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Protesta di musulmani del Kashmir a Srinagar Protesta di musulmani del Kashmir a Srinagar   (ANSA)

Kashmir: più di 2.300 arresti nella notte e i primi morti in scontri a fuoco

Il governo indiano continua a reprimere duramente le proteste scatenate dalla revoca dell’autonomia a inizio agosto. Nella regione himalayana sono state inviate migliaia di truppe ed è imposto un blackout quasi totale delle comunicazioni. L’uccisione di sei indiani e tre pachistani in scontri al confine ha contribuito a far salire ulteriormente la tensione in quella che sin dalla nascita dei due Paesi rimane una “zona calda”.

Roberto Artigiani – Città del Vaticano

Mentre la Chiesa cattolica tramite Caritas India sta pregando e portando soccorso a milioni di persone colpite dalla furia dei monsoni nella penisola, nel profondo nord-ovest la tensione aumenta. Da quando il governo centrale ha deciso di revocare l’autonomia di cui ha sempre goduto il Kashmir le proteste sono esplose. Ma da dove proviene questa situazione intricata e perché la zona è da tempo al centro degli scontri tra India e Pakistan? Lo abbiamo chiesto a padre Carlo Torriani, missionario del Pime che vive nel subcontinente da decenni.

La discutibile scelta di un maharaja

Tutto inizia negli anni ’40, con l’indipendenza dell’India dal Regno Unito, come spiega padre Torriani “il Kashmir era uno Stato a statuto speciale: avevano la loro bandiera, la loro costituzione, il loro inno. Questa è stata una delle conseguenze della nascita dell’India. Al momento dell’indipendenza dal Regno Unito il vecchio territorio coloniale è stato diviso in due in base alla religione: da una parte gli indù in India, dall’altra i musulmani in Pakistan (diviso successivamente dal Bangladesh, ndr) – padre Torriani individua il nodo gordiano della questione – Il problema era che il Kashmir era governato da un maharaja che poteva decidere a quale delle due entità appartenere. Anche se la maggioranza della popolazione della regione era musulmana, il maharaja era indù e scelse l’India, però con uno statuto speciale. Questa situazione è andata avanti fino a che l’attuale governo indiano di Narendra Modi non ha deciso di annullare l’autonomia riconosciuta alla regione e assimilarla a resto dei territori indiani”.

Ascolta l'intervista a Carlo Torriani

La differenza del governo di Modi

Anche in India sembra inasprirsi quindi la tensione religiosa, afferma padre Torriani: “Prima i governi guidati dal partito del Congresso Nazionale Indiano si dicevano laici, quindi non facevano distinzione tra le religioni – almeno in linea di principio – e sono riusciti a tenere unito il Paese. Il governo attuale di Modi è del Bharatiya Janata Party (tradotto anche come Partito del Popolo Indiano, ndr) che è un partito che si ispira all’indù”.

Prospettive incerte

Come potrebbe risolversi una situazione intricata da decenni di guerre e prese di posizioni radicali? Come racconta padre Torriani “la prospettiva di un’escalation dipende da quanto le parti siano disposte a trovare un compromesso o si intestardiscano sulle loro posizioni. Se il governo centrale avrà la capacità di dare una certa qual autonomia o perlomeno ascolto ai partiti a maggioranza musulmana del Kashmir, potranno trovare un compromesso. Al contrario gli scontri di piazza continueranno”.

Il peccato originale del Kashmir

“È il peccato originale della nascita dell’India – conclude padre Torriani – un Paese nato diversamente da com’era sotto gli inglesi – ossia un territorio unico e un governo unico – e basato sulla divisione tra musulmani e indù. Questa questione rimane alla base di tutte le relazioni tra india e Pakistan che hanno combattuto diverse guerre tutte spente diplomaticamente, ma che continuano a rimanere problematiche, soprattutto con questo governo di ispirazione indù”.
 

21 agosto 2019, 16:36