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Libia: Suani ben Adem sotto controllo forze Sarraj Libia: Suani ben Adem sotto controllo forze Sarraj   (ANSA)

‘Corridoi umanitari’ in Libia, don Zerai: si può fare

Secondo don Zerai, fondatore dell’agenzia Habeshia, l’appello del Papa per evacuare con corridoi umanitari i profughi detenuti in Libia potrebbe avere una risposta concreta con la collaborazione dell’Onu

Fabio Colagrande - Città del Vaticano

“La situazione dei profughi in Libia è sotto agli occhi di tutti da tempo ed è aggravata ancora di più dal conflitto in corso. Papa Francesco ha ascoltato le grida disperate di persone che da settimane lanciavano queste richieste”. Don Mussie Zerai, sacerdote eritreo, fondatore e presidente dell’agenzia Habeshia, creata per tutelare i migranti, commenta l'appello di Papa Francesco, al Regina Coeli di domenica 28 aprile, affinché i profughi detenuti in Libia siano evacuati attraverso corridoi umanitari.

Ascolta l'intervista a don Mussie Zerai

Centri di detenzione sulla linea di fuoco

“Nella zona sud-est di Tripoli – spiega Zerai – gli scontri hanno coinvolto recentemente un centro di detenzione dove le milizie del generale Haftar sono entrate sparando all’impazzata, ferendo una ventina di persone e uccidendo sei profughi”. “Il Papa – racconta il sacerdote eritreo – ha sicuramente appreso questa notizia, così come è al corrente di tanti altri centri di detenzione che si trovano sulla linea di fuoco. Sono giorni che si susseguono gli appelli di questi profughi che chiedono di essere evacuati, di essere messi al sicuro. Chiedono innanzitutto di essere salvati, e poi di essere assistiti in modo più dignitoso, sperando, con il contributo dell’Ufficio Onu per i rifugiati, per essere accolti in un Paese terzo attraverso un corridoio umanitario”.

Veri e propri ‘lager’

“Come ha ricordato Papa Francesco nel suo appello, le condizioni di questi profughi, al di là del conflitto in corso, sono già molto gravi”, spiega ancora don Zerai. “Chiamare centri di detenzione i luoghi in cui queste migliaia di persone sono radunate è già una definizione benevola. Si tratta infatti di veri e propri ‘lager’, dove la dignità della persona è continuamente calpestata e le condizioni di vita sono degradanti per qualsiasi essere umano”, commenta il sacerdote eritreo. “Non ci sono cure mediche e, dopo lo scoppio della guerra, sono venuti a mancare anche il cibo e l’acqua. La situazione di questi profughi era già grave per le torture e gli abusi che subiscono, per il fatto di essere venduti come schiavi. A tutto ciò si è aggiunto il conflitto e la situazione è precipitata”.

Collaborazione di Paesi confinanti

“L’appello del Papa, affinché si aprano dei corridoi umanitari, per salvare soprattutto donne, bambini e malati, potrebbe ricevere una risposta concreta”, commenta ancora il fondatore dell’agenzia Habeshia. “Basterebbe rifare ciò che si è fatto nel 2011 quando scoppiò la rivolta in Libia. Le persone furono evacuate in Tunisia, creando dei campi profughi al confine con la Libia. Da lì, l’Ufficio Onu per i rifugiati, dopo aver preso accordi con i Paesi disponibili ad accoglierli, li trasferì verso Paesi terzi sicuri, secondo un programma di reinsediamento basato proprio sull’idea di corridoi umanitari”. “Lo stesso tipo di operazione si potrebbe organizzare adesso – aggiunge Zerai – ma la premessa indispensabile sarebbe fare uscire queste persone dal territorio libico e portarle in un Paese confinante, per poi organizzare lo spostamento in Paesi in grado di garantire la protezione internazionale”.

Paesi terzi sicuri

“L’Unione Europea, con i Paesi dell’altra sponda del Mediterraneo, come la Tunisia, ma penso anche all’Algeria o all’Egitto, dovrebbe dialogare per cercare la soluzione politica e diplomatica. Successivamente ci vorrebbe l’apporto di Paesi terzi sicuri in grado di garantire l’asilo ai profughi che ora sono in Libia e sono considerati bisognosi della protezione internazionale”.

 

29 aprile 2019, 16:54