi addormento alla seconda Ave Maria…”. Ecco, tanto per citare un episodio che mi è capitato...Veramente a volte le situazioni drammatiche riscoprono quella che è l’umanità, la persona, che viene fuori per quella che veramente è, dovrebbe sempre essere così.


Come si coniuga questa dimensione di eroismo con quella di fragilità della natura umana?

R. - Penso che la riflessione oggi dovrebbe essere: Gesù si è incarnato e il cristianesimo è concretezza, è anche sofferenza. Queste situazioni ci dicono ancora di più che siamo strumenti e quindi dobbiamo giocarci, nel nostro corpo, riconoscendo
nell’altro e nella sofferenza il Gesù che ci è davanti. Ovviamente sono cose che dico da credente, ma penso che anche il  non credente, di fronte a situazioni di questo tipo, diventi 'eroico'. Superare quello che è il limite della persona e trascendere sulla materialità e sullo spirito che in ognuno di noi comunque c’è. Dobbiamo riconoscere il nostro limite e
lavorare per il bene della persona, amata da noi e dal Signore, un bene prezioso.

Lei è presidente del Movimento Ecclesiale Carmelitano. Ha sentito in questo tempo che la sua fede è stata messa a rischio?

R. - No, fede a rischio sicuramente no. Questa esperienza mi convince ancora di più che la nostra esperienza umana si gioca su quello che ci è stato affidato. Non vuol dire fare discorsi teorici, ma essere incarnati nella realtà. Oggi è questa sofferenza, in altre situazioni potrebbe essere una gioia, una conquista, qualcosa che ci innalza. Ma in una situazione e nell’altra dobbiamo essere consapevoli che il nostro impegno qui è perché ci è data una missione.

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20 marzo 2020, 17:06