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Shoah. Se la società civile ha paura di ascoltare

Nel Giorno della memoria che tutto il mondo celebra per commemorare le vittime dell'Olocausto, Guido Hassan ricorda il grave pericolo di una società civile incapace di ascoltare

Emanuela Campanile, Città del Vaticano

Classe 1937, Guido Hassan nasce a Tripoli da un’importante famiglia ebraica con la quale si trasferisce in Italia nel 1942 per sfuggire alla guerra in Nord Africa. Una volta arrivati a Milano, finiscono per essere vittima delle Leggi Razziali e, per evitare i rastrellamenti nazifascisti, tentano la fuga verso la Svizzera. Miracolosamente, scampano alla retata dei responsabili della strage di Meina, sul Lago Maggiore. Era il settembre del 1943.

Questi ricordi, questo dolore spesso senza speranza nei cuori degli Hassan e di tanti altri italiani ebrei, è custodito nelle pagine di Auschwitz non vi avrà. Una famiglia di ebrei italiani in fuga dalla persecuzione nazifascista, Edizioni San Paolo, scritto da Guido Hassan e dal giornalista Giuseppe Altamore.

Ascolta l'intervista a Guido Hassan

La memoria e l'importanza di ascoltare

"Ricordare è molto importante, conta moltissimo - ci racconta Hassan - lo si fa sperando che non succeda più, però purtroppo, è molto probabile che questo riaccada. Serve anche a dare un’informazione perché, purtroppo, molte persone non sanno nulla. Tanti mi hanno detto: “Non ne sapevo niente”; e magari ricevono pure un’informazione falsata. Per cui, secondo me, ricordare è fondamentale.

Una memoria dolorosa, che ricorda anche il momento in cui la vita è stata risparmiata…
Di momenti in cui mi sono salvato ce n’è solo uno, perché purtroppo è stato un susseguirsi di paure, preoccupazioni, e mai di vie d'uscita...solo una volta, nel momento in cui, attraverso un foro di una rete, siamo riusciti a passare in Svizzera. Ma neanche allora, perché non sapevamo ancora se ci avrebbero accolto. Per cui tutti, per tutti gli altri momenti, posso dire nulla, zero.

Secondo lei, oggi, l’opinione pubblica è capace di ascoltare?
Ben poco. È difficile comunicare, la gente è presa da problemi quotidiani e non sembra interessata a problemi più grandi di loro. Questo espone al rischio di ricascarci. È un po’ la sensazione che si ha quando si va in un ospedale, quando si ha a che fare con una persona malata: si vorrebbe che non succedesse anche a noi e allora si cerca di star lontano, di ignorare. Un tale atteggiamento fa sì che non si venga tanto accettati quando si vuole raccontare e discutere di questi argomenti.

All'epoca avevate la stessa sensazione?
A Tripoli non c’era questo antisemitismo. C’erano gli inglesi, gli italiani, i francesi, gli arabi. Insomma, andavamo tutti d’accordo finché poi è scoppiata la guerra e allora abbiamo deciso “lasciamo”, "andiamo via". In Italia la situazione era diversa: in Italia noi eravamo gli “ebrei”. Gli ebrei erano il nemico, il lebbroso, la persona da cui star lontano o da denunciare". 

27 gennaio 2019, 09:00