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Iraq: emergenza orfani dell’Is, 1500 bambini prigionieri

Sono almeno 1500 i minori trattenuti dalla giustizia irachena nei territori liberati dal sedicente Stato Islamico, 185 di questi sono in carcere e 7 sono morti a causa delle continue torture che sono costretti a subire. Mons. Yousif, vescovo di Kirkuk, lancia un allarme alla comunità internazionale

Matteo Petri – Città del vaticano

“Baghuz è libera e la vittoria militare contro l'Isis è stata raggiunta”. Con queste parole twittate da Mustafa Bali, portavoce delle forze democratiche siriane, veniva ufficializzata la caduta dell’ultima rocca forte del Sedicente Stato Islamico. Era il marzo 2018, oltre 15 mesi fa, da allora però iniziò una complicatissima fase transitoria nei territori riconquistati da Iraq e Siria. Se infatti sul piano militare e geopolitico è già stata consegnata alla storia una data della fine dell'Is, lo stesso non lo si può dire per l’ideologia del califfato.

I bambini orfani e incarcerati in Iraq

Attivisti e ong umanitarie parlano di oltre 1500 minori che nei territori liberati sono trattenuti dal sistema giudiziario iracheno, fortemente traumatizzati e plagiati dall'ideologia jihadista. I più piccoli sono detenuti in carcere assieme alle loro madri e, in questi ultimi mesi, a causa di violenze e torture almeno sette sarebbero deceduti per le pessime condizioni di prigionia. Altre centinaia sono a processo per reati di varia natura: dall’immigrazione illegale all’aver combattuto accanto ai miliziani del califfato. Fonti ufficiali parlano di 185 bambini e giovani fra i nove e i 18 anni con una condanna da pochi mesi di pena fino a un massimo di 15 anni e tutt'ora rinchiusi nel carcere minorile di Baghdad.

L’appello di mons. Mirkis, arcivescovo di Kirkuk

“Gli orfani di Daesh sono una grande emergenza che chiede una risposta globale, non solo locale del governo di Baghdad”, spiega ad AsiaNews mons. Yousif Thoma Mirkis. Il presule dell’arcieparchia di Kirkuk, nel nord dell’Iraq, ha partecipato di recente a un seminario Unicef su bambini e giovani nati o cresciuti sotto il califfato del Sedicente Stato islamico. “Si tratta di una questione di primaria importanza che va affrontata a livello economico dalla comunità internazionale - spiega il vescovo - richiedendo altre risposte, come l’educazione e la scolarizzazione”.

I bambini-soldato del califfato

“Bisogna inquadrare questa notizia nel contesto estremamente conflittuale e critico dell’Iraq di oggi”, spiega a Vatican News Alessandro Ricci, docente dell’Università Tor Vergata e coordinatore del Centro studi geopolitica.info. Alcuni di questi ragazzi giovanissimi sono stati protagonisti di uccisioni efferate. “A Palmira nel luglio del 2015 - spiega - all’interno dell’anfiteatro vennero uccise 25 persone per mano di altrettanti bambini tra i 10 e 12 anni - racconta il professor Ricci - a dimostrazione che in questi contesti l’età conta poco”.

Il problema della mentalità

“Lo Stato Islamico non basando la sua azione su un’aderenza al territorio come è in uno stato occidentale continua a sopravvivere nei cuori e nelle menti dei jihadisti”, continua il professor Ricci. Vi è una radicale differenza tra la concezione occidentale di Stato e quella del califfato. “Ancora molti uomini, anche recentemente, hanno compiuto attentati nonostante la sconfitta geografica, geopolitica militare del Sedicente Stato Islamico”, aggiunge Ricci. “L’Occidente - conclude - si è illuso di aver sconfitto il califfato ma così non è”.

Ascolta l'intervista integrale a Alessandro Ricci
26 giugno 2019, 15:59