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L'esodo della popolazione Rohingya L'esodo della popolazione Rohingya 

Onu accusa il governo del Myanmar di tollerare il genocidio

Nuovo rapporto dell’Onu accusa il governo del Myanmar di perseguitare sistematicamente le minoranze, specie i Rohingya, che vivono sotto la minaccia di genocidio. Invocato un Tribunale speciale per giudicare questi reiterati efferati crimini contro l’umanità.

Roberta Gisotti – Città del Vaticano

Accuse circostanziate e parole durissime di condanna nel rapporto, presentato ieri al Consiglio per i diritti umani, a Ginevra, dalla speciale Missione d'inchiesta internazionale indipendente sul Myanmar (IIFFMM), istituita nel marzo 2017, per accertare fatti e circostanze di presunte violazioni e abusi da parte delle Forze militari e di sicurezza del governo birmano contro le minoranze etniche e religiose del Paese asiatico, a maggioranza buddista.

Portare il Myanmar in giudizio in Corte internazionale

I fatti riscontrati sono talmente gravi che la Missione, composta da tre esperti, guidati da Marzuki Darusman, avvocato ed ex procuratore generale dell'Indonesia, chiede al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di deferire il Myanmar alla Corte internazionale di giustizia o di istituire un Tribunale ad hoc, come quelli per l’ex Jugoslavia e il Rwanda.

Agire dopo 60 anni di impunità dei militari

“La scandalo dell’inazione internazionale deve finire”, ha dichiarato l’esperto della Missione Christopher Sidoti, avvocato ed ex commissario australiano per i diritti umani. "Negli ultimi 60 anni – ha denunciato - i militari hanno distrutto il Myanmar, politicamente ed economicamente. I popoli del Myanmar hanno sofferto molto. Le operazioni militari contro i rohingya nel 2017 - per quanto eccezionalmente intense e brutali - fanno parte di un modello più ampio, più lungo e generale di estrema violenza militare. A meno che le Nazioni Unite e la comunità internazionale non intraprendano questa volta un'azione efficace, questa triste storia è destinata a ripetersi".

I Rohingya ancora discriminati e vessati

Il rapporto riaccende i fari sulle persecuzioni in atto, specie contro il popolo rohingya, minoranza islamica, poverissima, da sempre emarginata, costretta in massa, nell’agosto del 2017, a fuggire per salvare la vita, dopo avere subito indicibili violenze: circa un milione gli espatriati, oltre 700 mila riparati nel confinante Bangladesh. Ma gli abusi, le vessazioni, le minacce di sterminio permangono per i 600 mila rohingya che sono rimasti nel loro Paese, anche se il governo centrale non riconosce loro la cittadinanza ritenendoli bengalesi arrivati con la colonizzazione britannica. Le loro “deplorevoli” condizioni di vita sono perfino peggiorate nell’ultimo anno, accusa il rapporto, sottolineando l’impossibilità per i rohingya esuli all’estero di rientrare.

Le autorità birmane sottacciono il genocidio

"Il Myanmar non adempie al suo obbligo di prevenire il genocidio, di indagare sul genocidio e di emanare una legislazione efficace che criminalizzi e punisca il genocidio", ha accusato Darusman.

Le brutali violazioni dei diritti umani del Tatmadaw

In due anni di lavoro la Missione incaricata dall’Onu ha raccolto informazioni sul Myanmar, intervistando quasi 1300 vittime e testimoni oculari, documentando a fondo le “brutali violazioni dei diritti umani” - comprese torture, maltrattamenti, violenze sessuali - negli Stati di Rakhine, Chin, Shan, Kachin e Karen, nell’ambito della lotta condotta da decenni contro le minoranze dal Tatmadaw, l'organizzazione responsabile per la sicurezza nazionale e la difesa della Birmania, da cui dipendono oltre all'Esercito, l'Aeronautica e la Marina, anche la Polizia e le Guardie di frontiera.

Indagare sul passato non basta bisogna prevenire

"Fare luce sulle gravi violazioni dei diritti umani che si sono verificate e si verificano ancora in Myanmar è molto importante ma non è sufficiente".” ha rilevato il terzo esperto della Missione, Radhika Coomaraswamy, avvocato, già relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e rappresentante speciale dell’Onu per i bambini nei conflitti armati. Appurare le responsabilità – ha spiegato – “è importante non solo per le vittime ma anche per sostenere lo stato di diritto”. Ma “è anche importante prevenire il ripetersi della condotta passata dei Tatmadaw e prevenire future violazioni”.

Pronta una lista di oltre 100 sospetti colpevoli

La Missione rivela di avere una lista riservata di oltre 100 nomi, compresi funzionari del Myanmar, sospettati di essere coinvolti in atti di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità, oltre ai sei generali denunciati pubblicamente un anno, tra cui il comandante in capo dell'Esercito birmano Min Aung Hlaing, accusati di aver ordito l'offensiva contro le comunità  Rohingya uccidendo almeno 10 mila persone. Di fronte ad un contesto di impunità interna, solo la comunità internazionale può fare giustizia, sollecitano infine i tre esperti dei diritti umani, incaricati dall’Onu di accertare la verità sui delitti consumati nel Myanmar nell’indifferenza del mondo.

18 settembre 2019, 13:17