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Thailandia: lavoratrice nella piantagione di caffé del progetto Doi Tung Thailandia: lavoratrice nella piantagione di caffé del progetto Doi Tung 

Thailandia: dal crimine a operose imprese sociali, grazie alle donne

Una storia di donne da emulare per riscattare comunità di persone nei contesti più poveri, emarginati, sfruttati dal crimine. Il progetto Doi Tung, lanciato nel nord della Thailandia, è un esempio virtuoso di un’economia globale sostenibile, radicata nel locale. Intervista a Sandro Calvani

Roberta Gisotti – Città del Vaticano

Un tempo conosciuta come il Triangolo d’oro per la coltivazione dell’Oppio, la regione di Chiang Ray - lungo il confine tra Thailandia e Myanmar - è diventata la sede del prodigioso Progetto di sviluppo Doi Tung, sostenuto dalle Nazioni Unite e realizzato dalla Mae Fah Luang Foundation su iniziativa della principessa madre Srinagarindra, avviato con tante difficoltà 30 anni fa.

“Un vero e proprio miracolo, realizzato soprattutto grazie alle donne”, spiega Sandro Calvani, una carriera ai massimi livelli nelle Nazioni Unite, in missione in 135 Paesi in tutto il mondo, tra gli incarichi svolti quello di direttore in Colombia dell’Agenzia Onu contro il traffico di stupefacenti, oggi residente a Bangkok, in Thailandia, dove segue da consigliere volontario il progetto Doi Tung. Un modello oggi da emulare per un’economia globale sostenibile, sviluppata a partire dalle risorse umane e produttive locali:

Ascolta l'intervista a Sandro Calvani

R. – Bisognava recuperare una situazione socialmente ed economicamente molto difficile, la ‘feccia dell’umanità’, perché 30 anni fa quella regione era il centro, il mercato dell’oppio e dell’eroina, e vi era gente che aveva venduto i propri figli per il traffico sessuale, che aveva venduto oppio ed eroina, che aveva fabbricato armi e che partecipava ad ogni forma di crimine organizzato. Abbiamo puntato sulle donne perché erano quelle che avevano voglia di riscossa, cioè di puntare di nuovo sulla stessa realtà del villaggio, della famiglia per poter ricominciare senza condannare nessuno, senza puntare il dito contro nessuno, e invece recuperando anche le persone che avevano combinato guai e commesso crimini, operando un cambio di mentalità. Quindi, sono state le donne che si sono rese leader di questa trasformazione che nei primi anni ha causato un indebitamento della comunità, perché nulla è stato regalato, tutto è stato dato a credito, e poi hanno saputo creare imprese sociali che oggi sono diventate autosufficienti ed hanno quindi sostituito il reddito illecito, criminale, con un reddito legale, attraverso delle imprese legali nel campo della produzione di ceramica, di tessili di alta qualità, di cibo come caffè, tè, noci, macadamia, del turismo, dei fiori….

Dove vengono venduti questi prodotti?

R. – Abbiamo mercato soprattutto in Asia, per esempio in Giappone, perché è un Paese che paga il caffè e il tè di alta qualità a prezzi molto buoni, ma vendiamo anche in America e pure in Europa, in cinque Paesi, attraverso una grande multinazionale di arredo e oggettistica per la casa.

Quante persone avete finora coinvolto in questo progetto?

R. - Circa 25 mila persone, in una trentina di villaggi

Quindi, è stato veramente ridare vita ad una regione ‘morta’ moralmente?

R. – Sì. Però, le persone che erano così “moralmente morte”, come dice lei, si sono riabilitate in centri di recupero, non in alcuna prigione, e sono stati ri-accolti dalla comunità come ‘eroi’, cioè gente che ce l’ha fatta a cambiare se stessa e sono tornati come leader delle comunità. E sono loro, oggi, quelli che noi portiamo a New York e alle Nazioni Unite per dimostrare come lo sviluppo della persona, come il mettere al centro la persona rappresenti il vero sviluppo sostenibile. Perché quando cambia la persona diventa sostenibile anche l’agricoltura, l’educazione, la salute … tutto.

Ancora una volta vediamo come l’istruzione, il lavoro, il rispetto, l’autonomia economica siano gli elementi-chiave della promozione delle persone: della donna in primis e poi della società tutta.

R. – Certamente. Lo sviluppo è sempre locale ed è sempre di tutti i generi e le generazioni. Cioè, non può essere solo sviluppo degli uomini o dei bambini, delle donne o dei vecchi: deve partecipare tutta la comunità. E naturalmente, nel caso nostro, le donne con la loro capacità generativa, non solo in termini biologici, nel senso che sono le mamme, ma anche in termini sociologici, perché hanno generato una speranza che prima, quando la comunità era affidata a vecchi criminali che facevano traffici di persone e di droga, non c’era.

25 novembre 2019, 14:38