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Brexit. Le due lettere inviate da Boris Johnson all’Ue

Boris Johnson ha inviato due lettere al Consiglio europeo, la prima – non firmata - chiedendo un rinvio del termine per la Brexit; la seconda esprimendo il suo personale disaccordo con la prima e chiedendo sostanzialmente di ignorarla

Federico Francesconi – Città del Vaticano

Per rispettare quanto stabilito dal Parlamento britannico lo scorso settembre, Boris Johnson è stato costretto a chiedere al Consiglio europeo un rinvio della decisione sulla Brexit, che protrarrebbe le trattative fino al 31 gennaio 2020. Il premier britannico si era sempre detto contrario ad un prolungamento delle trattative oltre il termine del prossimo 31 ottobre – dichiarandosi disposto anche ad un no deal – e ha deciso di non firmare la missiva. Dopodiché ha inviato una seconda lettera, questa volta firmata, in cui ha espresso il proprio punto di vista sulla decisione del Parlamento, rendendo chiaro di considerare un errore il prolungamento della discussione sulla Brexit. Una terza lettera con la firma di Tim Barrow, il rappresentante inglese a Bruxelles, ha poi confermato le intenzioni di Johnson, specificando che la prima missiva è stata inviata solo per rispettare la legge britannica.

Il termine del 31 ottobre

La situazione nel Parlamento inglese è tesa. L’obiettivo di Johnson è da tempo quello di un’uscita entro il 31 ottobre e ora desidera farlo senza una ulteriore modifica dell’accordo approvato la settimana scorsa dal Parlamento europeo, mentre quello britannico, “imponendo” la richiesta di un rinvio, cerca di tutelare il Paese dalla possibilità del no deal e, allo stesso tempo, di avere il tempo di rivedere ancora l’accordo proposto da Johnson che dirime il nodo del Backstop (la questione del confine doganale tra Irlanda, Irlanda del Nord e Regno Unito) ponendo un dazio sulle merci nel mare tra le coste inglesi e quelle nordirlandesi, sgradito a più aree del Parlamento.

La decisione

Ora la questione è di nuovo in mano all’Unione; sta infatti al Consiglio europeo decidere se accettare la proposta di rinvio, dando la possibilità al Parlamento britannico di ridiscutere l’accordo, oppure negarla, costringendo sostanzialmente i parlamentari inglesi a votare un sì o un no sull’approvazione dell’accordo proposto da Johnson.

L'intervista

“La leadership di Johnson non è pienamente accettata: la decisone del primo ministro, a fine agosto, di sospendere i lavori del Parlamento ha creato una certa irritazione, che ha dato vita a una questione che va oltre la Brexit. C’è stata una rottura tra parlamentari e governo che attraversa sia i laburisti sia i conservatori.” Lo spiega ai microfoni di Radio Vaticana Antonio Varsori, docente di Relazioni internazionali all’Università di Padova.

Ascolta l'intervista ad Antonio Varsori
21 ottobre 2019, 14:09