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Amnesty International chiede intervento Onu nelle Filippine per crimini contro umanità

L'Organizzazione non governativa torna a denunciare la drammatica situazione nella quale versano le Filippine, dove da tre anni si sta conducendo una violenta campagna contro il traffico di droga che ha portato all'uccisione di oltre 6000 persone

Luisa Urbani – Città del Vaticano

“They just kill”. È il titolo del rapporto diffuso oggi da Amnesty International per denunciare nuovamente la campagna contro la droga che il presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, sta conducendo da 3 anni. Nel rapporto, basato su una serie di interviste e sulla documentazione di 20 casi specifici, l'Organizzazione internazionale mostra che le esecuzioni extragiudiziali nelle Filippine sono tutt'ora in corso.

Poveri ed emarginati presi di mira

Secondo l'ong, dietro l’offensiva al narcotraffico si cela l’omicidio di persone appartenenti alle classi meno abbienti e che poco hanno a che fare con il traffico di droga. Un'operazione condotta delle forze dell'ordine che operano al di fuori di qualsiasi procedura giudiziaria. Il rapporto spiega come, in ciascuna operazione antidroga, la polizia ha usato sempre la stessa giustificazione: una retata di spacciatori in cui si è costretti a ricorrere alla forza letale a causa della reazione dei fermati.

Oltre 6000 vittime

Il governo filippino, si legge nel report, "ha riconosciuto più di 6500 uccisioni di presunti colpevoli da parte della polizia". Ma "ci sono state anche migliaia di uccisioni di persone armate sconosciute, molte delle quali potrebbero essere collegate alla polizia". Una mattanza che ora si è spostata dalla regione di Manila alla provincia di Bucalan, nella regione di Luzon centrale. Durante la conferenza stampa di presentazione del report, tenutasi oggi a Manila, il direttore della sezione di Amnesty International, Butch Olano, ha dichiarato che la provincia di Bulacan è diventata  “il più sanguinoso campo di uccisioni del paese”. "Oltre alle uccisioni - evidenzia il rapporto - continuano a essere redatti elenchi illegittimi di 'sorveglianza degli stupefacenti' e rimane una dolorosa mancanza di programmi di trattamento delle tossicodipendenze, in violazione del diritto alla salute". 

L’impatto sulle famiglie

Una situazione che, evidenzia l’ong, sta causando un violento impatto su tutte le famiglie delle persone uccise nelle operazioni antidroga che “continuano a sopportare disagi e danni economici dopo che i loro cari sono scomparsi”. E che anche per questo chiedono giustizia. Una condizione drammatica che spinge molte persone alla rassegnazione: quasi tutti coloro che Amnesty International ha intervistato affermano di non avere alcuna speranza di ottenere giustizia all'interno del Paese.

La reazione del Governo

L' amministrazione Duterte, dal canto suo, nega di avere una politica che consente uccisioni extragiudiziali. Finora il governo delle Filippine ha cercato di respingere ogni tentativo di indagare a livello internazionale. Quando, nel 2018, il Tribunale penale internazionale ha lanciato un esame preliminare sulla situazione, il presidente Duterte ha subito annunciato che il Paese si sarebbe ritirato dallo Statuto del tribunale, cosa poi successa. 

L’appello alle Nazioni Unite

"Considerata l'evidente incapacità del governo di affrontare questi problemi, vi è un'urgente necessità di un'azione internazionale". L' Organizzazione non governativa torna così a rivolgersi alla comunità internazionale, chiedendo di fare pressione sul governo filippino per porre fine alle violenze. Amnesty International ha chiesto al Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani di avviare immediatamente un’indagine indipendente, imparziale ed efficace sulle violazioni commesse durante la guerra alla droga, inclusi possibili crimini contro l’umanità.

La speranza nonostante tutto

“In mezzo a tanta violenza, che purtroppo è diventata una routine, si assiste anche ad episodi di solidarietà tra persone, anche di diverse fedi religiose”: racconta, in un’intervista a Vatican News, padre Sebastiano D’Ambra, missionario del Pime che vive a Mindanao, isola a sud delle Filippine. “Un esempio di dialogo interreligioso – sottolinea il missionario - che evidenzia come, anche nelle situazioni più drammatiche c’è sempre un segno di speranza”.

08 luglio 2019, 12:01