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Mille venezuelani bloccati alla frontiera tra Perù e Cile: l'appello dei vescovi cileni

Dalla scorsa settimana una normativa impone la presentazione del visto turistico per l’ingresso in Cile. I vescovi del Paese sudamericano nel “comprendere la necessità di regolare la mobilità umana”, lanciano un forte appello alla misericordia verso chi è in gravi difficoltà

Andrea De Angelis - Città del Vaticano

Dallo scorso 23 luglio per entrare in Cile il ministero dell’Interno chiede come requisito il visto turistico. Documento che i cittadini venezuelani possono richiedere nelle rappresentanze diplomatiche del loro Paese, come permesso valido per 12 mesi e prorogabile per un altro anno. Decisione, questa, volta a regolare il flusso importante di stranieri, ma che sta creando una situazione difficilmente sostenibile alla frontiera tra Perù e Cile dove sono centinaia le persone sprovviste di documento. “Questa misura imprevista ha saturato i posti di frontiera e i consolati perché coloro che hanno viaggiato per settimane – scrivono i vescovi cileni - non erano a conoscenza dei nuovi requisiti di accesso”.

L’appello dei vescovi

La Conferenza episcopale cilena (Cech), attraverso la Pastorale sociale Caritas e l'Istituto cattolico cileno per le migrazioni (Incami), ha espresso martedì 30 luglio la sua viva preoccupazione per la crisi umanitaria che si sta manifestando alla frontiera, dinanzi ad una scelta che, si legge, “viola i diritti umani” di numerose persone. Sono infatti più di mille i cittadini venezuelani che si trovano bloccati tra Perù e Cile. La nota dei vescovi esprime anche l’intenzione di voler continuare il dialogo con le autorità politiche in materia migratoria. “Chiediamo di lavorare insieme per stabilire una politica integrale che regoli il fenomeno migratorio e permetta di affrontare – è scritto nel testo - nella maniera migliore le sfide del transito delle persone, specialmente di quelle costrette a fuggire da gravi situazioni politiche ed economiche”. Quindi l’appello alla misericordia affinché non vengano ristrette le porte d’ingresso ad una comunità in difficoltà.

Chiese aperte di notte

Tacna è una città peruviana di duecentocinquantamila abitanti, posta all’estremo sud del Paese, ad una trentina di chilometri dal confine con il Cile. Capoluogo dell’omonima regione, da sempre a causa della sua posizione geografica, è uno dei luoghi più interessati dal fenomeno migratorio. Ed è proprio a Tacna che i sacerdoti hanno deciso di aprire più di una chiesa durante la notte, così da intervenire concretamente in soccorso delle persone migranti. Ogni notte, in questi giorni, almeno trecento persone vi trovano ospitalità per dormire.

Una soluzione globale

I vescovi cileni sono consapevoli che “la risoluzione di questo problema non passa solo attraverso le decisioni prese in Cile”, per questo chiedono soluzioni “che coinvolgano tutti i governi della regione, e in particolare quelli che sono responsabili della leadership politica del Venezuela, per trovare vie d'uscita da questa crisi che dissangua la loro gente”. Vi è poi la richiesta di non avallare “accuse infondate alle istituzioni ecclesiali, in merito a una presunta promozione di ingressi irregolari delle persone nel Paese”, in quanto “noi vescovi siamo i primi impegnati nel ribadire la validità dello stato di diritto e nel rispetto della legge”.

“La Chiesa è sempre in prima fila”

“Anche in quei luoghi che possono essere paragonati a dei gironi infernali, sono le iniziative dei sacerdoti a dare un posto dove dormire, un aiuto, un conforto alle persone in difficoltà”. Così Alfredo Somoza, Presidente dell’Istituto di Cooperazione Economica Internazionale di Milano, descrive l’impegno della Chiesa nel continente americano. Venendo al Cile, Somoza sottolinea come il Paese sia stato soggetto recentemente a due forti ondate di immigrazione: la prima da Haiti, la seconda dal Venezuela. “I venezuelani non sono però turisti”, chiarisce ai microfoni di Radio Vaticana Italia. Quindi l’importanza che la soluzione si trovi a livello regionale “dove – afferma Somoza – ci sono tentativi da parte di Paesi come Argentina ed Uruguay, ma manca un contesto regionale dove discutere”.

Ascolta l’intervista ad Alfredo Somoza
01 agosto 2019, 12:52