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Abbraccio di riconcilazione tra due uomini di etnia Tutsi e Hutu a 25 anni dal genocidio Abbraccio di riconcilazione tra due uomini di etnia Tutsi e Hutu a 25 anni dal genocidio  (AFP or licensors)

Il Rwanda commemora i 25 anni dalla fine del genocidio

Almeno 800 mila le vittime nei cento giorni tra il 6 aprile e il 7 luglio del 1994. Padre Giulio Albanese: quanto successo in Rwanda non può ripetersi

Michele Raviart – Città del Vaticano

“Vi supplico di non cedere a sentimenti di odio e di vendetta, ma di praticare coraggiosamente il dialogo e il perdono” e prego perché, “in questa fase tragica per la vita della vostra nazione, siate tutti artefici di amore e di pace”. Così Papa San Giovanni Paolo II si rivolse, l’8 aprile del 1994, ai vescovi e ai fedeli del Rwanda, a due giorni dall’abbattimento dell’aereo in cui volavano il presidente del Paese Juvénai Habyarimana e di quello del Burundi Cyprien Ntaryamira, entrambi di etnia Hutu.

L’odio contro i Tutsi

L’episodio fece esplodere le tensioni con l’etnia minoritaria Tutsi, fomentata per decenni dal colonialismo europeo e fu l’inizio del genocidio del Rwanda. Cento giorni di massacri a colpi di machete contro i Tutsi, accusati dell’attentato e contro molti Hutu. Almeno 800 mila persone furono uccise dai gruppi paramilitari Hutu con il sostegno dell’esercito, in quello che è stato il più grande genocidio del XX secolo dopo la Shoah.

Un Paese cristiano sacrificato all’egoismo umano

“Credo che occorra innanzitutto prendere coscienza del fatto che quanto è avvenuto riguardava un Paese che 25 anni fa aveva una popolazione di cui il 65 per cento era rappresentato da cattolici e il 15 per cento da protestanti, dunque tutto questo è successo in una nazione a stragrande maggioranza cristiana!”, afferma padre Giulio Albanese, direttore delle riviste delle Pontificie Opere Missionarie. “Per questo occorre operare un sano discernimento: non foss’altro perché è stato palesemente smentito l’amore, l’affezione al sacrosanto valore della vita. Tanta umanità dolente è stata davvero sacrificata sull’altare dell’egoismo umano”.

Cento giorni di lutto nazionale

Questa domenica, 25 anni dopo, il Rwanda commemora la tragedia, che segna ancora in maniera indelebile la convivenza nel Paese. Il presidente Paul Kagame, il cui ingresso a Kigali il 4 luglio 1994 a capo dei ribelli del FPR segnò la fine ufficiale del massacro, ha annunciato cento giorni di lutto nazionale e numerose iniziative di riflessione e di sensibilizzazione, particolarmente significative in un Paese in cui 7 dei 12 milioni di abitanti non era nato ai tempi del genocidio.“Forse mai come oggi è importante aiutare il popolo rwandese a comprendere che esso ha davvero un destino comune e che bisogna andare al di là delle rivalità. Io credo che il futuro, da questo punto di vista, sia davvero in mano alle giovani generazioni”, ribadisce padre Albanese.

Il lungo cammino verso la riconciliazione

“Il perdono delle offese e la riconciliazione autentica, che potrebbero sembrare impossibili all’occhio umano dopo tante sofferenze, sono tuttavia un dono che è possibile ricevere da Cristo, mediante la vita di fede e la preghiera, anche se il cammino è lungo e richiede pazienza, rispetto reciproco e dialogo”, disse Papa Francesco ai vescovi rwandesi in visita ad limina cinque anni fa, e molti passi verso la riconciliazione sono stati fatti in questi anni. Sei, ad esempio, sono i cosiddetti “villaggi della riconciliazione” in cui vittime e carnefici convivono insieme. Molti i passi compiuti anche per recuperare il rapporto del Rwanda con la comunità internazionale, che ai tempi restò indifferente e si mosse in ritardo per fermare il massacro. Per la prima volta infatti, è stato invitato per la commemorazione di Kigali il presidente francese Emmanuel Macron, che sebbene non sarà presente, ha comunque deciso di aprire agli storici gli archivi in Francia sul Paese africano nel periodo dal 1990 al 1994.

Le conseguenze

È evidente che quanto è successo in Rwanda non può ripetersi”, afferma ancora padre Albanese. “È importante poi che anche dal punto di vista storiografico si abbia l’onestà di capire che il genocidio non è qualcosa di compreso tra il 6 aprile del 1994 e il luglio dello stesso anno: purtroppo poi i massacri e le uccisioni sono continuati lo stesso e almeno fino al 1997, se non oltre, nella vicina Repubblica democratica del Congo, dove ci fu una mobilità umana indicibile di profughi Hutu. E purtroppo anche da quelle parti sono avvenuti massacri, ci sono state fosse comuni. È importante capire che bisogna andare al di là delle rivalità, bisogna prendere coscienza del fatto che comunque bisogna avere un atteggiamento di grande tolleranza, di grande rispetto di fronte a qualsiasi forma di alterità”.

Ascolta l'intervista integrale a padre Giulio Albanese sui 25 anni dal Genocidio in Rwanda
06 aprile 2019, 15:47