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Vatican News
Sauditi mostrano i resti dei missili caduti sui siti petroliferi Sauditi mostrano i resti dei missili caduti sui siti petroliferi  (ANSA)

A rischio il dialogo tra Usa e Iran

Per il Presidente iraniano Rouhani non è possibile un negoziato sotto la “massima pressione” esercitata dagli Usa, dopo le tensioni causate dai recenti attacchi agli stabilimenti petroliferi sauditi, rivendicati dai ribelli yemeniti sciiti houthi

Federico Francesconi – Città del Vaticano

“Se gli americani vogliono davvero negoziare, devono porre fine a tutte le pressioni contro l’Iran”; così ha parlato il Presidente iraniano Rouhani durante la sua ultima riunione di gabinetto. Inoltre con una nota formale passata per l’ambasciata svizzera, il governo di Teheran ha respinto nuovamente e con forza le accuse mosse da Usa e Arabia Saudita riguardo il suo coinvolgimento negli attacchi subiti sabato scorso da due stabilimenti petroliferi sauditi, e si è detto pronto con una “risposta immediata” a qualsiasi azione ostile da parte di Washington.
Intanto il governo saudita ha annunciato la sua adesione alla missione di sicurezza marittima nel Golfo promossa dagli Usa, di cui già fanno parte Australia, Bahrain e Regno Unito.

La situazione geopolitica

Le tensioni tra Washington e Teheran non accennano ad allentarsi e, secondo gli osservatori internazionali, c’è la possibilità che – a meno di una distensione diplomatica - il Presidente iraniano Rouhani e il suo ministro degli esteri Zarif non partecipino all’incontro delle Nazioni Unite che dovrebbe tenersi la settimana prossima.
Il governo di Teheran ha comunque espresso la volontà di avere relazioni amichevoli con "i suoi vicini meridionali, così come le ha con i suoi vicini a nord, est ed ovest”. E rivolgendosi ai “nemici” del Paese ne ha criticato la politica in tutta la regione, definendola da sempre “basata sul bellicismo”.
Dal canto suo il Presidente degli stati uniti Trump ha ribadito in un tweet di non volere una guerra, sostenendo però che l’America è pronta a combattere con i mezzi migliori.

Cosa sappiamo degli attacchi agli stabilimenti sauditi

Gli assalti – rivendicati dal gruppo di ribelli houthi dello Yemen - sono avvenuti sabato 14 settembre e hanno colpito i due grandi stabilimenti petroliferi di Abqaiq e Khurais, appartenenti alla società saudita Saudi Aramco. Le indagini internazionali sono in corso e la situazione non è ancora chiara, tuttavia secondo le intelligence di Washington e Riad - che sostengono di avere prove certe da presentare entro la settimana prossima – la tecnologia e la direzione di arrivo dei droni e dei missili utilizzati contro gli stabilimenti non coincidono con le capacità belliche degli houthi, e presentano invece punti in comune con precedenti azioni militari svolte dall’Iran contro obiettivi ostili nel Golfo.
I danni subiti dagli stabilimenti sauditi hanno causato uno stop nel mercato del petrolio dell’Arabia, che ha dato luogo alla diminuzione del 5% delle forniture mondiali di greggio; tuttavia Riad è già riuscita a reintegrare il 50% della sua produzione e non si temono grosse scosse nel mercato per i prossimi giorni.

Il ruolo dei ribelli houthi

Secondo il governo iraniano le ragioni degli attacchi agli stabilimenti sauditi sono da ricercare nello scontro in Yemen tra i ribelli houthi e i governi di Riad e degli Emirati Arabi. “Quella dello Yemen è una crisi che va avanti ormai da anni, e non può che aumentare le tensioni in tutta l’area del Golfo Persico”. Lo ha spiegato ai microfoni di Radio Vaticana Italia, Francesca Manenti, senior analyst del Centro studi internazionali (Cesi).

Ascolta l'intervista a Francesca Mananti

 

19 settembre 2019, 07:24