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Shahbaz Bhatti: un posto ai piedi della croce

Il 2 marzo 2011 veniva ucciso in un attentato ad Islamabad in Pakistan, il ministro per le Minoranze Shahbaz Bhatti. Ricordiamo la sua figura di uomo e di politico con il collega Paolo Affatato autore, insieme a don Emmanuel Pavez parroco della diocesi di Faisalabad e cugino del leader scomparso, del volume “Shahbaz Bhatti. L’aquila del Pakistan” in uscita nei prossimi giorni

Marina Tomarro - Città del Vaticano

Dopo aver recitato le preghiere e aver ricevuto la benedizione dalla madre moriva nel suo paese, in un'imboscata, la mattina del 2 marzo 2011, Shahbaz Bhatti, il ministro per le Minoranze del Pakistan. La donna in quell'occasione lo aveva incoraggiato ad andare avanti sulla difficile strada intrapresa, senza paura. “Non dimenticare mai – gli aveva detto la mamma – quanta sofferenza ha dovuto sopportare il Signore Gesù”. Qualche minuto dopo, appena entrato nella sua macchina, Shahbaz veniva assalito da tre uomini armati e moriva sotto una scarica di colpi poche ore dopo.

Una vita coerente con la fede

“Bhatti – spiega il giornalista Paolo Affatato - autore dell'ultimo volume dedicato al ministro pakistano, dal titolo "Shahbaz Bhatti, l'aquila del Pakistan"- ha vissuto con coerenza la sua fede cristiana in tutti gli aspetti della vita pubblica e privata. Lui è stato un autentico testimone della fede, in quella realtà così complessa che è il Pakistan, dove i cristiani sono una esigua minoranza. La sua vita è un esempio per tutti i pakistani e rende onore al suo paese, perché la sua campagna per la giustizia e per i diritti umani dà un’immagine di un Pakistan realmente democratico che difende e rispetta la dignità dell’uomo. Il suo impegno è stato quello di un patriota autentico, di figlio di questa nazione”:

Ascolta l'intervista a Paolo Affatato

Una vita condotta fino alla fine nella preghiera, una preghiera che poi lo ha accompagnato, in qualche modo, fino all'incontro con i suoi assassini?

R - La sua è stata una vita vissuta con una presenza evangelica fino in fondo, credendo fermamente nella presenza di Gesù Cristo nel quotidiano; come lui dice nelle parole ormai famose del suo testamento spirituale: "Voglio solo un posto ai piedi della croce". Questo posto ai piedi della croce lo ha trovato, lo ha vissuto nel corso della sua esistenza, direi non troppo lunga. Non solo la preghiera l'ha vissuta come momento di legame mistico con Dio, ma vissuta veramente nella vita quotidiana, nel rapporto con l'altro, nel riconoscere la presenza di Dio nel povero, nell'oppresso, nell'emarginato, in qualunque persona incontrasse sul suo cammino.

Perché Shahbaz alla fine è un esempio non solo per i cristiani ma anche per i non cristiani di quel paese?

R - E' un esempio perché la sua vita donata fino in fondo per valori come i diritti umani, per la difesa del povero, per l'uguaglianza, dà un esempio di una nazione che può essere democratica e prospera proprio se segue questa strada.

Quanto la sua figura ha dato un contributo all'identità della comunità dei cristiani del Pakistan?

R - Questo è un aspetto molto interessante. Direi che la sua figura ha dato un contributo cruciale all'identità dei cristiani del Pakistan che troppo spesso, forse, vivono un atteggiamento di vittimismo, un atteggiamento di commiserazione. Ebbene Bhatti ha vissuto il suo cristianesimo cin senso completamente diverso, vivendo cioè  l'hic et nunc, il qui e ora della presenza cristiana, della vita evangelica, in quello che il Signore, nella sua grazia, dona nel momento presente, senza complessi di inferiorità, senza complessi di minoranza, senza quell'atteggiamento che può essere il rinchiudersi in un fortino. Anzi, è stato l'uomo dell'apertura, del dialogo, che ha dato una testimonianza cruciale e dell'autentico spirito cristiano nella "terra dei puri".

Nonostante la morte di Bhatti continuano comunque numerosi episodi di violenza contro i cristiani in Pakistan. Attualmente due sono in evidenza. I coniugi che sono stati accusati di blasfemia e sono ancora in carcere e dall'altra parte qualche giorno fa un giovanni cristiano torturato e ucciso per aver usato dell'acqua di un pozzo dei musulmani. Ecco allora a questo punto c'è una speranza che queste violenze prima o poi finiscano o comunque vadano diminuendo?

R - Bhatti oggi avrebbe fatto di tutto, sarebbe andato personalmente nei luoghi dove si sono commesse queste ingiustizie, questi omicidi, queste discriminazioni. Più volte ha dato un esempio nel muoversi, quando era ministro, ma anche prima della sua nomina politica, quando era presidente del "All Pakistan minorities Alliance". Questi episodi tuttora avvengono e sono un segno della necessità di continuare il suo impegno, cosa che oggi dicono i suoi amici, tanti cristiani e anche gli esponenti delle Chiese. Oggi ma anche domani si terranno delle commemorazioni in Pakistan legate al nome di Shahbaz Bhatti e questi episodi verranno ancora alla luce. Questo allora è un messaggio per le istituzioni, per il governo pakistano, nel senso che c'è ancora molto da fare per eliminare ogni forma di discriminazione, di violenza nei confronti delle minoranze, e per cambiare una mentalità nella società pakistana, che invece andrebbe incentrata su un unico concetto quello che lui portava avanti: il concetto di cittadinanza. Siamo tutti cittadini, siamo tutti uguali davanti alla legge, siamo tutti meritevoli e degli stessi diritti degli stessi doveri.

02 marzo 2020, 16:09