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Verso Sinodo per l’Amazzonia: incontro Fao su popoli indigeni

A Roma si è tenuto ieri pomeriggio nella sede della Fao un seminario che ha messo al centro della riflessione l’armonia dei popoli indigeni con la natura alla luce dell’enciclica Laudato si’

Eugenio Murrali – Città del Vaticano

Il creato richiede gesti di tenerezza e non un esclusivo affarismo, bisogna “ascoltare il grido della Terra”, ci ricorda mons. Fernando Chica Arellanno - osservatore permanente della Santa Sede presso i tre organismi delle Nazioni Unite con sede a Roma, Fao, Fida e Pma -, che ha raccolto il monito di Papa Francesco a non sentirci “i padroni assoluti del creato”. Il seminario “I popoli indigeni custodi della natura: l’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco e gli Obiettivi di sviluppo Sostenibile” ha riunito alla Fao esperti e responsabili di programmi per la tutela delle popolazioni autoctone.

In cammino per il Sinodo sull’Amazzonia

Vincenzo Conso, coordinatore del Forum Roma di Ong, ha introdotto l’incontro richiamando il recente impegno dei giovani sul tema della difesa del pianeta e osservando che questo dovere riguarda tutti. Il card. Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi, si è soffermato sull’assemblea sinodale “Amazzonia: nuovi cammini per la chiesa e per una ecologia universale”, che avrà luogo a Roma dal 6 al 27 ottobre 2019. Il Sinodo mirerà a trovare nuove strade per l’evangelizzazione - come Papa Francesco ha spiegato nell’Angelus del 15 ottobre 2017 – “di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente gli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica”. Insieme a questo l’attenzione è rivolta alla difesa della “casa comune”.

Ascolta l'intervista al card. Lorenzo Baldisserri

Le tre fasi del Sinodo

Il card. Baldisseri ha riportato importanti dettagli sulla preparazione del Sinodo. Ha ricordato che è in corso la fase della Consultazione. Già si sono tenute 45 assemblee territoriali locali, organizzate dalla Rete Ecclesiale Panamazzonica, Repam. Ha avuto luogo a Roma a febbraio scorso il seminario “Verso il Sinodo Speciale per l’Amazzonia: dimensione regionale ed universale”. Si è da poco concluso alla Georgetown University di Washington il seminario “Ecologia integrale: una risposta sinodale a partire dall’Amazzonia e da altri bioma/territori essenziali per la cura della nostra casa comune”. Da qui e dai questionari distribuiti partirà la redazione dell’Instrumentum laboris per i padri sinodali. La seconda fase consiste nella celebrazione dell’assemblea vera e propria.  La terza fase è l’attuazione che segue la pubblicazione dell’esortazione apostolica post-sinodale.
Baldisseri ha inoltre ricordato una via concreta suggerita da Papa Francesco: l’urgenza di un “meticciato culturale”.

Salvare le lingue indigene e un programma per il Guatemala

Silvina Pérez, responsabile dell’edizione in lingua spagnola dell’Osservatore Romano, ha focalizzato l’attenzione anche sul tema delle lingue indigene, un patrimonio ricchissimo oggi a rischio. La giornalista ha inoltre richiamato lo sguardo sulla sfida di vedere la società, le strutture e la casa comune in modo diverso.

Azzurra Chiarini - coordinatrice del programma congiunto Fao, Ifad, Wfp, UFWomen, dell’Empowerment economico delle Donne rurali, Pam - ha spiegato i punti di un programma molto concreto ed efficace per migliorare le condizioni delle donne indigene. Ha osservato: “In Guatemala le donne sono tre volte oggetto di discriminazione: in base al sesso, all’origine etnica e allo status socio-economico. Queste donne - continua Chiarini - hanno moltissime conoscenze da condividere”. Il programma si è posto quattro obiettivi: rafforzamento della sicurezza alimentare e nutrizionale delle donne indigene e delle loro famiglie; l’accesso al reddito per i mezzi di sussistenza; la loro leadership all’interno dell’organizzazione di produzione agricola e della comunità; con i governi locali, il rafforzamento della creazione di politiche favorevoli ai diritti delle donne indigene.

La storia di Carmelina

Azzurra Chiarini ha portato un video testimonianza di una delle quasi seimila donne con cui lavorano in Guatemala. Carmelina, questo è il suo nome, ha raccontato come il programma le abbia dato delle opportunità che lei ha saputo cogliere. Adesso Carmelina si sente una parte migliore della sua comunità, è convinta di poter dare opportunità ai suoi figli, sul piano dell’educazione, e percepisce di poter contare di più all’interno del nucleo familiare.

Le opportunità del programma in Guatemala

Sul piano pratico il programma propone, ad esempio, la riscoperta di alcune colture tradizionali, come quella della milpa, che promuove la biodiversità e fa in modo che il suolo si possa rigenerare, inoltre tecniche di tessitura tradizionale o la trasformazione di prodotti agricoli che poi vengono commercializzati. Vi è inoltre la valorizzazione della lingua locale, il k'iche', ma anche dei vestiti tipici che le donne indossano. Purtroppo in quella cultura indigena c’è l’idea che le donne dopo i 20 anni non siano in grado di imparare, ma il programma ha rivolto i corsi di formazione a donne con un’età media sopra i 25 anni. Inoltre con il Ministero dell’agricoltura si è avviata la creazione di un tavolo di coordinamento per far sì che si tengano in considerazione i diritti delle donne e in generale delle popolazioni indigene all’interno delle politiche di sviluppo rurale del Guatemala.

Porsi in ascolto delle popolazioni indigene

Mattia Prayer-Galletti, responsabile dei programmi Ifad per i popoli indigeni, ha ricordato che nel 2017 ci sono stati 312 omicidi documentati contro gli indigeni. Brasile, Colombia, Messico, Filippine gli stati con il maggior numero di casi. Sono proprio i popoli indigeni i migliori difensori della casa comune, perché hanno mantenuto una relazione stabile con l’ambiente, tuttavia sono visti come ostacoli a un certo tipo di sviluppo economico. Uno sviluppo dove pochi si prendono molto, e molti poco, e “l’economia non è più al servizio dell’uomo, ma l’uomo al servizio dell’economia”. Prayer Galletti osserva che “non c’è nulla di più dinamico delle culture che si preoccupano del futuro”. Questa modernità è ben rappresentata anche nelle generazioni giovani indigene, di cui la comunità mondiale e le istituzioni dovrebbero porsi in ascolto.

Il lungo impegno della Fao

Yon Fernandez de Larrinoa, responsabile Fao per i popoli indigeni, ha fatto notare che al sostantivo people, già di per se plurale, si aggiunge la “s” quando si accompagna all’aggettivo “indigeni”: “indigenous peoples”. Questa scelta linguistica serve a esprimere la pluralità e la ricchezza di culture autoctone che la Fao osserva e difende da molti anni.
De Larrinoa ha ricordato che nel 1989 è nata la Ilo C169: “Indigenous and Tribal Peoples Convention”. Da quel momento si sono susseguite numerose iniziative, come nel 2007 la United Nations Declaration on the Rights of Indigenous Peoples o nel 2010 la Policy on Indigenous and Tribal Peoples. Esiste inoltre un team Fao per i popoli indigeni e si contano almeno 70 pubblicazioni sul tema. Tra i dati allarmanti riportati da de Larrinoa si segnala l’alto numero di suicidi.

Ascoltare il grido della terra

Mons. Fernando Chica Arellano ha concluso i lavori. Il seminario è stato, secondo l’osservatore permanente, un richiamo a custodire la natura ispirandosi ai comportamenti dei popoli indigeni che ci aiutano a custodirla. Queste popolazioni hanno infatti un rapporto speciale con la terra e la coltivano con sguardo lungimirante, pensando anche alle generazioni future. C’è stato un atteggiamento spesso spregiudicato, una colonizzazione economica, guidata solo da interessi commerciali. Oggi si fa spazio invece l’idea che sia necessario avviare un dialogo con le popolazioni indigene - è questa l’esortazione di mons. Arellano -, rispettare i loro diritti, chiedere un consenso previo e informato, perché siano autentici interlocutori. Questo è, secondo il presule, un imperativo per la Chiesa, un’esigenza etica fondamentale e irrinunciabile, in ragione dell’idea di ecologia integrale della persona.

Ascolta la dichiarazione di mons. Fernando Chica Arellano


 

29 marzo 2019, 08:04