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Campagna anti-Brexit a Londra Campagna anti-Brexit a Londra  (AFP or licensors)

Brexit: Johnson esclude il rinvio e chiede elezioni

Il Governo Tory di Boris Johnson presenterà lunedì 9 settembre alla Camera dei Comuni una nuova mozione per chiedere il voto anticipato il 15 ottobre. La prima è stata respinta mercoledì. Intervista al politologo Paolo Dardanelli dell'Università del Kent di Canterbury

Andrea De Angelis - Città del Vaticano

Otto settimane alla scadenza del 31 ottobre. Quella che parte del Parlamento vorrebbe rinviare, ma non il premier Johnson che ieri, in un comizio tenuto a Wakefield, nel nord dell'Inghilterra, ha usato parole molto dure nei confronti di chi chiede una proroga a Bruxelles e, allo stesso tempo, non vuole la fine della legislatura ed il voto anticipato. Intanto gli Stati Uniti scrivono a Downing Street per manifestare il sostegno alla linea politica del primo ministro inglese. Il quale, a sua volta, registra le dimissioni del fratello dall’Esecutivo.

Le due date di Boris Johnson

Nel discorso a Wakefield, nel nord dell'Inghilterra, il premier non ha usato mezze misure per esprimere la sua posizione. Un tentativo abbastanza evidente di ricompattare i suoi, ma anche di mostrare all’elettorato la chiarezza di una linea politica che dovrà essere ripresentata a breve in quella che appare una possibile, imminente campagna elettorale. “Preferirei essere morto in un fosso che chiedere un rinvio a Bruxelles”, ha detto ai giornalisti. Quindi ha puntato ancora una volta il dito contro il leader laburista Corbyn: “Rende impossibile – ha detto - un voto per il nostro popolo”. Infine ha fissato l’altra data, quella delle elezioni anticipate al 15 ottobre ed ha cercato di compattare i suoi. Nel partito Conservatore, però, esistono almeno tre grandi posizioni: ci sono i sostenitori di una “hard Brexit”, cioè l’abbandono del Regno Unito di tutte le istituzioni e di tutti i trattati dell’Unione Europea, poi c’è chi vuole una “soft Brexit”, con la permanenza in qualche misura all’interno del “mercato unico”; ed ancora i sostenitori dell’accordo tra l’ex primo ministro, signora May e l’Unione Europea, ritenuto ancora l’unico possibile.

Un Parlamento spaccato

Anche nel Partito Laburista le posizioni non sono del tutto omogenee, un quadro questo che spiega lo stallo del Parlamento britannico, che quest’anno ha bocciato tre volte l’accordo tra May e Bruxelles, così come il no deal, ed ha votato contro proposte alternative di Brexit. Un Parlamento dove, da questa settimana, mancano anche i numeri alla maggioranza. Al di là del ricorso alle urne, per avere qualche certezza su Brexit bisognerà probabilmente aspettare il 17 ottobre, quando si riunirà il Consiglio europeo, che potrebbe decidere se concedere o no la proroga sull’uscita dall’Unione Europea. Una situazione sempre più confusa, almeno al momento, come sottolinea il politologo all’Università del Kent di Canterbury, Paolo Dardanelli, nell’intervista rilasciata a Radio Vaticana Italia

Ascolta l’intervista a Paolo Dardanelli

Il sostegno degli Stati Uniti

Gli Stati Uniti sono pronti a negoziare immediatamente un accordo di libero scambio con il Regno Unito e, di conseguenza, ne sostengono la decisione di lasciare l'Unione Europea. Questo il messaggio del Presidente americano Donald Trump che il suo vice, Mike Pence, ha consegnato a Boris Johnson. “Ho parlato stamattina col Presidente e mi ha detto di rassicurarla su questo”, ha detto Pence al premier britannico secondo quanto riporta il pool della Casa Bianca al seguito del vicepresidente. Un sostengo non certo imprevisto: Trump e Johnson avevano discusso di un accordo di libero scambio in una telefonata lo scorso 20 agosto, alla vigilia del G7 in Francia, durante il quale non sono mancati toni cordiali e amichevoli. "Grande discussione con Johnson. Abbiamo parlato della Brexit e di come procedere rapidamente con un accordo di libero scambio”, aveva twittato il primo inquilino della Casa Bianca.

Le dimissioni di Jo Johnson

Non è chiaro se lascerà ora o al momento delle elezioni, di certo il suo passo indietro fa rumore. “Non sono in grado – scrive nel messaggio di addio – di risolvere il conflitto tra la lealtà alla mia famiglia e quella alle idee per il futuro del mio Paese”. Per questo Jo Johnson, fratello minore di Boris, ha annunciato le sue dimissioni dall’incarico di sottosegretario e la sua uscita dal gruppo Tory alla Camera dei Comuni in dissenso dalla linea sulla questione di possibile divorzio senza accordo da Bruxelles. "Lo ringrazio per tutto il lavoro che ha svolto così come per il sostegno dato alla nostra agenda interna", ha detto il premier, definendo il fratello un "brillante sottosegretario".
 

06 settembre 2019, 11:21