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Open Arms, gli 83 migranti sbarcati diretti ora a Porto Empedocle

Gli 83 migranti a bordo della nave Open Arms sono entrati ieri sera nel porto commerciale di Lampedusa dopo 19 giorni nell’imbarcazione. L’Ocean Viking, da dodici giorni tra Malta e la Sicilia con 356 migranti a bordo, è ancora in attesa di un porto sicuro

Eugenio Serra – Città del Vaticano

Prima notte all'hotspot di Lampedusa, dopo 19 giorni trascorsi sul ponte della nave, per gli 83 migranti sbarcati ieri sera dopo il sequestro preventivo della imbarcazione disposto dalla procura di Agrigento. La decisione è stata presa al termine di un vertice svolto alla Capitaneria di Porto di Lampedusa tra il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio, che nel pomeriggio aveva fatto un'approfondita ispezione sulla nave con uno staff di medici, e i vertici della Capitaneria. Ispezione che ha portato alla luce le condizioni critiche dei migranti. L'imbarcazione è stata affidata al comandante Marc Reig e arriverà a Porto Empedocle (Agrigento) nel tardo pomeriggio. Intanto la Procura indaga per omissione e rifiuto di atti di ufficio, secondo l'articolo 328 del Codice penale. Al momento l'ipotesi di reato è contro ignoti. Ai microfoni di Vatican News, l’intervista a Matteo Villa, ricercatore del programma Migrazioni dell'Ispi.

Ascolta l'intervista a Matteo Villa

R. – Sicuramente 19 giorni in mare non fanno bene a nessuno. Erano due o tre giorni in cui i migranti dell’Open Arms si buttavano in mare nel tentativo di raggiungere la costa che era a poche centinaia di metri. Quindi sicuramente era una situazione che stava diventando pericolosa, anche per l’equipaggio a bordo.

Al centro delle polemiche spesso ci sono le ong che vengono criminalizzate dalle fazioni politiche …

R. - Tutte le parti del conflitto in questo momento non considerano che non ci sono evidenze che dicano che con le ong in mare partono più persone; anzi, quest’anno, guardando i dati che raccolgo giornalmente, partono più persone quando le ong non sono in mare. Sembra incredibile, ma è così. Questo significa che quello che viene chiamato “effetto chiamata” o "pull factor", fattore utilizzato dalla gran parte delle nostre politiche per sostenere che le ong non devono stare in mare, perché altrimenti partono di più, non sembra vero. Poi è chiaro che anche lasciare le ong al largo, in attesa che i Paesi europei facciano la loro parte, significa mettere in mezzo un attore che, in questo caso, è involontariamente politicizzato. Di certo le ong, in questo, sono terze incomode, non sono una parte del conflitto. Non ci sarebbe il rischio della politicizzazione delle ong se l’Europa avesse trovato il modo di ripartire i migranti facendo uno sforzo di solidarietà collettiva.

Intanto c’è ancora un’altra nave, l’Ocean Viking, in attesa di un porto sicuro...

R. - Bisognerà vedere se il divieto di sbarco verrà adottato anche per Ocean Viking. Durante la vicenda Open Arms, Ocean Viking è rimasta al largo delle acque italiane, senza generare una nuova crisi, comportandosi in maniera direi quasi integerrima. È rimasta al largo per più di una settimana in attesa che si risolvesse la disputa su Open Arms. Chiaramente dovremmo trovare un modo per far sbarcare anche quei migranti a Malta o in Italia. Probabilmente lo sbarco dovrà risolversi tra questi due Paesi.

Quale dovrebbe essere una giusta politica europea sull’immigrazione?

R. - Guardare a tutti i fatti con abbastanza calma, consapevoli che gli sbarchi e gli arrivi in Europa, ma anche le partenze dalla Libia e dalla Tunisia, sono ridotte moltissimo rispetto agli anni passati. Quindi non ha senso affrontare una situazione che non è più di emergenza con politiche di emergenza.

21 agosto 2019, 16:08