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Sudan: firmato nella notte l’accordo tra militari e opposizione

Dopo lunghe trattative è stata formalizzata l’intesa raggiunta lo scorso 5 luglio che sancisce l’alternanza al potere per i prossimi tre anni. Un percorso ancora pieno di ostacoli e difficoltà che dovrebbe portare il Paese alle elezioni democratiche. “Ma le questioni ancora sospese sono molte” dice Raffaele Masto, giornalista di Radio Popolare esperto di Africa

Roberto Artigiani – Città del Vaticano

​La giunta militare (Tmc) che governa il Sudan da quando è stato deposto Omar al-Bashir ad aprile e la coalizione delle forze civili riunite nel gruppo delle Forze per la libertà e il cambiamento (Ffc) hanno annunciato di aver firmato la cosiddetta ‘dichiarazione politica’. Si tratta di un passo chiave verso la transizione del Paese dopo mesi di sanguinose proteste di piazza. “L’accordo, avvenuto nella notte dopo lunghe trattative, prevede l’alternanza al potere tra militari e civili per tre anni, questione sulla quale ruota la trattativa sin dall’inizio, fino a giungere alle elezioni per dare un nuovo governo al Paese” afferma Raffaele Masto.

Nella questione sudanese sono intervenuti anche altri attori, come racconta Masto: “è stato difficile per i mediatori, l’Unione europea e l’Etiopia, avvicinare le parti soprattutto per via della posizione dei militari e del generale Mohamed Hamdan Dagalo che è una sorta di rappresentante degli interessi esterni sul Sudan. Arabia Saudita, Emirati Arabi ed Egitto infatti, per una questione di equilibri regionali e del mondo arabo, hanno bisogno che il Sudan non diventi un Paese terzo rispetto agli interessi del loro blocco di potere”. Se da una parte “ogni accordo si fa su un compromesso” come dice Masto bisognerà vedere “se si riuscirà a mantenere un equilibrio tra i due contendenti che continuano ad avere interessi radicalmente contrastanti sul futuro del paese”.

Questioni ancora aperte

Prima che il Paese possa guardare avanti infatti sarà necessario affrontare alcune grosse questioni, come racconta Masto: “I punti che rimangono in sospeso sono ancora molti. Bisognerà vedere, per esempio, come si comporterà il Sudan rispetto ai conflitti che vivono al suo interno (quelli nel Darfur o nel sud del Kordofan). I dimostranti da sempre hanno chiesto che venisse consentito il voto anche in queste zone di guerra”.

Difficoltà economiche

Masto ricorda che “il Sudan vive una grave crisi. Non va dimenticato infatti che le proteste a dicembre sono scoppiate proprio per l’aumento del prezzo del pane e della benzina, aumenti essenziali per  Karthoum. Non è un caso se qualche settimana fa l’Arabia Saudita aveva concesso ai militari un mega prestito da 3 miliardi di dollari”.

Le violenze del recente passato

Affrontare gli eventi violenti che hanno segnato un Paese non è mai semplice, ma in questo caso potrebbe essere proprio impraticabile, chiarisce Masto: “I dimostranti chiedono un’indagine sulle responsabilità degli omicidi avvenuti lo scorso 3 giugno, quando i militari spararono sulla folla durante un sit-in davanti al comando delle forze armate. Ci furono 130 morti".

Ascolta l'intervista a Raffaele Masto
17 luglio 2019, 15:03