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Famiglia rohingya rifugiata in Bangladesh Famiglia rohingya rifugiata in Bangladesh  (AFP or licensors)

Unicef: bambini rohingya privati del diritto allo studio

Nella Giornata mondiale dell’educazione per tutti l’Unicef apre un faro sui bambini rohingya, tra i più assenti dai banchi di scuola. Intervista ad Andrea Iacomini, portavoce Unicef-Italia

Roberta Gisotti – Città del Vaticano

Sono tornati a scuola, nei campi profughi in Bangladesh, dove l’anno scolastico inizia a gennaio, oltre 145 mila bambini rohingya, perseguitati con le loro famiglie in Myanmar, costretti in massa dall’agosto 2017 a fuggire oltreconfine, dopo indicibili violenze subite nel loro Paese.

Dalle persecuzioni alla vita precaria nei campi profughi

Le condizioni di vita estremamente precarie nei campi bengalesi hanno indotto l’Unicef a costruire d’urgenza una rete di centri per l’apprendimento capace di affrontare i bisogni primari di bambini, molti dei quali hanno ferite da arma da fuoco e in parte sono rimasti disabili, con difficoltà post traumatiche nel comportamento e nel linguaggio.   

La richiesta di perdono del Papa per l’indifferenza del mondo

Un dramma che si è consumato nel silenzio della comunità internazionale, quello del popolo Rohingya, minoranza islamica poverissima, residente in massima parte - prima dell’esodo - nello Stato birmano di Rakhine, confinante con il Bangladesh. Da sempre i Rohingya sono stati discriminati dal governo birmano, che non riconosce loro la cittadinanza ritenendoli bengalesi arrivati con la colonizzazione britannica. A tutti loro aveva chiesto perdono il Papa, incontrandone un gruppo rifugiato a Dacca, nel suo viaggio in Myanmar e Bangladesh, nel dicembre 2017. Perdono per quelli che li hanno perseguitati e fatto loro del male e per l’indifferenza del mondo.

300 mila piccoli rohingya in attesa di riprendere scuola

Purtroppo – commenta Andrea Iacomini portavoce dell’Unicef in Italia – ad oltre un anno dalle parole di affetto e solidarietà espresse dal Papa, la situazione dei rifugiati rohingya resta estremamente critica in Bangladesh, dove si stima siano fuggiti in circa 900 mila, per oltre la metà minori.

Ascolta l'intervista ad Andrea Iacomini

R. – Attualmente il 97 per cento dei bambini e degli adolescenti tra i 15 e i 24 anni non ricevono aiuti nel settore proprio dell’istruzione all’interno dei campi dove si trovano rifugiati. Questo ci preoccupa molto perché sono dei bambini e dei ragazzi molto vulnerabili, esposti a matrimoni precoci, al lavoro minorile, alla tratta di esseri umani e spesso, purtroppo, anche ad abusi sessuali e sfruttamento. Ecco perché è fondamentale per noi cercare di aprire una fase nuova di aiuto proprio per questi bambini indifesi.

Quanti sono questi bambini nei campi profughi del Bangladesh?

R. – Attualmente abbiamo circa 300 mila bambini che hanno bisogno di istruzione all’interno di questi campi, anche se il numero complessivo dei bambini nei campi del Bangladesh supera il mezzo milione. Devo dire che l’Unicef, grazie ad un grandissimo impegno all’inizio dell’anno, è arrivato ad aiutare addirittura 145 mila bambini rohingya, che vivono nella zona sudorientale del Bangladesh: grazie al nostro aiuto hanno avuto accesso all’istruzione, anche se il nostro scopo è di raggiungerne altri 300 mila tramite una rete di centri per l’apprendimento nei quali siamo riusciti ad impegnare oltre 5 mila insegnanti e volontari rohingya, che ci aiutano ad assistere i loro connazionali.

Quest’anno si celebra la prima Giornata mondiale dell’Educazione per tutti. Questo diritto a quanti bambini ancora è negato?

R. – Nel mondo ci sono ancora 150 milioni di bambini purtroppo che non vanno a scuola, in particolar modo nelle fasce della scuola primaria. E’ chiaro che nelle aree dove si verificano guerre o grandi catastrofi naturali, il numero è nettamente superiore rispetto ad altri Paesi. Abbiamo già detto, che sicuramente i rohingya sono tra quelli che hanno più bisogno di questo diritto, ma non dimentichiamo tutti gli altri che hanno subito o stanno subendo delle guerre - Iraq, Siria, Yemen - e poi l’endemica situazione dei Paesi dell’Africa centroccidentale, che restano le zone dove i tassi di istruzione restano comunque molto bassi.

24 gennaio 2019, 14:05