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Le porte dorate delle chiese: il “Progetto Eldorato”

Sempre più chiese italiane, cattoliche e protestanti, come anche edifici civili, stanno rivestendo le loro porte con le coperte termiche usate per soccorrere i migranti. Sono le installazioni artistiche “Progetto Eldorato” di Giovanni De Gara

Maria Milvia Morciano -  Città del Vaticano

Nel 2018, in occasione del 1° millennio della Basilica di San Miniato al Monte a Firenze, l’artista Giovanni de Gara ha rivestito i portoni d’ingresso della chiesa con sottili fogli dorati, ricavati dalle coperte termiche usate per soccorrere i migranti. L’effetto era spettacolare. Sia di giorno che di notte le coperte splendevano come luce pura, visibili fin da lontano, data la posizione della chiesa su una collina e in cima a una ripida scalinata.

Il pensiero corre subito alla porta dorata del Battistero fiorentino, opera del Ghiberti, la cosiddetta Porta del Paradiso, e alla scritta incisa sulla soglia della porta santa, quella di sinistra, della stessa basilica di San Miniato, “Janua Coeli”, porta del cielo. Iscrizione presente in molte chiese romaniche e gotiche.

L’oro come simbolo

La quantità di rimandi simbolici è vertiginosa. L’oro è il metallo più prezioso, utilizzato da sempre nell’arte per rendere la grandezza di ciò che non si può quantificare né esprimere: il potere, la ricchezza, la bellezza e soprattutto il divino, l’immenso, l’assoluto. Le coperte isotermiche hanno fatto da contraltare ai mosaici della facciata superiore della chiesa di San Miniato, che raffigurano Cristo, la Vergine e il santo di origine armena, dando l’idea di essere fatte dello stesso materiale. Si tratta di pura illusione. Queste coperte poco costose, fabbricate per lo più in Cina, di fatto attivano una profonda contraddizione con il loro apparente splendore. Sono più preziose del metallo nobile perché possono salvare vite umane.

Queste coperte dorate rappresentano la salvezza di quei migranti, uomini, donne e bambini, che giungono stremati sulle nostre spiagge dopo un viaggio infernale passato sui barconi, spesso sopravvissuti al naufragio.  Hanno lo stesso bagliore dei sogni che spingono i più poveri in quella che loro ritengono terra dell’oro, in cerca di una vita migliore. E che più spesso restituisce delusione e altro dolore.

La porta simbolo di inclusione

Le porte sono sacre fin dalle civiltà più arcaiche. Gli antichi riti di passaggio rappresentavano momenti fondamentali legati allo spazio e al tempo.  Le porte interrompono i confini e le barriere offrendo un varco all’inclusione, allo scambio, alla conoscenza.  Papa Francesco auspica più volte che le chiese non spranghino mai le loro porte, ma che queste rimangano aperte per accogliere tutti, così come deve essere per la Chiesa che “non è una roccaforte, ma una tenda capace di allargare il suo spazio (cfr Is 54,2) e di dare accesso a tutti - come ha affermato nell'udienza generale del 23 ottobre di quest'anno -.  La Chiesa è ‘in uscita’ o non è Chiesa, o è in cammino allargando sempre il suo spazio affinché tutti possano entrare, o non è Chiesa. ‘Una Chiesa con le porte aperte’, sempre con le porte aperte”.

E infine ogni significato è racchiuso nelle parole del Salvatore Gesù Cristo che ha detto “io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato” (Gv 10, 9).

Com’è nata l’idea del Progetto Eldorato

Giovanni De Gara mi racconta di aver realizzato, alcuni anni fa, delle pepite d’oro racchiudendo un pugno di terra dentro pezzi di coperta termica e poi passate nella macchina del sottovuoto: “Mi divertiva ricreare il processo che usavano gli egiziani per ricavare oro dalle terre del Nilo, ma in chiave pop, appunto con terra semplice, un foglio di alluminio dorato e sottovuoto per alimenti. Dietro a questo processo di creazione dell'oro amatoriale c’era però qualcosa di più vero e più profondo che mi ha portato a realizzare dapprima opere raffiguranti carte geografiche del mondo dorate e poi a rivestire i portoni”.

“Il fatto è ‒ continua De Gara ‒ che la vera ricchezza di una persona costretta a emigrare è proprio la sua terra d’origine, quella su cui nasce, dove trascorre i primi anni della vita, con la quale ha legami, ne conosce regole e religioni. È questo il suo vero oro, ma è costretta a lasciarla in cambio di un Eldorado fake dove ciò che trova è un similoro che luccica per nascondere il vuoto dell’apparenza. Da qui sono passato a dipingere mappe su fondi d'oro, sempre secondo il concetto che la terra è il vero oro. Poi, pensando che tutto è in movimento, non solo le persone, gli animali, le piante, ma anche la terra stessa e quindi dall'idea di un pianeta che è una palla di terra e fuoco che si rimpasta continuamente, dalle pepite pop, che sono anche frattale della terra in scala minore, il passaggio alle porte di San Miniato è stato un attimo”.

  “Il mio progetto ‒ continua De Gara ‒ parla di una chiesa povera e aperta a tutti, senza discriminazioni di alcun genere”.

Le coperte termiche sono un gesto di carità umana che riproducono l’abbraccio di Dio ai poveri, ai sofferenti, ai discriminati. Sono la presenza del Salvatore che viene a visitare gli ultimi per primi (Mt 20, 16).

Perché il nome Eldorato

Il nome del progetto, Eldorato, è l’evidente distorsione del luogo immaginario per eccellenza, l’Eldorado, deformato così come attualmente viene deformata la realtà dei fatti, specialmente in materia di immigrazione.

 Nell’epoca delle fake-news e delle contraffazioni, del complottismo e delle false speranze, le coperte termiche che soccorrono i migranti, ma anche i senza tetto e le vittime dei disastri ambientali, risplendono come verità di una società discriminante e sempre meno umana.

Il progetto Eldorato

La potenza di tale messaggio non poteva rimanere isolata. Dopo Firenze, grazie all’abate di San Miniato al Monte Padre Bernardo Gianni, hanno per primi promosso l’iniziativa don Antonio Loffredo, parroco della basilica di Santa Maria della Sanità a Napoli, e  il missionario padre Alex Zanotelli, insieme a uomini di cultura della società civile, lo storico dell’arte Tomaso Montanari, autore della preghiera “Per rimanere umani”,  lo scienziato di fama internazionale Stefano Mancuso, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e il giornalista  e fotoreporter Francesco Malavolta,  subito seguiti da molti altri che hanno adottato il progetto: cardinali, vescovi e parroci hanno foderato le porte delle chiese cattoliche e i pastori quelle delle chiese protestanti e ancora sindaci, consiglieri comunali, assessori e direttori di museo gli edifici civili.  Venezia, Verona, Pavia, Brescia, Parma, Biella, Bologna, Ravenna, Genova, Pistoia, Roma, Napoli, Palermo, Lampedusa. Una delle ultime per ordine è Lucca, nella chiesa valdese e in quella di San Sebastiano, ma soprattutto nella cattedrale di San Martino, dedicata proprio a quel santo che divise il proprio mantello con un povero infreddolito: una coperta termica ante litteram. Tra le prossime il sacro convento di Assisi. Molte altre ancora se ne aggiungeranno.

20 dicembre 2019, 09:00