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Donne e bambini abbandonano Baghouz, una delle ultime roccaforti dell'Is in Siria Donne e bambini abbandonano Baghouz, una delle ultime roccaforti dell'Is in Siria  (AFP or licensors)

Siria: fasi finali dell’offensiva contro lo Stato Islamico

Teatro dello scontro di queste ore è il villaggio di Baghuz, al confine con l’Iraq. Padre Ibrahim da Aleppo: “l’Is non è l’unico mostro”, lavoriamo per “ricostruire l’uomo”

Michele Raviart – Città del Vaticano

Continua la fase finale dell’offensiva delle forze curdo-siriane sostenute dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti contro le ultime roccaforti dello Stato Islamico in Siria. Dopo la sconfitta in Iraq degli scorsi mesi, infatti, alcuni gruppi di guerriglieri islamisti controllano alcuni villaggi nel sud-est del Paese.

Decine di migliaia i jihadisti rimasti

Teatro dello scontro di queste ore è il villaggio di Baghuz, al confine con l’Iraq, dove ieri è stato ferito il fotoreporter italiano Gabriele Micalizzi. Ci sono “decine di migliaia” di miliziani dell’Is tra Iraq e Siria, ha affermato il generale americano Joseph Votel, a capo del Comando centrale Usa. Sono “dispersi e disaggregati”, ma c’è comunque una leadership, ha commentato il generale, ribadendo che il ritiro di duemila soldati americani è possibile nelle prossime settimane, ma è subordinato ai risultati ottenuti sul campo.

Instabilità, corruzione e povertà

La chiusura dell’offensiva era stata fissata per metà febbraio, anche se la sconfitta dell’Is probabilmente non porterà alla fine della guerra in Siria. “Oltre all’Is, ci sono migliaia e migliaia di miliziani di gruppi armati attrezzati fino ai denti che terrorizzano la gente”, spiega ai microfoni di Radio Vaticana Italia padre Ibrahim Alsabagh, francescano di Aleppo (ascolta il podcast sulla Siria con l'intervista a padre Ibrahim). L’Is “non è l’unico mostro”, ribadisce, perché ci sono ancora corruzione e povertà. “Inoltre, per quanto riguarda lo scenario internazionale, manca ancora un accordo tra i vari Paesi. L’instabilità è il vero mostro che bisogna combattere per dare una prospettiva di speranza alle persone. Quasi tutto il popolo disperato”.

Ancora bombardamenti ad Aleppo

Una condizione ancora disperata che non risparmia ancora la città di Aleppo, uno dei luoghi simbolo del conflitto. “La gente soffre, e soffre tanto”, spiega padre Ibrahim, “ci sono i quartieri ad ovest della città che continuano ad essere colpiti dai missili: ci sono diversi gruppi armati che li lanciano da Idlib. Inoltre non c’è lavoro; l’inflazione è molto alta; il gas e gasolio sono quasi assenti, o meglio è molto raro trovarli, nel clima di freddo che si sente nella città in inverno”.

Crollano gli edifici

Molti poi gli edifici in condizioni precarie che stanno crollando. “Nel giro di due settimane, due di questi, sono stati scossi nelle fondamenta a seguito dei forti bombardamenti, poi, purtroppo, anche a causa delle infiltrazioni d’acqua, sono crollati durante la notte. Nel primo sono stati ritrovati cinque corpi senza vita, nel secondo undici persone sono soffocate”, spiega ancora padre Ibrahim. “Pensavamo di aver ricostruito più di 1300 case, che avevamo fatto qualcosa, e invece adesso vediamo che bisogna cominciare a rinsaldare le fondamenta e a risolvere i problemi degli edifici. Più che alle strutture, ci siamo infatti interessati proprio a ricostruire l’uomo, ferito nella sua dignità, attraverso il nostro aiuto, donato al fine di rendere le condizioni di vita più umane”.

I cristiani senza prospettive

Una situazione che non risparmia anche la minoranza cristiana della città. “Senza una prospettiva chiara per il futuro, vedendo che le cose non vanno bene, loro sono sempre pensierosi”, ribadisce padre Ibrahim. “Pensano sempre a lasciare il Paese: è una sofferenza, un’amarezza, una delusione, e uno scoraggiamento che spinge tutti a lasciare il Paese”.

12 febbraio 2019, 14:03