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La facciata della sinagoga dell'Albero della Vita dove il 27 agosto 2018 una sparatoria ha fatto 11 vittime La facciata della sinagoga dell'Albero della Vita dove il 27 agosto 2018 una sparatoria ha fatto 11 vittime 

Il rabbino Perlman: no alla pena di morte per il colpevole della strage di Pittsburgh

Furono 11 le vittime della sparatoria che il 27 ottobre di un anno fa, colpì i membri di tre Congregazioni ebraiche nella Sinagoga di Pittsburgh, negli Stati Uniti. A carico del colpevole il Dipartimento di giustizia federale si appresta ad aprire un processo con la richiesta della pena capitale. Richiesta a cui si oppongono il rabbino Perlman della New Light Congregation e una seconda Congregazione

Adriana Masotti - Città del Vaticano

Sono passati 10 mesi da quel 27 ottobre 2018, data del più grave attacco antisemita avvenuto nella storia americana. Era sabato mattina e in una sparatoria nella sinagoga dell'Albero della Vita nella zona residenziale di Squirrel Hill a Pittsburgh, Pennsylvania, morirono 11 persone. Autore dell’attacco Robert Bowers, un bianco di 46 anni, vicino agli ambienti dell'ultradestra e solito a diffondere dichiarazioni antisemite sui social network.

La richiesta di processo e di pena di morte

L’uomo era stato subito arrestato dalla polizia e per lui ora si profila la condanna alla pena di morte. Una condanna che non trova d’accordo due delle tre Congregazioni ebraiche che utilizzavano quella sinagoga e che sono rimaste colpite dalla strage. In una lettera il rabbino della New Light Congregation, Jonathan Perlman, sopravvissuto alla sparatoria in cui hanno perso la vita tre membri della sua Congregazione, chiede infatti che la richiesta della pena capitale venga modificata in ergastolo, appellandosi anche alla fede cattolica del procuratore di giustizia generale degli Stati Uniti, William Barr. Sulla stessa linea anche una seconda Congregazione che utilizzava la sinagoga, la Dor Hadash.

L'appello di Perlman in nome dei valori religiosi

Nella lettera indirizzata a Barr, Perlman descrive l’immenso dolore provato dalla sua comunità a cominciare da quel sabato di agosto, insieme a sentimenti di ansia, paura e interrogativi. Tra questi, l’esito del processo e quindi della condanna del responsabile reoconfesso della strage. “Non sottovaluto la gravità di questo caso”, scrive Perlman, riferendo di aver letto le parole del procuratore con cui egli afferma che "il ministero della giustizia sostiene lo stato di diritto” e che è suo dovere, di fronte alle vittime e alle loro famiglie, "applicare la pena imposta dal nostro sistema giudiziario". Ma, scrive il rabbino: “Tu ed io sappiamo che il Dipartimento federale di Giustizia degli Stati Uniti non applica la pena di morte da 18 anni. Seguendo l’esempio di molti Paesi in tutto il mondo – prosegue -, vorrei credere che la nostra nazione stia lentamente eliminando questa crudele forma di giustizia. Entrambe le nostre tradizioni religiose, la vostra cattolica e la mia ebrea, si oppongono vigorosamente alla pena di morte”. Sebbene la Bibbia preveda l’uccisione di un omicida, il rabbino riferisce che nel tempo l’atteggiamento è mutato. E ricorda che anche nella Chiesa cattolica, in tempi recenti, Papi e vescovi hanno parlato contro la pena capitale. “So che sei un cattolico impegnato e non lascerai che la storia ti ricordi in questo modo e farai in modo che i tuoi valori cristiani siano presi in considerazione nel tuo verdetto”, incalza Perlman. Quindi il suo appello affinchè “l'assassino di Pittsburgh venga incarcerato per il resto della sua vita” in modo che possa meditare "sul fatto se valga davvero la pena perseguire una qualche 'fantasia' separatista bianca contro il popolo ebraico”. Non voglio che il colpevole dell'attacco causi altro dolore alla comunità, scrive ancora il rabbino, mentre un processo con condanna a morte, attirando l’attenzione dei media, gli darebbe una visibilità che non merita, oltre il fatto che riaprirebbe nelle persone, ferite emotive ancora in via di guarigione.

Solo l'umanità può vincere odio e violenza

Una posizione condivisa dalla Congregazione Dor Hadash che in una dichiarazione firmata dalla presidente, Donna Coufal, si dice rattristata e delusa nell’apprendere la decisione del procuratore generale Barr di seguire la via del processo nei confronti del responsabile dell’attacco alla sinagoga. Nella dichiarazione si dice che in precedenza la Congregazione gli aveva inviato una lettera chiedendo un patteggiamento tra le parti che prevedesse la condanna all’ergastolo senza condizionale. Ciò, si legge nella dichiarazione: “Avrebbe impedito all’omicida di ottenere l'attenzione e la pubblicità che inevitabilmente arriverà con un processo” ed eliminata la possibilità di un ulteriore trauma alla comunità “che potrebbe derivare da un processo e da prolungati appelli”. Infine la Congregazione afferma: “Continuiamo a rifiutare l'odio e tutte le forme di oppressione e seguiamo i principi della nostra fede che ci insegna che solo la nostra umanità può porre fine all'odio e alla violenza”.

Le motivazioni della richiesta della pena capitale

La terza Congregazione coinvolta nell'attacco alla sinagoga non ha finora espresso pubblicamente il suo parere a favore o contro la pena di morte. Da uno dei procuratori federali del Dipartimento di giustizia, Scott W. Brady, è arrivata invece la notifica in cui si conferma l'intenzione di chiedere la pena di morte al processo nei confronti di Robert Bowers. A suo parere la richiesta è giustificata dalla premeditazione, le motivazioni anti semite, il numero delle vittime e la mancanza di rimorsi dimostrata dall'attentatore.

28 agosto 2019, 12:15