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Rapporto Oxfam: nel mondo il 42% delle donne ha un lavoro di cura non retribuito

Alla vigilia del World Economic Forum di Davos, da domani al 24 gennaio, l’Organizzazione non profit Oxfam lancia “Time to care – Aver cura di noi”, il nuovo rapporto sulle diseguaglianze sociali ed economiche

Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

Nel mondo esistono ancora oggi milioni di persone con una vita molto lontana da un livello dignitoso. Il nuovo Report di Oxfam denuncia che la ricchezza globale, in crescita tra giugno 2018 e giugno 2019 resta fortemente concentrata al vertice della piramide distributiva, in sostanza: “l’1% più ricco deteneva a metà 2019, più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi  di persone”.

Gravi le disparità nella distribuzione dei redditi

Gli attuali 2.153 miliardari del mondo posseggono una ricchezza superiore alla ricchezza netta complessiva di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione mondiale. Come se tutto questo già non fosse abbastanza, il patrimonio delle 22 persone più facoltose al mondo supera la ricchezza di tutte le donne del continente africano. Il rapporto denuncia come “in un mondo in cui il 46% di persone vive con meno di 5,50 dollari al giorno, restano forti le disparità nella distribuzione dei redditi, soprattutto per chi svolge un lavoro”.

Il lavoro di cura non retribuito penalizza il 42% delle donne nel mondo

Quest’anno, e a spiegarlo è Misha Maslennikov, policy advisor di Oxfam, al centro del rapporto è stato posto soprattutto il lavoro di cura non retribuito “che non permette  di liberare tempo, energie e risorse per poter addirittura accedere ad un lavoro retribuito”. Questa dimensione – prosegue Maslennikov – “interessa su scala globale principalmente la componente femminile della popolazione del mondo, il 42%. Il lavoro di cura non retribuito, inoltre, molto spesso incide sul tasso di frequenza scolastica delle donne e delle giovani ragazze”.  Ad essere colpiti sono i Paesi a bassissimo reddito, i contesti più vulnerabili del pianeta, “senz’altro  - aggiunge Maslennikov – il continente africano, soprattutto l’Africa subsahariana, rientra maggiormente in questa fotografia”. 

Ascolta l'intervista a Misha Maslennikov
20 gennaio 2020, 06:48