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Vivere la solidarietà contro paure ed egoismi

Oggi, Giornata internazionale della solidarietà umana, indetta dalle Nazioni Unite per promuovere la condivisione equa dei beni e favorire la lotta alla povertà nel mondo intero. Intervista a Stefano Comazzi

Roberta Gisotti – Città del Vaticano

Un giorno per celebrare la nostra unità nella diversità e per ricordare ai governi di rispettare i loro impegni con gli accordi internazionali; un giorno per sensibilizzare l'opinione pubblica sull'importanza della solidarietà e incoraggiare il dibattito su come raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile e sradicare la povertà. 

Promuovere lo sviluppo dei più poveri e svantaggiati

Su questi principi nasce l’idea di celebrare in tutto il mondo, ogni anno il 20 dicembre, la Giornata della solidarietà umana, proclamata dall’Onu nel 2005, a sostegno delle sue attività di promozione umana, specie nei Paesi più poveri e svantaggiati.

Una parola fraintesa e rimessa in discussione

Solidarietà una parola sovente fraintesa e rimessa in discussione in tempi di crisi economiche e di rivolgimenti sociali e politici e di conflitti armati in così tanti Paesi del mondo, con flussi migratori imponenti e problematiche ambientali crescenti.

Rilanciare a partire dal proprio vissuto personale

Come rilanciare il significato della solidarietà umana? Ripartendo dal proprio vissuto personale, raccomanda Stefano Comazzi, presidente di Amu-Associazione per un mondo unito, che da oltre 30 anni promuove progetti di  sviluppo in America Latina, Africa, Asia e Oceania, impegnata anche in attività di formazione in Italia sui temi della mondialità, della globalizzazione, della cittadinanza attiva, solidale e consapevole.

Ascolta l'intervista a Stefano Comazzi

R. - L’esperienza della solidarietà deve essere un’esperienza che si fa e non tanto un concetto astratto. È un’esperienza che comincia da chi è vicino a noi, in casa, nel condominio, nel quartiere, nella scuola dove vanno i nostri figli, sul posto di lavoro … Poi, è chiaro che è un raggio che si allarga e arriva anche a toccare e coinvolgere le persone che sono di Paesi, di popoli lontani. Ma non ha senso parlare di solidarietà se si guarda solo e a chi è vicino come adesso si tende in qualche modo a voler fare – che poi, forse, è più una scusa che altro – oppure solo a chi è lontano, senza guardare chi è vicino. Sostanzialmente è un’esperienza che ci deve coinvolgere; deve essere uno stile di vita.

La solidarietà è anche importante nei confronti delle generazioni future, di chi un giorno abiterà il mondo che noi gli lasceremo. Le generazioni future sono anche quelle che non hanno diritto di voto oggi, ma che comunque pagheranno le conseguenze di chi, oggi, compie delle scelte scellerate. In questo senso è importante, per esempio, una vita sobria, quindi sapere esattamente che le risorse che noi oggi consumiamo sono sottratte – probabilmente – ad altri popoli. Pensiamo solo al coltan che si trova nei nostri cellulari; se potessimo immaginare quali sono le condizioni di vita delle popolazioni che abitano nella parte nordorientale della Repubblica Democratica del Congo, da dove questo minerale viene estratto – uno dei principali luoghi, esportatori di coltan –  persone che vivono in condizioni veramente drammatiche, è un qualcosa che non ci possiamo immaginare, allora, forse, staremo più attenti.

Voi fate anche dei corsi di formazione per il personale della scuola. È da lì che dobbiamo soprattutto ripartire?

R. - Secondo me da tutte le istituzioni o le cosiddette agenzie educative. La scuola certamente è importante, ma non è la scuola da sola che basta. Penso che sia fondamentale che questo lavoro parta o sia fatto insieme alle famiglie. Quindi deve esserci una maggiore collaborazione, una maggiore interazione tra la scuola, le famiglie, gli oratori, le associazioni sportive, in modo tale che i giovani vedano che questa realtà solidale coinvolge tutta la loro vita.

È pur vero che viviamo in un contesto di globalizzazione dell’informazione, che finisce sovente per dare ai popoli, alle persone, una visione fortemente negativa della contemporaneità. Questo, anche, non è un elemento che può influire negativamente nel sollecitare paure ed egoismi?

R. - La paura fa sì che ci si chiuda a riccio e che non si ragioni più; molte volte si reagisce solamente in una forma emotiva o addirittura istintiva. Tutto questo da una parte fa comodo perché così non si pensa e quando il popolo comincia ad abdicare al pensiero libero è chiaro che è molto più facile poi in qualche modo manipolarlo, dirigerlo per non dire arrivare poi a forme di dittatura. È chiaro che le forme di dittatura future non saranno replicate come quelle passate, però è vero che se non si ha la libertà di informarsi e di pretendere un’informazione libera, che sia sincera, veritiera, alla fine si finisce schiavi di questo.

Queste giornate dell’Onu sono sovente dimenticate. È davvero un peccato, perché sono un’occasione di riflessione pubblica …

R. - Sicuramente sono le istituzioni che dovrebbero rappresentarci e dovrebbero orientare la politica del mondo e che invece quando si tratta di temi un po’ scottanti, un po’ fastidiosi, vengono messe a tacere o vengono portati in secondo piano.

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20 dicembre 2018, 13:14