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Civili a Idlib Civili a Idlib  (AFP or licensors)

A Idlib in Siria è guerra tra potenze regionali

Il presidente Recep Tayyip Erdoğan ribadisce che le forze turche “non faranno un passo indietro” e intanto chiama ad Ankara il presidente russo Vladimir Putin per un bilaterale sull'escalation di violenza nel nord ovest della Siria. E’ fallita per il momento l’iniziativa di un vertice a quattro con i leader di Turchia, Russia, Francia e Germania. Con noi l’esperta di politiche del Mediterraneo Stefania Panebianco

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Intensi scontri armati sono in corso nella Siria nord-occidentale tra forze governative sostenute dalla Russia e milizie ribelli appoggiate dalla Turchia. E il presidente, Recep Tayyip Erdoğan, in un discorso al gruppo parlamentare del suo partito Akp ha ribadito: “Faremo arretrare il regime siriano dietro i limiti definiti" della zona di de-escalation negli accordi con la Russia e "permetteremo il ritorno dei civili nelle proprie case". L'inasprimento militare in corso da settimane, secondo l’Onu, ha già causato 900.000 sfollati.

Attacchi aerei e via terra

Raid aerei di Mosca e Damasco sono diretti contro le zone ancora controllate da combattenti delle opposizioni armate a sud e a est di Idlib. Razzi terra-terra hanno colpito un convoglio militare turco nella zona di Jabal Zawiya danneggiando alcuni mezzi. Almeno 25 persone sono morte e 80 sono state ferite negli attacchi compiuti ieri.

Impasse della politica

In serata sono attesi ad Ankara i colloqui turco-russi. La scorsa settimana il presidente Erdoğan aveva annunciato per il 5 marzo un vertice tra Turchia, Russia, Francia e Germania che però ieri il Cremlino ha smentito. Al momento non ci sono i termini per un confronto rispettivamente tra i leader Erdoğan, Putin, Macron e Merkel. Resta la situazione critica nella provincia nord occidentale della Siria dove l’offensiva che l’esercito di Damasco ha lanciato da aprile si è intensificata a febbraio. La tensione è massima perché nelle ultime settimane sono saltate sul campo alcune delle alleanze contro i ribelli: le forze turche hanno attaccato le stesse forze siriane parlando di sconfinamenti alla frontiera fissata per la zona di de-escalation. In questi giorni un numero imprecisato di soldati turchi sono stati uccisi e altri sono rimasti feriti nei raid aerei russi e governativi. L'offensiva delle truppe governative va avanti con il sostegno di Mosca. Ieri il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, ha respinto gli inviti a una tregua nella provincia siriana di Idlib. "Sarebbe capitolare di fronte ai terroristi, e persino ricompensarli per le loro attività in violazione dei trattati internazionali e di numerose risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu", ha detto Lavrov al Consiglio per i diritti umani Onu a Ginevra.

Peggiora la crisi umanitaria

Preoccupa la situazione dei civili. Secondo Medici senza frontiere sono state colpite scuole che ospitano famiglie sfollate. Anche Save the Children denuncia il bombardamento di dieci scuole, in cui sono morti una bambina e altre 9 persone. Secondo l'Ong e il suo partner sul campo Hurras Network, alcune scuole colpite erano in funzione, altre erano in pausa per un giorno e altre ancora venivano utilizzate come rifugi. Dall'inizio dell'anno sono già 22 le scuole bombardate, di cui quasi la metà nelle ultime ore. Save the Children e i partner locali stanno continuando a verificare le informazioni sugli attacchi che sarebbero stati lanciati per la maggior parte durante l'orario scolastico. Almeno tre insegnanti sono stati uccisi, mentre decine di altri bambini e almeno sette insegnanti sono rimasti feriti.

Dell’impasse sul piano politico e dell’emergenza umanitaria, abbiamo parlato con Stefania Panebianco, professoressa associata di Politiche di sicurezza nel Mediterraneo:

Ascolta l'intervista con Stefania Panebianco

R. - Mi sembra evidente che la politica che il presidente  Erdoğan sta svolgendo e conducendo nell'area mediorientale - estendosi peraltro fino alla Libia - rappresenta una tradizionale forma di potenza regionale affermata attraverso una guerra tradizionale. In un conflitto "by proxy", giocato cioè in territorio straniero da due chiari attori quali Russia e Turchia, Erdoğan sta riportando la tradizionale Real politik al centro di tutto. Sta utilizzando tradizionali strumenti di guerra. Non ha timore a utilizzare il suo esercito anche "lontano da casa". Sono vecchi schemi.

Che margine c'è per altri attori internazionali?

R. - Speriamo che l'intervento dell'Iran che sta tentando di essere una sorta di paciere possa avere un peso. Noi speriamo che possa rientrare in altri sforzi di diplomazia tradizionale, ma la diplomazia tradizionale è in crisi. Per quanto riguarda l'Unione Europea, il nuovo Alto Commissario per gli Affari esteri e le politiche di sicurezza dell'Ue, Josep Borrell, ha avuto il suo esordio con la Conferenza di Berlino. E' all'inizio del suo mandato. L'Europa appare debole - e tanto più in relazione alla Brexit - e incapace di fare da leader per una soluzione diplomatica. E dunque l'impasse allo stato rimane l'unica situzione possibile. 

Professoressa, resta la drammatica situazione umanitaria a Idlib...

R. - E' questo il vero problema! Nel momento in cui ci sono attacchi alle scuole, agli asili e dunque i civili sono utilizzati come bersaglio, sono scardinate tutte le regole in base alle quale i civili dovevano essere protetti, dovevano essere lasciati fuori dai conflitti. 

26 febbraio 2020, 14:41