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India. Black Day, mons. Mascarenhas: educare all'eguaglianza

In India oggi è il Black Day, Giornata di protesta sostenuta dalla Chiesa cattolica contro le discriminazioni dei dalit, i cosiddetti “fuori casta”. Il vescovo ausiliare di Ranchi, mons. Theodore Mascarenhas, racconta l'esclusione dei dalit cristiani e le sfide della Chiesa per l'eguaglianza

Eugenio Murrali - Città del Vaticano

I dalit cristiani sono, insieme a quelli musulmani, i più emarginati tra gli emarginati. Per questo oggi in India è il "Black Day", giornata di protesta sostenuta dalla Chiesa cattolica locale, che vorrebbe fossero realmente estesi i diritti anche a questo strato della popolazione, un tempo detta degli "intoccabili". La data rimanda al 10 agosto 1950, quando il primo presidente dell'India, Rajendra Prasad, approvò l'articolo 3 della Costituzione sulle caste. Oggi l' "intoccabilità" non esiste più, ma le leggi speciali che tutelano dalit buddisti e sikh non valgono anche per i fedeli del Cristianesimo e dell'Islam. Mons. Theodore Mascarenhas, vescovo ausiliare della città di Ranchi, nel nord-est dell'India, ci ha raccontato di una situazione di fatto, in cui c'è ancora bisogno di molto impegno per poter superare un sistema che lascia i dalit ai margini e li divide anche al loro interno., lasciando la loro voce del tutto inascoltata.

Ascolta l'intervista a mons. Theodore Mascarenhas

Chi sono i dalit?

R. – I dalit sono i cosiddetti “fuori casta”. Nella religione dell’induismo ci sono le caste. Le più importanti sono i brahmani, gli kshatriya, i vaishya e gli shudra. Poi c’è un grande gruppo al di fuori dalle caste, che una volta era chiamato degli “intoccabili”: a questi non era permesso usare gli stessi pozzi dell’acqua, gli stessi luoghi di culto. Vivevano in una specie di apartheid.

In che senso oggi sono discriminati? Cosa possono e non possono fare?

R. – Questa è la sfida: secondo la Costituzione indiana di oggi, questa discriminazione è un crimine contro la legge, ma socialmente questo continua - e fortemente! -, sia per quanto riguarda i matrimoni, sia per quanto riguarda i posti di lavoro … per qualsiasi cosa, in realtà. I dalit sono ancora degli esclusi. E per la Chiesa cattolica c’è un’altra sfida, un altro problema, più grande: tanti di questi dalit che sono diventati cristiani, non hanno gli stessi diritti dei dalit che sono rimasti indù. Per esempio, non c’è la possibilità di accedere ai posti di lavoro e nemmeno ai luoghi di istruzione. Ecco, questa è la nostra battaglia: che gli stessi diritti riconosciuti agli altri dalit siano riconosciuti anche ai dalit convertiti all’Islam o al Cristianesimo.

Quali sono le finalità del “Black Day”? Perché la Chiesa cattolica lo sostiene? Quali le attività di quest’anno?

R. – Il tema è sempre lo stesso: stessi diritti, stessa cittadinanza, non ci dev’essere discriminazione sulla base dell’appartenenza religiosa. Anche se la Chiesa cattolica non crede nel castismo, nella discriminazione, queste persone vivono nella società generale e il loro essere dalit non ha senso per noi cristiani, ma per gli altri sì.

C’è per i dalit una reale possibilità di miglioramento delle loro condizioni?

R. – Questa è la mia opinione, ed è anche l’opinione della Chiesa. Noi portiamo ai dalit l’opportunità dell’istruzione, e questo è uno dei motivi per cui la Chiesa cattolica viene perseguitata: perché noi portiamo benefici a questa popolazione emarginata e se offriamo l’educazione, diamo la possibilità di una migliore sanità e di un’alimentazione migliore. Con questo i dalit forse faranno meglio di tanti di noi. Questa è la nostra speranza per un popolo così emarginato.

Oggi ci saranno delle manifestazioni, per il “Black Day”?

R. – Il “Black Day” lo facciamo da 69 anni, da quando il governo ufficializzò l’emarginazione dei cristiani e dei musulmani; continuiamo a chiedere quei diritti: abbiamo attualmente un caso al vaglio della Corte Suprema, per il quale chiediamo giustizia. Ma le cose non vanno avanti perché noi siamo una piccola minoranza e i nostri voti non contano tanto; per questo speriamo almeno di ottenere qualcosa legalmente. Secondo me, ormai il “Black Day” è diventata una manifestazione simbolica perché nessuno ci ascolta.

E voi cosa fate, per farvi ascoltare?

R. – Secondo me, la pressione deve venire dai mass media, dai giornali … e poi, dobbiamo pregare per questa causa: questa è la cosa più importante. Poi, c’è la pressione sociale che viene da tutte le parti. Questo penso sia importante per qualsiasi causa in India, oggi, dato che è tutto controllato dagli interessi dei ricchi.

I giornali, oggi, in India parlano di questa Giornata?

R. – No … mettono un piccolo trafiletto da qualche parte … Io, infatti, personalmente, avevo chiesto di non fare queste manifestazioni, perché non contano – anche se sono molto simboliche. Bisogna usare altri metodi, ma continuiamo a farle, finché non troveremo un’altra strada.

Quanto incide ancora il sistema delle caste sulla società, in India?

R. – Molto. Se uno fa qualcosa contro un dalit, è più difficile che venga punito, mentre non è vero il contrario. Può succedere, ad esempio, che un membro di un’alta casta sposi per amore una ragazza o un ragazzo dalit: la famiglia uccide tutti e due. Il sistema delle caste incide molto, quindi, anche se formalmente è abolito.

10 agosto 2019, 13:39