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Libano: quinto giorno di proteste contro austerity e corruzione

Da giovedì migliaia di persone sono scese in strada per contestare i rincari annunciati dall’Esecutivo, in particolare quelli sui servizi telefonici, e dire no alla corruzione. Intervista al presidente di Caritas Libano, padre Paul Karam

Andrea De Angelis – Città del Vaticano

La protesta in Libano dura ormai da 120 ore e non sembra in procinto di arrestarsi. In molti chiedono le dimissioni del governo e, sottolineano gli osservatori, la richiesta è trasversale tra i sostenitori di diverse forze politiche e le differenti religioni. La difficile situazione economica in cui si trova il Paese e la sfiducia nelle istituzioni sono alla base di quanto sta accadendo.

No all’austerity

Quinto giorno di proteste in Libano, dove i manifestanti stanno scendendo per le strade di Beirut e di altre città del Paese per contestare le misure di austerity annunciate dal governo. Permangono dunque i problemi alla viabilità, compreso l’accesso alla capitale, e restano chiuse banche, scuole e varie attività commerciali. Le proteste sono iniziate giovedì sera, quando è stata annunciata l’introduzione di una nuova tassa per le telefonate fatte con WhatsApp e Facebook Messenger. In piazza, scrivono i giornali, anche famiglie con bambini, ma la sera non sono mancati violenti scontri con le forze dell’ordine, specie nei primi due giorni.

Il premier Hariri al bivio

Intanto scade oggi l'ultimatum di 72 ore che il primo ministro libanese Saad Hariri ha imposto al suo governo per trovare una soluzione alla crisi economica del Paese senza imporre nuove tasse, come annunciato dall'agenzia di stampa Nna. Poco dopo l’inizio delle proteste, in un discorso alla nazione, Hariri ha infatti accusato i partiti che lo sostengono di aver bloccato le riforme necessarie e ha minacciato di dimettersi se, entro tre giorni, non gli fossero arrivate proposte concrete di misure da adottare per uscire dalla crisi. Oggi è previsto il vertice dell’esecutivo, nel quale si saprà di più sul futuro di Hariri, confermato primo ministro lo scorso gennaio, ben nove mesi dopo le elezioni.

Politici libanesi
Politici libanesi

Nessuna bandiera di partito

I manifestanti, scesi in decine di migliaia in piazza a Beirut e in altre città libanesi anche nella giornata di domenica, hanno sventolato le bandiere del Libano, ma non quelle dei partiti. Dopo qualche scontro avvenuto nei primi giorni, ieri in strada le proteste sono state pacifiche. Oltre ai servizi telefonici, le persone chiedono anche investimenti sulla scuola e servizi più efficienti per quanto riguarda l’elettricità e l’acqua. Inoltre il dito viene puntato anche verso l’incapacità del governo a gestire i numerosi incendi scoppiati nelle ultime settimane, nonostante importanti investimenti pubblici in elicotteri e canadair. Secondo i media locali, da almeno cinque anni nel Paese non si assisteva ad una simile rabbia che, questo è il dato sottolineato dai diversi organi di stampa, attraversa non solo i partiti, ma anche le diverse confessioni religiose.

“I poveri nel 2011 erano il 6%, ora sono il 39%”

“La gente non è cieca, né sorda. La gente vuole che i soldi non finiscano più nella corruzione. Chi governa il Paese deve servire la popolazione, non curare i propri interessi”. Lo ha detto padre Paul Karam, presidente di Caritas Libano, nel corso della nostra intervista nella quale spiega come la crisi attuale sia frutto di più fattori ed abbia come responsabile non solo questo governo, ma anche i precedenti. Un problema trentennale, che si è amplificato a partire dall’inizio del conflitto in Siria, nel marzo del 2011. “Allora – spiega padre Paul – i libanesi al di sotto della soglia di povertà erano poco più del 6%, ora sono sopra il 39%”. Numeri simili anche per la disoccupazione. "Le persone sono in piazza a Beirut e nelle strade di tutto il Libano! Chiedono di lavorare, e i problemi derivati anche dall’immigrazione siriana – aggiunge il presidente di Caritas Libano – non significano che i libanesi non vogliono rispettare la dignità dei siriani, ma chiedono una soluzione alla comunità internazionale, perché un Paese piccolo come il nostro non può portare un simile peso”.

Ascolta l'intervista a padre Paul Karam
21 ottobre 2019, 12:19