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Il Presidente turco Erdogan apre a un tregua in Siria Una delle città bombardate dai turchi in territorio siriano  (AFP or licensors)

Il Presidente turco Erdogan apre a una tregua in Siria

“L’operazione si fermerà se i terroristi lasceranno la zona di sicurezza” ha dichiarato da Ankara il leader turco, che ha poi ribadito come ogni visita di leader stranieri volta a cercare una tregua sarà “uno spreco di tempo ed energie” fino a che non sarà presa in considerazione la posizione “inequivocabile e ragionevole”

Federico Francesconi – Città del Vaticano

Per domani ad Ankara è programmato un incontro tra il vice Presidente americano Mike Pence - accompagnato dal Segretario di stato Mike Pompeo – con il Presidente turco Erdogan. La delegazione era stata inviata dal capo di stato statunitense Trump con l’intenzione di cercare una strada verso la tregua tra la Turchia e le forze curde stanziate nel nord della Siria, ma le ultime dichiarazioni di Erdogan lasciano pensare che questo sforzo potrebbe essere inutile.
L’unico interlocutore per una proposta pacifica potrebbe ora essere la Russia, in buoni rapporti sia con alcune forze siriane sia con la Turchia. Il Presidente Erdogan dovrebbe recarsi a Mosca per incontrare Vladimir Putin proprio alla fine di questo mese; intanto, la polizia militare russa ha stanziato una parte delle sue forze nella città di Manbij, dove ha cominciato a pattugliare le strade per “tenere sotto controllo la zona di competenza russa e garantire la sicurezza della popolazione”, come spiegato dall’ufficiale del Cremlino Safar Safarov.

La situazione attuale in Siria

Questo 9 ottobre le forze turche hanno invaso la zona a nord-est della Siria, sotto il controllo delle forze indipendentiste curde. L’attacco è arrivato subito dopo il ritiro delle forze americane dalla Siria, che ha lasciato gli indipendentisti in uno stato di debolezza nei confronti delle forze di Ankara.
Durante tutta la settimana si sono susseguiti scontri di artiglieria e bombardamenti e secondo le informazioni di Mezzaluna rossa Kurdistan, l’unica Ong presente in questo momento nell’area, il bilancio delle vittime ammonta a 75 caduti accertati, 450 feriti di cui 165 gravi, e 250mila sfollati. Più laconiche invece le dichiarazioni del ministero della difesa turco che registra semplicemente “637 terroristi curdi neutralizzati”, cioè uccisi, feriti o catturati.
Da ieri si sono uniti alle forze curde anche i militari siriani di Assad, con cui il governo del Kurdistan ha stipulato un accordo che ha definito “un male minore”. Attualmente, la città simbolo dello stato curdo, Kobane è sotto attacco da parte di Ankara, ma le forze russe presenti nell’area, per evitare uno scontro diretto, hanno istituito una linea militare di sicurezza.

Le risposte internazionali all’offensiva turca

Dopo l’attacco turco in Siria, considerato controverso da molti osservatori internazionali, Sebbene non ci siano sanzioni ufficiali dell’Ue, la maggior parte dei Paesi europei (e il Regno Unito) hanno sospeso la fornitura di materiale bellico verso la Turchia. Anche l’Italia – che degli esportatori di armi verso Ankara è il maggiore in Europa – ha dichiarato che sospenderà “tutto quello che riguarda il futuro dei prossimi contratti e dei prossimi impegni” per la fornitura di materiale bellico verso la Turchia, come spiegato dal ministro degli esteri Luigi Di Maio.
In America invece, Donald Trump ha fatto sapere con un tweet di stare preparando un ordine esecutivo che imponga sanzioni a diverse entità del governo turco. Nel mirino si trovano il ministero dell’energia e il suo responsabile, il ministro dell’interno e il ministro della difesa e il suo ministero stesso.
Inoltre oggi gli Stati Uniti hanno incriminato la seconda banca statale turca, la Halkbank, con l’accusa di aver aiutato l’Iran a violare alcune sanzioni economiche. Questa decisone potrebbe mettere in crisi l’economia turca, già in uno stato precario, e da tempo Erdogan aveva chiesto a Trump di non procedere con le incriminazioni.

Il ruolo dell’Europa nell’area siriana

“L’Europa non può avere voce in capitolo, perché non ha alcuna influenza nella regione”. Così ai microfoni di Radio Vaticana Massimo de Leonardis, docente di storia delle relazioni internazionali all’università Cattolica del Sacro Cuore, il quale fa un analisi dell’attuale situazione sul campo

Ascolta l’intervista a Massimo De Leonardis
16 ottobre 2019, 15:06