Cerca

Vatican News

Hinder: in Yemen il conflitto è sempre più doloroso e violento

Da Abu Dhabi monsignor Paul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale, parla della guerra dimenticata in Yemen dove la situazione appare sempre più drammatica. Il presule commenta anche la recente costituzione del Comitato per raggiungere gli obiettivi del Documento sulla Fratellanza Umana, siglato ad Abu Dhabi lo scorso febbraio, dal Papa e dal Grande Imam al-Tayyib

Mario Galgano – Città del Vaticano

Monsignor Hinder afferma che la situazione in Yemen rimane drammatica, anche perchè si è riaperto di recente un altro fronte di scontro fra filo-sauditi e separatisti sostenuti dagli Emirati, entrambi in lotta contro i ribelli Houhi vicini a Teheran. La guerra in Yemen divampata nel 2014 ha fatto registrare oltre 10mila morti e 55mila feriti. Organismi indipendenti fissano il bilancio (fra gennaio 2016 e fine luglio 2018) a circa 57mila decessi. Per l’Onu il conflitto ha innescato “la peggiore crisi umanitaria al mondo”, circa 24 milioni di yemeniti (pari all’80% della popolazione) hanno bisogno urgente di assistenza umanitaria e l’emergenza colera preoccupa ancora. I bambini soldato sarebbero circa 2.500 e la metà delle ragazze si sposa prima dei 15 anni. A complicare la situazione le ulteriori frammentazione nella coalizione anti-Houthi. Nelle ultime settimane lo scontro ha oltrepassato i confini di Aden, allargandosi a Taiz nel centro del Paese. Per monsignor Hinder il dialogo è quasi impossibile perché ognuna delle parti in conflitto vorrebbe la vittoria finale. Il vicario auspica la creazione di una confederazione

Ascolta l'intervista a monsignor Hinder

R. – Il conflitto è sicuramente molto doloroso e violento in alcune parti del Paese. C’è la fame, ci sono le malattie, c’è una fuga del popolo verso altre parti del Paese… Vedremo se è possibile che le forze in campo si ritrovino intorno a un tavolo per entrare in un dialogo valido: questa mi sembra la cosa più difficile. Nessuno vuole fare compromessi, ognuna delle parti vorrebbe la vittoria totale e questo non è un punto di partenza incoraggiante. Se non ci sarà mai una pace, una giustizia - il Paese che è molto complesso, molto complicato, con diverse parti e interessi economici, politici o religiosi - secondo me una soluzione potrebbe essere una specie di confederazione con rispetto reciproco, però data la situazione non so se è realistico pensare che possa essere una soluzione.

Invece una notizia positiva dalla penisola arabica è l’annuncio da parte degli Emirati Arabi, questa settimana, della creazione di un alto comitato per raggiungere gli obiettivi del Documento sulla Fratellanza Umana: per lei che cosa significa la creazione di questo comitato?

R. – Sono felice di questa iniziativa che sembra venire prima di tutto dal nostro governo di Abu Dhabi per dare continuità a questo processo che è cominciato con il documento firmato dal Papa e dal grande imam di al Azhar. Ora vedremo quali frutti ci saranno. Penso che l’intenzione qui negli Emirati sia quella di avere un Centro in quella “casa abramitica”, per avere un luogo anche simbolico da dove si continui a lavorare in questa direzione. Poi, l’elemento importante nel popolo stesso, come nella popolazione residente, è che questa dichiarazione firmata in febbraio porti frutti nel concreto, nelle nostre scuole, anche per quanto riguarda l’insegnamento da parte della Chiesa del catechismo… Si tratta anche di questo mutuo rispetto di fronte ad un’altra religione: sono i nostri vicini e noi viviamo qui tra loro.


 

28 agosto 2019, 11:39