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Il ricordo dell’Olocausto dei rom: monito per le discriminazioni di oggi

Settantacinque anni fa, nel campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau vennero uccise oltre 4mila persone, in maggioranza donne e bambini. Erano rom e sinti, una delle minoranze più colpite dalla persecuzione nazista con più di 500mila morti. Oggi ricorre la Giornata europea di commemorazione delle vittime rom dell'Olocausto

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

“Porrajmos” in lingua romanì significa “distruzione, annientamento”, è con questo termine che viene ricordato l’Olocausto dei rom e dei sinti durante il regime nazifascista. Dall’inizio della persecuzione, cominciata nel 1936, oltre 500mila persone persero la vita nei campi di sterminio nei quali vennero rinchiusi. La notte più terribile fu quella tra il 2 e il 3 agosto 1943 quando più di 4mila persone, in maggioranza donne e bambini, furono sterminate nelle camere a gas nel “campo degli zingari” ad Auschwitz. Una persecuzione che viene ricordata, dal 2015, con una Giornata istituita dal Parlamento Europeo. 

Chiese d’Europa (Cec): agire contro la discriminazione

Vigilanza, azione e denuncia “contro ogni forma di discriminazione”, nella “difesa dei diritti umani, soprattutto delle popolazioni più vulnerabili e stigmatizzate”. E’ l’invito della Conferenza delle Chiese d’Europa in occasione di questa Giornata che deve servire da monito “della discriminazione in atto – si legge in un comunicato - ancora oggi verso questo grande gruppo minoritario in Europa”. “Ricordare – ha evidenziato il rev. Christian Krieger, presidente della Conferenza delle Chiese europee - non è solo un compito di fedeltà al passato, è soprattutto un dovere verso il presente e il futuro. La discriminazione contro i rom continua e le Chiese devono essere vigili, pregare e agire per difendere i diritti umani di tutte le persone, specialmente le persone più vulnerabili e stigmatizzate”.

L’omaggio delle istituzioni

Ad Auschwitz-Birkenau le istituzioni europee rendono oggi omaggio alle vittime rom e sinti. La stessa cosa accade a Strasburgo. Un modo perché non si dimentichi che “le atrocità perpetrate in passato - si legge in un comunicato - ci ricordano che l’uguaglianza e la non discriminazione sono valori che non possono essere dati per scontati: la loro difesa ci impone di essere sempre vigili e pronti ad opporci a coloro che li attaccano”.  

Comunità Sant’Egidio: si contrasti il razzismo nei confronti dei rom

Da anni impegnata in progetti di scolarizzazione e di inclusione dei rom e dei sinti, la Comunità di Sant’Egidio ricorda questa Giornata esortando a fare memoria del passato per non replicare in futuro gli errori commessi, come sottolinea Massimiliano Signifredi, rappresentante della Comunità:

Ascolta l'intervista a Massimo Signifredi

R. – Rom e sinti sono state tra le popolazioni maggiormente colpite dalla propaganda nazista e poi dallo sterminio. Insieme agli ebrei, erano considerati come la categoria indegna di vivere. Addirittura, rom e sinti venivano utilizzati come cavie per gli esperimenti: questo è avvenuto ad Auschwitz, ma anche in altri luoghi, durante la dittatura nazista. Il peso della storia non basta perché i rom continuano ad essere tra le popolazioni maggiormente discriminate. In Europa, che è la patria dei diritti umani, non è possibile accettare comportamenti e parole razziste nei confronti di chiunque. I rom e i sinti, di cui oggi si ricorda il Porrajmos, che vuol dire “grande divoramento”, sono state vittime nella storia di tante persecuzioni.

La Comunità di Sant’Egidio in che modo vuole onorare questa giornata?

R. – Ci siamo recati ad Auschwitz-Birkenau il 20 luglio scorso con mille giovani provenienti da 18 Paesi europei. In questa commemorazione che abbiamo voluto fare nel campo di Birkenau, abbiamo deposto delle corone di fiori davanti alle lapidi che ricordano la Shoah, lo sterminio degli ebrei, ma anche il Porrajmos e tanti altri stermini. Abbiamo deposto delle corone di fiori. In questo modo abbiamo voluto onorare la memoria delle vittime e abbiamo affermato che non c’è memoria senza futuro. Vorrei ricordare che il primo agosto 1919, cento anni fa, nasceva Primo Levi, e lui diceva: “Chi non ha memoria del passato è condannato a riviverlo”. Ecco, noi con i giovani per la pace di tutta Europa abbiamo voluto lanciare un messaggio: “Non c’è memoria senza futuro”. Ed è significativo che tra questi mille giovani europei c’erano anche tanti rom: italiani, ungheresi, spagnoli, che si erano uniti a questo pellegrinaggio. Perché, se è vero che c’è molto razzismo contro i rom e i pregiudizi purtroppo continuano ad essere diffusi, è anche vero che ci sono esempi positivi di integrazione. E Sant’Egidio fa un lavoro proprio di integrazione, di inclusione dei rom, a partire dai bambini. Perché tanti bambini rom, non solo in Italia, frequentano le nostre scuole della pace, e dobbiamo tanto al lavoro di chi, volontariamente, anche questa estate, insegna l’italiano e aiuta nel sostegno scolastico i bambini rom, in modo che siano bambini più integrati.

Papa Francesco, nel suo viaggio in Romania, ha chiesto perdono ai rom per le discriminazioni, le segregazioni, per quanto accaduto nel passato. Parole di questo peso quanto vi aiutano nel lavoro quotidiano che fate con loro?

R. – Papa Francesco ha voluto sottolineare che i rom sono stati vittime di persecuzione e che il mondo non ha fatto i conti con questa persecuzione. Faccio una considerazione: nessuno in Italia sa che, durante il fascismo, i rom erano segregati. Esistevano dei campi dove venivano internati prima del viaggio verso lo sterminio ad Aushwitz. Ce n’erano ben cinque in Molise. Ma quasi nessuno lo sa, sono memorie ormai che si perdono. E allora c’è un lavoro da fare, di far tornare la memoria, perché senza memoria non c’è futuro, come hanno affermato i giovani per la pace nel loro pellegrinaggio della memoria ad Auschwitz-Birkenau. Alcune comunità rom sono molto consapevoli del loro passato, della persecuzione che hanno subito, delle sofferenze e umiliazioni alle quali sono state sottoposte. Le parole e i comportamenti razzisti di cui i rom sono spesso vittime sono un po’ il segno di questa memoria che si va perdendo. Allora, c’è un lavoro culturale da fare, perché mettere da parte le espressioni razziste, il linguaggio di odio e di disprezzo, è un contributo che noi dobbiamo dare a questo popolo. Il razzismo fa male a tutti, anche chi pronuncia parole razziste fa peggiorare la società.

02 agosto 2019, 13:09