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Immagine di un Crocifisso colpito dai jihadisti Immagine di un Crocifisso colpito dai jihadisti  

Iraq. Card. Filoni: per il ritorno dei cristiani servono garanzie sui diritti

Cinque anni dopo la fuga dei cristiani dalla Piana di Ninive e da Mosul, la Chiesa irachena fa i conti con la ricostruzione dei villaggi distrutti dallo Stato islamico e delle condizioni per garantire la sicurezza, i diritti e il benessere delle comunità cristiane

Marco Guerra – Città del Vaticano

Oggi ricorre il quinto anniversario della cacciata delle comunità cristiane dalla Piana di Ninive in Iraq. Le milizie del sedicente Stato Islamico costrinsero oltre 120mila cristiani ad abbandonare le proprie case. Il lento ritorno ha avuto inizio dall’autunno del 2017, dopo la sconfitta del Califfato, e attualmente oltre il 46% delle famiglie di questa regione sono rientrate nelle proprie case, mentre proseguono i progetti di ricostruzione dei villaggi portati avanti dalla Fondazione di diritto pontificio Aiuto alla Chiesa che soffre e finanziati da governi occidentali e donatori internazionali.

A Mosul ancora lontana la ricostruzione

Più complicata la situazione a Mosul dove sono tornati appena poche decine di cristiani sul totale dei 15mila che avevano abbandonato la seconda città irachena. A Mosul “i lavori di ricostruzione non sono ancora partiti perché manca ancora oggi un governo locale stabile. E le ong internazionali, le stesse associazioni legate alla Chiesa, non possono avviare i progetti per mancanza di sicurezza e fondi sempre più esigui”, ha raccontato ad AsiaNews padre Samir Youssef, parroco della diocesi di Amadiya, che in questi anni ha curato migliaia di cristiani, musulmani e yazidi fuggiti nell’estate 2014 da Mosul e dalla piana di Ninive. 

Card. Filoni: Garantire ai cristiani pieni diritti civili

Intervistato da Vatican News, il cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli e già nunzio in Iraq e Giordania dal 2001 al 2006, mette l’accento sulla necessità di offrire maggiori garanzie legislative, nazionali ed internazionali, alle minoranze religiose che hanno “il diritto” di continuare a vivere in Iraq:

Ascolta l'intervista a cardinale Fernando Filoni

R. – Mi pare che in questo momento l’Iraq stia cercando prima di tutto di dare un assestamento politico e poi anche ovviamente di tipo legislativo, soprattutto riguardo la questione della legge in sé come ispirazione e fonte del diritto, e poi riguardo alle minoranze. Credo che l’attuale patriarca caldeo stia cercando una via in cui tutti i diritti siano assicurati, ma non è facile data la cultura e la mentalità del luogo, però è giusto questo desiderio di garantire a tutti i cristiani i propri diritti al di fuori di quella che si può considerare tolleranza oppure come una concessione. È corretto invece il diritto che tutti hanno – minoranze e maggioranze ovviamente – di vivere nel loro Paese e di vedere garantite le loro libertà che sono civili ma anche religiose.

Lei nell’omelia del 3 agosto scorso ha detto che ha visto la fede, non l’odio negli occhi dei cristiani perseguitati in Iraq. Questa capacità di ricostruire il tessuto sociale dei cristiani può essere il sale di quella terra che permetterà una pacificazione?

R. - La pacificazione è l’auspicio che tutti noi abbiamo. É una pacificazione che non riguarda solo la situazione di oggi a seguito della conquista e poi della sconfitta almeno territoriale dell’Is; è una questione che riguarda da sempre le relazioni tra cristiani, musulmani e comunque maggioranze e minoranze. I nostri cristiani sono stati sempre reputati, sia quando ero nunzio, ma anche in tante altre occasioni, come elemento di moderazione all’interno della società irachena, perché rappresentano un’alternativa che altrimenti sarebbe una “copia carbone” di una visione tipicamente islamica. I cristiani rappresentano un’alternativa di cui bisogna tener conto insieme a tutte le altre minoranze. Questo non è un limite nella società irachena, anzi è una ricchezza, perché porta anche poi a difendere i diritti di tutti. Posso dire che i nostri cristiani, al di là del fatto che sono stati duramente perseguitati in vari modi e in vari tempi, hanno sempre avuto un’attitudine molto aperta al perdono, alla riconciliazione, alla buona convivenza. Sono secoli che praticano questa realtà e per questo non dimentico mai quando qualche volta i musulmani stessi dicevano ai cristiani: “Voi siete il nostro elemento di moderazione. Non ve ne andate”. Ma purtroppo l’esodo c’è stato e c'è ancora.

Oggi ricorre il quinto anniversario della cacciata dei cristiani dalla Piana di Ninive da parte delle truppe del sedicente Stato islamico. A che punto è il ritorno e la ricostruzione?

R. - Il ritorno è molto lento. Se non ci sono le garanzie legislative, nazionali ed internazionali, per la loro vita dignitosa e libera, è difficile che chi è andato via ritorni. Le ricostruzioni sono legate agli impegni di tante organizzazioni cristiane, cattoliche, internazionali nei loro confronti, ma si sa che ricostruire implica tantissimi problemi. Ricostruire: come? Allo stesso modo? Con nuovi modi? Si può ricostruire una casa, un edificio, una piazza, ma si può ricostruire il tessuto umano che viveva fino ad alcuni anni fa in quella zona? Questo rimane il grande problema, la grande sfida. Non si può tornare come nel passato, ma certamente qualcosa si può recuperare perché in genere i nostri cristiani erano molto legati alla loro terra, ma purché ci siano le condizioni – come ho detto – civili, interne e internazionali.

Quindi è una sfida per tutta la comunità internazionale il declino demografico dei cristiani in Medio Oriente ….

R. - Sì, è un declino legato prima di tutto all’esodo, poi ad altri fattori, ma prima di tutto all’esodo. Non dobbiamo mai dimenticare né abbassare mai il livello di attenzione. Sono realtà ricche di storia di cultura; molti se ne sono resi conto solamente, purtroppo, dopo aver perso tante cose. La cosa peggiore è dimenticare. Mi è molto piaciuto il racconto dell’attuale vescovo caldeo di Mosul, padre Najib, il quale diceva: “Ho salvato tanti libri preziosi; libri che non hanno valore commerciale, ma che sono di un’importanza immensa dal punto di vista storico, culturale e religioso. Così, non ho salvato i libri: ho salvato persone, ho salvato una cultura, ho salvato delle comunità”. Questo mi piace molto perché vuol dire che è lì che noi dobbiamo ricreare l’atmosfera della vita delle persone e quindi poi ne consegue anche quella sociale, civile, architettonica, culturale …

06 agosto 2019, 14:09