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Marcinelle, lo storico Ricciardi: "La vita valeva meno del carbone"

L'8 agosto del 1956 un incendio intrappola nella miniera di carbone a Marcinelle oltre 270 persone. Solo pochi riescono a salvarsi, per 262 minatori di 12 diverse nazionalità non c'è nulla da fare e tra di essi muoiono 136 immigrati italiani

Eugenio Murrali - Città del Vaticano

Sessantatré anni fa, in Belgio, la vita valeva meno del carbone e nella miniera del Bois du Cazier morirono 262 persone, tra cui 136 immigrati italiani. L'Europa stava rialzandosi dopo la Seconda Guerra Mondiale, l'Italia e il Belgio erano legati da un accordo che prevedeva lo scambio uomini-carbone. Non esistevano molte delle norme di sicurezza oggi in vigore e la vecchia miniera in legno di Marcinelle era già allora al centro della discussione per la sua pericolosità. Toni Ricciardi, storico delle migrazioni all'Università di Ginevra e autore, nel 2016, di "Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carbone", Donzelli Editore, ha ripercorso per noi i momenti del disastro e ha spiegato il valore di questa memoria per la contemporaneità. 

Ascolta l'intervista a Toni Ricciardi

Secondo le sue ricerche, cosa successe quella mattina di sessantatré anni fa?

R. – L'8 agosto del 1956, il turno della mattina, composto da 274 persone, iniziò la discesa intorno alle 7:30. Bisogna tener presente che il Bois du Cazier toccava 915 metri di profondità. Dobbiamo immaginarla come una sorta di palazzo dove ogni 100, 200 metri, ci sono gli ingressi di "appartamenti", che non erano altro che le vene della miniera, dove si recavano a lavorare le squadre di minatori. Improvvisamente, in un sistema di gestione ormai arcaico, accadde un incidente: i comandi sonori con le campane - funzionavano così all’epoca - non furono capiti, un carrello di carbone tranciò i cavi dell’elettricità della condotta dell’olio e scoppiò un incendio. Nel momento in cui si scatena un incendio in una miniera - immaginate a 900, 800 o 700 metri di profondità - le vie di fuga sono pressoché impossibili. All’epoca non esistevano nemmeno le vie di fuga, si stavano ancora costruendo. L’aggravante di questa storia è che la miniera di Marcinelle era una delle più antiche. Erano ormai 80 anni che si discuteva di una eventuale chiusura, perché era fatta tutta in legno, quindi non vigevano le norme di sicurezza minimali che poi si svilupperanno all’indomani della catastrofe.

Cosa ci dice sull’oggi questa tragedia del 1956?

R. - Ci ricorda che cosa siamo stati; ci ricorda che nel contesto geopolitico dell’epoca furono siglati degli accordi; l’Italia fu il Paese che inaugurò la stagione d’oro degli accordi di emigrazione. Molte volte noi utilizziamo nell’immaginario collettivo la definizione “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Questo è un errore storico. E lo dico da storico, lanciando una forte provocazione. L’Italia non è una Repubblica fondata sul lavoro ma sulle migrazioni, perché mentre la Costituzione repubblicana entrò in vigore il 1° gennaio del 1948, l’accordo con il Belgio - unico accordo nella storia dove è scritto nero su bianco che l’Italia scambiava una merce che erano i minatori, in cambio di un’altra merce che era il carbone – entrò in vigore il 23 giugno del 1946. Questo ci ricorda il fatto che a volte il contesto territoriale del momento determina alcune scelte e ci rammenta anche come all’indomani di quel tragico 8 agosto 1956 cambiò la percezione: gli italiani agli occhi dei belgi non erano più i "macaronì", ma erano coloro che morivano al loro fianco, perché oltre ai 136 italiani, persero la vita anche 95 belgi. Le vittime furono di 12 nazionalità.

Oggi c’è una nuova forma di emigrazione da parte degli italiani …

R. - Gli italiani hanno ripreso a migrare con percentuali pari a quelle dell’immediato Secondo Dopoguerra. Oggi viaggiamo a tassi percentuali in termini di incidenza che ricordano gli Anni ’60. Questo deve farci riflettere, con una differenza però: mentre quel flusso migratorio, quell’ultima ondata si poggiava sostanzialmente su un equilibrio trovato all’indomani della tragedia della Seconda Guerra Mondiale – inaugurò la stagione ‘45’-’75, i trent’anni gloriosi dove si trovava un equilibrio tra capitale, lavoro e parti sociali e una forma di redistribuzione, ricostruzione del contesto europeo - oggi chi parte lo fa lasciandosi tutto ciò che ha alle spalle o quel poco che non ha alle spalle. L’esperienza migratoria del Secondo Dopoguerra è stata caratterizzata soprattutto per la temporaneità: mentre chi partiva, immaginava di partire per un anno, cinque, dieci, quindici, ma allo stesso tempo investiva in Italia quello che guadagnava con il duro lavoro in giro per gli angoli del mondo, chi parte oggi taglia radicalmente i legami con il proprio territorio.

Ci sono parallelismi e differenze tra l'emigrazione italiana del Secondo Dopoguerra e l'immigrazione in Italia di oggi?

R. - La differenza sostanziale è che allora la migrazione italiana era stata incanalata da leggi e da regole. Va premesso che ha avuto anch'essa altissimi tassi di clandestinità: dal Belgio, passando per la Francia, per la Svizzera, per la Germania, per gli Stati Uniti, ovunque, il tasso di clandestinità è sempre stato molto alto, ma era dovuto a delle regole. In Belgio a un certo punto c'era chi emigrava in Francia e passava il confine clandestinamente per andare a lavorare. Questa è una delle similitudini. Tornando alla differenza: questi Paesi avevano una legge organica. L'Italia, ancora oggi, purtroppo, non ha una legge organica: una persona extra-Unione Europea, extracomunitaria per intenderci, non ha un percorso legale, trasparente, per venire a lavorare in Italia, deve entrare irregolarmente e poi essere sanata. Questa è la grande anomalia e la grande deficienza di questo Paese, oggi.

08 agosto 2019, 14:43