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Nicaragua: un anno fa l’inizio della crisi

“L’insurrezione pacifica", come è stata definita dai social network del Nicaragua, è iniziata a metà aprile 2018, quando il governo nicaraguense respinse l'aiuto che il Costa Rica aveva offerto per spegnere l’incendio che ha bruciato più di cinquemila ettari della foresta di Indio Maíz, nel sud del Paese

Quando ad un gruppo di almeno 40 vigili del fuoco costaricani, con squadre speciali per combattere le fiamme, venne impedito di attraversare il confine, nacque una vivace protesta degli studenti universitari nicaraguensi, impegnati per l'ambiente. Il rifiuto degli aiuti, la mancanza di informazioni ufficiali e la risposta evasiva del governo mobilitarono centinaia di giovani che, convocati dai social network, manifestarono davanti all’università e nelle strade della capitale Managua. La risposta del governo è stata violenta, con l’ordine di disperdere i manifestanti con l'intervento della polizia antisommossa. La reazione dei giovani “autoconvocati” attraverso i social network non si fece aspettare: fotografare tutto, registrare tutta la violenza e condividerla con quanti ancora non sapevano ciò che era accaduto. In poche ore tutti i nicaraguensi avevano sui telefoni cellulari foto e video di come un gruppo di ragazzi aveva avuto il coraggio di sfidare il potere di Ortega.

Protesta di giovani e pensionati contro la riforma sulla sicurezza sociale

Due giorni dopo aver bloccato i giovani ambientalisti, il Presidente Ortega pubblicò sulla Gazzetta ufficiale un decreto che riformava il sistema di sicurezza sociale in Nicaragua, per salvare l'Istituto Nicaraguense di Previdenza Sociale (Inss), sull'orlo del fallimento dopo 10 anni di cattiva amministrazione dei fondi versati. La riforma non era stata concordata con il settore privato, che immediatamente prese le distanze da Ortega dopo 11 anni di sostegno al regime. Il 18 aprile 2018 un gruppo di giovani e pensionati organizzarono una marcia nel quartiere Camino de Oriente, a Managua, per protestare contro la riforma. La protesta venne sedata in modo violento dalla polizia. Le immagini degli anziani pensionati con ferite alla testa infiammarono il Paese. Due giorni dopo questi scontri, anche gli studenti delle università pubbliche, controllate da Ortega, avviarono una protesta. Anche qui la risposta è stata la repressione.

La Chiesa a fianco della popolazione

“Quanta barbarie! E' accaduto quanto temevo e che non sarebbe dovuto accadere. C'è già almeno uno studente ucciso all’Università. Si parla di altri. Provo molto dolore! Diciamo No alla repressione" fu l’accorato appello di Mons. Silvio José Baez, vescovo ausiliare di Managua, alle autorità del Nicaragua, quando i giovani erano scesi per le strade per protestare contro la riforma della previdenza sociale. I giovani universitari, attraverso i social media, hanno testimoniato al mondo ciò che accadeva. Missionari, parroci e Vescovi li hanno accolti dentro le chiese per sottrarli all’aggressione delle forze del governo e agli arresti.

Oggi si contano oltre 320 morti e circa 800 prigionieri politici

Secondo dati della Commissione interamericana sui diritti umani, ad oggi ci sono stati 325 morti nel contesto della crisi, mentre le agenzie nicaraguensi parlano di 568 e Ortega ne riconosce 199. Secondo la stampa internazionale e fonti dell’Agenzia Fides, ci sono tra 779 e 809 "prigionieri politici", quasi il doppio del numero riconosciuto dal governo, che li identifica come "terroristi", "golpisti" o "criminali comuni". (C.E. - Agenzia Fides)

 

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17 aprile 2019, 12:12