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Murales in allestimento in questi giorni a Dili, capitale di Timor Est: si celebrano i 20 anni dal referendum per l'indipendenza Murales in allestimento in questi giorni a Dili, capitale di Timor Est: si celebrano i 20 anni dal referendum per l'indipendenza  (ANSA)

Vent’anni fa Timor Est sceglieva l’indipendenza

Il 30 agosto 1999 Timor Est, con un referendum, decretava l’indipendenza dall’Indonesia che da oltre vent’anni occupava militarmente l’ex colonia portoghese. Intervista con suor Alma Castagna, salesiana di Don Bosco che dal 1992 vive nella parte orientale di Timor

Giada Aquilino - Città del Vaticano

“Era il 30 agosto 1999 e alle 5 di mattina il campo di fronte la scuola che ospitava i seggi era già pieno di gente che aspettava di poter votare, tutti ordinati, in silenzio, in attesa che si aprissero le urne. Si erano organizzati: c’era chi aveva portato con sé i figli piccoli perché magari era pericoloso lasciarli a casa o chi aveva messo a disposizione delle barelle per i malati”. Così suor Alma Castagna, provinciale delle Figlie di Maria Ausiliatrice per Timor Est e l’Indonesia, che dal 1992 opera come missionaria e medico nella parte orientale dell’isola di Timor, ricorda a Vatican News il referendum con cui, esattamente vent’anni fa, Timor Est decretò l’indipendenza dall’Indonesia, che dal 1975 aveva occupato l’ex colonia portoghese (Ascolta l'intervista a suor Alma Castagna). Quasi un quarto di secolo di occupazione militare in cui, secondo la Commissione di riconciliazione nazionale, furono oltre 18 mila le uccisioni di timoresi da parte dell’esercito di Giacarta, a cui si aggiungerebbero più di 80 mila vittime per torture, malattie, stenti.

Gli anni Novanta

“Quando sono arrivata a Timor Est - spiega la salesiana di Don Bosco - a detta delle suore che erano già nel Paese si era alleggerita da tempo la stretta dell’occupazione sulla popolazione. Nel ’91 a Dili c’era stato il massacro di Santa Cruz (quando le dimostrazioni indipendentiste dell’epoca furono violentemente represse, ndr), furono uccisi molti giovani durante un funerale e tutto ciò ebbe molta risonanza a livello internazionale. Per cui era già meno forte l’oppressione, però ad esempio per fare 150-160 km c’erano da superare 15-18 posti di blocco, bisognava sottoporsi ad alcune domande, mostrare i documenti. Poi qualsiasi attività era molto controllata: se si facevano degli incontri, se si teneva la catechesi ai giovani c’era sempre qualcuno disposto ad andare a riferire alla polizia che cosa si diceva”, racconta la religiosa da Venilale, località montuosa a 150 km a est della capitale Dili.

Le violenze dopo il referendum

Nemmeno le difficoltà nelle comunicazioni telefoniche, che permangono tuttora, impediscono oggi a suor Alma di rivivere i giorni del referendum, quando il 98% dei cittadini del Timor orientale si recò alle urne - “qualcosa di mai visto”, dice - e il 78,5% votò a favore dell'indipendenza, “nella consapevolezza e nella gioia di poter decidere il proprio futuro”. Eppure, subito dopo la consultazione, cominciarono violenze e atroci attacchi contro la popolazione civile, con un bilancio ancora non certo che parla di almeno 1.400 vittime e circa 250 mila sfollati. “Ciò che è avvenuto dopo il referendum è stato la conseguenza di una reazione sostanzialmente dei militari indonesiani, perché la popolazione indonesiana sapeva poco di quello che capitava qui a Timor Est. I militari indonesiani avevano preparato dei timoresi pro-Giacarta, dei miliziani che al momento dell’annuncio del risultato del referendum si vendicarono”. Oltre alle vittime, la salesiana rivede la gente che “veniva caricata a forza sui camion, nelle cittadine dove c’era un porto veniva caricata sulle navi e trasferita a Timor Ovest, che fa parte dell’Indonesia, nel tentativo di dimostrare all’opinione pubblica mondiale che i timoresi non volevano quel risultato, riparando dagli amici indonesiani”. C’era anche chi, “dopo il voto” fu costretto a “rifugiarsi nelle foreste che circondano i vari villaggi, abbastanza inaccessibili per i militari indonesiani”. Furono “momenti di forte tensione, di paura”, ma nella popolazione rimane “la consapevolezza di non aver reagito, di non ha risposto con la violenza alle violenze che venivano perpetrate”, sottolinea la provinciale delle Figlie di Maria Ausiliatrice per Timor Est e Indonesia: “credo che questo sia stato un segno di grande maturità”.

L’intervento internazionale

Con l’insediamento della forza internazionale voluta dall’Onu, nell'ottobre 1999 le Nazioni Unite assunsero l’amministrazione provvisoria di Timor Est: il 20 maggio 2002 venne ufficialmente proclamata l’indipendenza. Non mancarono negli anni successivi le tensioni e le violenze, come nel 2008, con gli attentati contro i vertici politici di allora, il presidente Jose Ramos Horta - che nel 1996 aveva ricevuto il Nobel per la pace assieme all’amministratore apostolico di Dili, mons. Carlos Filipe Ximenes Belo - e il premier Xanana Gusmao, leader del movimento indipendentista.

L’impegno della Chiesa

Oggi, nella più giovane democrazia asiatica che ha 1,2 milioni di abitanti, per oltre il 90% cattolici, rimane indelebile il segno dell’impegno della Chiesa locale anche per il referendum di due decenni fa, “un ruolo di educazione, di preparazione della gente a quel momento molto importante e un punto di riferimento per la popolazione”, evidenzia suor Alma. “Subito dopo il referendum la Chiesa ha portato avanti un cammino di riconciliazione tra la popolazione rimasta a Timor Est, quella portata a Timor Ovest e quella trasferitasi al di là del confine di propria volontà, nel tentativo di riunire quanti dispersi. Attualmente è chiaro che la Chiesa rimane sempre un punto di riferimento, anche se quando si parla di oltre il 90% di cattolici bisogna calcolare che alcuni lo sono soltanto all’anagrafe, però la Chiesa con la sua presenza può sempre garantire quei valori fondamentali che non si possono tralasciare”, quelli proclamati con l’arrivo del Vangelo in terra est timorese ormai più di 500 anni fa.

29 agosto 2019, 14:02